Il 10 dicembre i ventisette Paesi europei, riuniti a Bruxelles in un vertice fisico nonostante l’emergenza pandemica, hanno trovato un sofferto accordo per dare il via libera al Next Generation EU, all’interno del quadro di bilancio comunitario pluriennale. Giovedì 17 il Parlamento europeo ha approvato con una schiacciante maggioranza (549 favorevoli, 81 contrari e 66 astensioni) il bilancio UE 2021-27 che sarà adottato formalmente dal Consiglio dell’Unione e pubblicato in gazzetta ufficiale, per entrare in vigore dal prossimo 1 gennaio. Si tratta di un budget monstre: 1824.3 miliardi euro, di cui 1074.3 relativi al Multiannual Financial Framework (MFF), cioè il bilancio dei prossimi 7 anni, e 750 miliardi euro del Next Generation EU (NGEU). Le dichiarazioni dei leader europei sono state trionfali; il presidente del Parlamento David Sassoli ha twittato: “Con il voto di oggi, l’Europarlamento ha adottato un bilancio storico per un momento storico. Che pone la basi per un nuovo inizio: un’Europa più verde e più giusta. Adesso è il momento di avere il coraggio politico e ideale di realizzare questa trasformazione radicale”. Il 21 luglio scorso, dopo una maratona negoziale di 90 ore (la più lunga nella storia dell’Unione Europea) la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio UE Charles Michel avevano definito l’accordo “un grande passo della UE nella Storia”. Vi sono Paesi, in primo luogo l’Italia, che attendono questo denaro come la manna dal cielo, e i cui relativi governi hanno già riempito di sogni i propri cittadini grazie a tali risorse, spesso presentate come un regalo dall’Europa. Si tratta di una narrazione che non risponde alla realtà. Vediamo perché. I tecnicismi: dopo le necessarie ratifiche nazionali, MFF e NGEU prenderanno avvio nel 2021. Riguardo il primo (bilancio comunitario), esso seguirà il consueto iter sulla scorta dei contributi erogati ai singoli Paesi dal bilancio dell’Unione nel corso del settennato. Nell’Unione vi sono dei Paesi tipicamente contributori netti (le cui risorse versate al bilancio UE superano fondi ottenuti) e altri prenditori netti (al contrario, ricevono più risorse di quante ne versano), secondo quanto stabilito dall’art. 311 del Trattato sul funzionamento dell’UE. L’Italia, negli ultimi vent’anni è sempre stata contributore netto al bilancio UE (nel periodo 2012-18 il saldo negativo ammonta a 36.3 miliardi euro). Quindi nessun regalo. Passiamo al secondo (NGEU), dove troviamo le vere novità. Si tratta infatti di 750 miliardi euro, che verranno erogati dalla Commissione Europea che, per la prima volta nella Storia (in realtà lo ha già fatto, ma per importi decisamente inferiori) emetterà debito (bond con scadenza dal 2028 al 2058) che godranno di una garanzia comune di Paesi dell’UE. I fondi, presi a prestito, dovranno quindi essere restituiti dalla Commissione Europea. Come? Con esattezza non si sa (introduzione di una tassazione europea, prossimo bilancio settennale), ma anche in questo caso nessun regalo. Di tali fondi, 672.5 miliardi euro fanno capo al Recovery Resilience Facility (RRF), da molti chiamato Recovery Fund, e verranno erogati ai singoli Paesi entro il 2026 in parte attraverso dei prestiti (360 miliardi) e parte come sussidi (312.5 miliardi euro). L’erogazione avverrà secondo alcuni criteri, sintetizzabili in una logica proporzionale ai danni economici subiti dalla pandemia. L’Italia è il primo beneficiario (visto i criteri, non è certo un vanto!) con 196 miliardi euro, di cui 65 miliardi euro di prestiti e il resto di sussidi. Se a ciò si aggiungono circa altri 13 miliardi euro facenti capo agli altri progetti dell’NGEU (React EU, Invest EU, Just Transition Fund e altri minori) si arriva alla fatidica quota di circa 209 miliardi euro che Roma dovrebbe ricevere nei prossimi 5 anni. Quando arriveranno i fondi? Ogni Paese dovrà presentare il proprio piano entro il mese di aprile 2021 alla Commissione Europea che avrà otto settimane per esaminarlo, proponendo al Consiglio Ecofin per la sua approvazione. Quest’ultimo avrà quattro settimane per le verifiche e l’approvazione (in piena estate). A partire dalla presentazione del piano i Governi potranno chiedere l’accesso all’anticipo dei fondi previsti, il 13% dell’ammontare totale previsto, quindi circa 25 miliardi per l’Italia. Il restante ammontare verrà erogato a tranches nei cinque anni successivi. Quali sono le condizioni per l’approvazione del piano nazionale? La Commissione Europea ha stabilito i criteri che dovranno essere seguiti, tra cui dei vincoli sull’utilizzo dei fondi: il 37% dovrà essere dedicato a progetti sulla rivoluzione verde e la transazione ecologica e il 20% alla transazione digitale. Per i controlli, avranno un ruolo sia la Commissione Europea che il Consiglio Europeo, e riguarderanno sia la puntuale esecuzione dei piani che il rispetto del cosiddetto stato di diritto, che però rimanda ogni decisione finale alla decisione della Corte europea di Giustizia (dopo che il testo è stato annacquato a seguito del veto posto da Ungheria e Polonia). Terminati i numerosi tecnicismi bizantini tipici dell’Unione Europea, passiamo agli aspetti politici. Qualcuno ha paragonato il Next Generation EU all’Hamilton moment europeo: è proprio così? Vediamo di cosa si tratta. Dopo la guerra d’indipendenza dal Regno Unito (1775-1783), in nord America le colonie divennero stati, ma non ancora uniti. Erano tredici, tutti con il potere di contrarre debito, battere moneta e decidere le relative politiche fiscali. Poi, i padri fondatori scrissero la Costituzione americana. Il governo federale, emettendo note di debito comune (i primi Treasury) si fece carico dei debiti dei tredici stati che in cambio persero l’autonomia assoluta che avevano avuto fino a quel momento. La mente finanziaria di questo processo fondativo degli Stati Uniti d’America fu Alexander Hamilton, che divenne il primo Segretario al Tesoro. Da qui l’Hamilton moment, i cui elementi distintivi furono: la carta costituzionale, il debito in comune, la perdita della totale autonomia fiscale degli stati. L’Europa, con il Next Generation EU compie un passo in avanti emettendo debito la cui garanzia è comune, ma non si tratta di un processo irreversibile, né segnato dall’afflato di valori comuni identificati da una carta costituzionale. Per completare il processo verso gli Stati Uniti d’Europa, mancano tali elementi, per raggiungere i quali converrebbe suggerire di seguire l’esempio dei legislatori costituenti americani. A Filadelfia, era fatto loro divieto di entrare in sala con la propria penna; uno solo doveva scrivere e gli altri avevano il dovere di dimostrare di avere capito quanto si era deciso e votato.