Si consumerà il delitto alle spalle dei giovani perpetrato da un governo di incapaci che compra la benevola opposizione con mancette da 10 miliardi da spendere nei mille rivoli della spesa corrente o Renzi spegnerà la vita di questo governo indecente?

Sabino Cassese sul Corriere della Sera di ieri, in modo puntuale e impietoso ha denunciato
l’irresponsabilità di un bilancio che continua a spendere in spesa corrente “cattiva” senza nessun piano di intervento strategico in quei settori in cui si giocano il rilancio, lo sviluppo e la crescita. Quando finiranno le possibilità di disapplicare il patto di stabilità, come potremo restituire i debiti con un deficit al 158% e senza avere una visione di paese in grado di competere nel mondo?

Sinistra e destra non solo non sono in grado di competere in modo alternativo, ma anche quando si stringono in una politica solidale, lo fanno per impoverire il paese con politiche assistenziali, corporative, fuori dalla Costituzione, a discapito dei più deboli e delle zone sottosviluppate. Il trionfo del populismo a destra e sinistra è una miscela eversiva che rischia di travolgere le fondamenta morali su cui si reggono le democrazie liberali e repubblicane.

Il bene comune, il patto sociale insito nella concezione di democrazia, è divenuto sommatoria di interessi individuali corporativi, clientelari. Si è innescato un meccanismo di sviluppo spontaneo senza una visione del mondo, senza una visione di paese nel mondo, senza il rispetto delle libertà individuali e sociali, senza razionalità alcuna che preservi un’idea di futuro, di competitività, di competenza, di funzionalità di sistema-paese, di riforma dello Stato, ancora articolato su enti pubblici e locali che paralizzano ogni volontà
di impresa. C’è una selva di enti inutili funzionali al clientelismo, alla burocrazia, alla frammentazione della spesa pubblica.

Di fronte a questo scempio, sinistra cattocomunista populista e destra sovranista populista  sono inadeguati sia ad essere alternativi in uno schema maggioritario bipolare, sia a gestire l’emergenza (sanitaria o economica o istituzionale). La ragione vera è che hanno smarrito le origini repubblicane e democratiche della costituzione italiana, i doveri e i diritti, le virtù civili dell’essere cittadini della Repubblica, funzioni e metodi che la dirigenza politica eletta dal popolo deve esercitare nei confronti dell’interesse generale del paese. La cultura politica democratica deve essere preservata in modo pluralistico per essere momento di confronto dialettico e un sistema politico pluralistico; questa è la condizione necessaria per produrre sintesi politiche alte con visioni strategiche e programmatiche.

Il sistema maggioritario divide il paese in una lotta perenne per la conquista del potere, dove diventa lecito tutto, dove il rispetto dello Stato di diritto, della Costituzione, le libertà e l’autonomia di potere esecutivo, legislativo e giudiziario non sono garanzia ma forme di conflitto continuo. Solo un sistema elettorale proporzionale consente sintesi adeguate in Parlamento e il controllo vero del popolo sugli eletti nell’esercizio della sovranità. La sovranità popolare viene calpestata da cambi di casacca e da interessi particolari; senza proporzionale è sparito il ruolo di mediazione che i partiti dovrebbero esercitare aiutando i governi a ricercare l’interesse generale. Ai valori, si sono sostituiti gli interessi, e ciò che resta è un sistema a populismi permanenti, il cui risultato è sotto gli occhi di tutti; una corsa verso il baratro alla cui fine nessuno sa cosa troverà, ma dal fetore che si sprigiona quotidianamente assomiglia sempre più a macerie del sistema democratico e ad un sistema autoritario, paternalistico, fasciocomunista, dove ogni principio viene soffocato dal bisogno, da un sistema di informazione asservito, intellettuali organici, incapaci di leggere la società presente e futura perché privi di radici e di tensione morale.

A questa decadenza, a questa omologazione alla mediocrità occorre opporre la resistenza repubblicana, un’azione di pensiero e di organizzazione. Una terza via liberaldemocratica con memoria storica, con radici nella storia del paese, che proponga un modello di democrazia politica e sociale. Un modello dove l’interesse individuale si ricompone nel perseguimento dell’interesse generale. Dove la programmazione dello sviluppo è il contrario della sommatoria di spinte campaniliste o di pianificazione di regime o di carità misericordiosa. Concezioni, queste ultime, di regimi autoritari o assistenziali che limitano le libertà degli individui. Un modello che premia il merito e la conoscenza come fonti di progresso e organizza un sistema di welfare compatibile con le condizioni del suo apparato produttivo. Che valorizza l’educazione civica, il patrimonio artistico e culturale come elementi strategici di propulsione e di risorse complessive. Che fa delle politiche ambientali una priorità senza però gli estremismi di chi vorrebbe paralizzare la modernità del paese e fossilizzare il territorio.

Per questo, noi repubblicani, azionisti, liberaldemocratici abbiamo il dovere di batterci autonomi da una sinistra e da una destra populista e dal decadentismo comune.