Dopo aver previsto la vittoria del Remain; dopo aver spiegato che l’UK comunque non sarebbe uscita dal mercato comune o dall’unione doganale; dopo aver pontificato che per un accordo di libero scambio sarebbero serviti 10 anni di negoziato; dopo aver dato Boris Johnson per bollito e fuori da Downing Street entro Natale; dopo tutte queste figurette da poco, gli spiegoni con la sindrome Dunning-Kruger hanno una nuova idea per alimentare la Vandea antibritannica. La geopolitica da salotto ora dà per certa la secessione scozzese, manco Nicola Sturgeon fosse Braveheart.

Ma Sturgeon è commedia più che epopea. Come Il mercante di Venezia, vuole un’altra libbra di carne. Le possibilità, infatti, che la Scozia lasci l’unione a 4 del Regno Unito per tuffarsi nell’unione a 27 dell’Unione europea sono zero. Anzi, meno di zero.

Il primo ostacolo è proprio l’Unione europea. Dopo lo shock Brexit, l’ultima cosa di cui la burocrazia di Rue de la Loi ha voglia è attizzare la fiamma ai focolai separatisti. La Francia e la Spagna hanno abbastanza problemi in casa con Corsi e Baschi. Tra il 2017 e il 2018, Madrid ha rischiato la rottura costituzionale dopo la crisi in Catalogna e solo l’elezione all’Europarlamento del Presidente secessionista della Generalitat Carles Puigdemont e l’intervento della Corte di giustizia europea hanno fatto rientrare l’emergenza. Ad agosto 2019, il console spagnolo a Edimburgo Miguel Ángel Vecino Quintana venne licenziato in tronco per aver asserito in una lettera al The National che “la Spagna non voterebbe contro l’ingresso della Scozia in UE”. Anzi, per sopire sul nascere velleità separatiste, già prima della Brexit, l’Avvocato generale dell’Ue aveva chiarito che ogni Stato di nuova formazione necessita di una richiesta di adesione ex novo all’UE. Bruxelles non ha cambiato posizione. I termini e le condizioni per il rientro della Scozia nell’Unione andrebbero negoziati ab ovo in base all’art. 49 del Trattato di Lisbona e la Scozia sarebbe ultima nella fila che comprende Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord, Albania, Bosnia-Erzegovina e Kosovo.

L’altro ostacolo, più grande, è l’economia, che la Scozia non ha saputo, o voluto, diversificare. La dipendenza dal petrolio rende Edimburgo eccessivamente esposta alla volatilità dei prezzi del greggio. Con il Brent in calo, la Scozia deve affidarsi ai trasferimenti da Londra. Se grazie alla Brexit il governo Uk decidesse di sviluppare un’industria di shale oil, il petrolio di scisto metterebbe ancora più pressione al petrolio del Mare del Nord. Il debito pubblico scozzese su base individuale pro forma ammonta all’84 per cento del PIL, e il deficit al 4,4 per cento. Tali livelli sono significativamente più alti dei parametri del 60 per cento e del 3 per cento fissati nei criteri per la convergenza economica stabiliti dal Trattato di Maastricht. In caso di indipendenza, la Scozia non potrebbe dunque adottare l’euro.

Se lo Stato britannico – che continua ad esistere – non accettasse un’unione monetaria, la Scozia dovrebbe battere moneta. In tal caso, Edimburgo potrebbe ancora utilizzare la sterlina britannica attraverso la sostituzione di valuta. Questo si verifica quando uno Stato sceglie di utilizzare una valuta estera al posto di una moneta nazionale, come ad esempio l’uso del dollaro da parte di Panama o dell’euro da parte del Montenegro. Ma perdere la sovranità monetaria in favore dello Stato da cui si secede sarebbe uno strambo obiettivo per una campagna politica sovranista.

La storia, dunque, è un’altra. L’obiettivo dello SNP è aumentare gli investimenti pubblici in Scozia e conquistare maggiori poteri devoluti. Sturgeon solleva la bandiera di Sant’Andrea per battere cassa presso San Giorgio. Il più classico dèjà vu della politica.

(Foto: locandina del film Braveheart – 20th Century Fox)

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.