Matteo Renzi, che ha fatto pratica volendo rottamare il Pd, ha finito col rottamare la Seconda Repubblica. Logorata dalle alleanze innaturali, prima la gialloverde, poi la giallorossa, questa fase finale della sciagurata stagione politica seguita al crollo del Muro di Berlino e all’inchiesta Mani pulite ha prodotto una frattura nella legittimità costituzionale della politica non più sanabile con elezioni, referendum e inciuci di Palazzo.

Questa brutta fase della storia repubblicana è iniziata male e sta finendo peggio. Nel 1993, il Patto Segni – che anche la leadership del PRI pro tempore abbracciò, col senno di poi sbagliando – non fu accompagnato da riforme istituzionali coerenti, come giustamente chiedeva Marco Pannella. Il tutto si risolse nell’eliminazione dei partiti storici e risorgimentali, sostituendoli con l’ingegneria genetica costituzionale. Arrivò così il partito Frankenstein uno e trino: un terzo cartello elettorale, un terzo azienda, un terzo partito personale; per competere in un sistema elettorale gesuitico uno e bino: il maggioritario di coalizione. Allora si diceva che le coalizioni portavano instabilità di governo. Quindi, per buona misura, se ne introdussero due: la coalizione di destra e la coalizione di sinistra, raddoppiando – invece che eliminare – la instabilità di governo.

Già verso la fine della Prima Repubblica cominciavano ad emergere tutti i mali dell’Italia, il più grande dei quali, il pensiero debole si è portato dietro tutti gli altri: c’era da rompere il monopolio della Dc e legittimare la democrazia dell’alternanza. Ma il Patto Segni doveva essere completato col maggioritario secco all’inglese o il maggioritario a doppio turno con ballottaggio alla francese. Invece si sono avuti in successione: il Mattarellum (1994-2005); il Porcellum (2005-2014); l’Italicum (2016), che non superò lo scrutinio della Consulta; e il Rosatellum bis (dal 2017). Risultato: un salto indietro nella Storia e la polarizzazione della politica attorno ai concetti destra e sinistra propri del XIX secolo che mantengono il paese bloccato nell’antagonismo ideologico.

L’eredità della Seconda Repubblica è fallimentare. La pandemia da Covid-19 ha fatto drammaticamente emergere uno stato di crisi che non è soltanto politica o economica, ma molto più profonda. La crisi è morale e valoriale. Si è insinuata nei gangli vitali della convivenza democratica alterando le strutture di ragionamento e di pensiero. Il fallimento del sistema è nei fatti, storici e incontestabili. La gestione economica è sciagurata – il debito pubblico al 160% minaccia la stabilità finanziaria. La gestione sanitaria è stata pregiudicata dal regionalismo introdotto con la riforma del Titolo V della Costituzione, producendo una frammentazione della risposta all’emergenza che non ha evitato al paese di registrare la più alta percentuale di decessi per coronavirus in rapporto alla popolazione. E ancora, un tasso di disoccupazione preoccupante, una percentuale di laureati avvilente, la pressione fiscale reale più elevata nell’Ocse, la stagnazione cronica. Il paese è arrivato al punto di non ritorno: a giugno 2020, l’INPS ha certificato il sorpasso, 22,7 milioni di prestazioni previdenziali a fronte di 22,6 milioni di buste paga in un sistema in piena recessione demografica con 5 nonni per ogni bambino e un’età media di 46 anni. La Seconda Repubblica è una nazione di vecchi, pensionati e disoccupati con una incidenza sproporzionata di dipendenti pubblici e cittadini assistiti e sussidiati. In questo paese iniquo e ingiusto che protegge i garantiti e opprime i non garantiti, sono proprio i comparti produttivi del paese a mancare di garanzie.

E’ al tempo stesso surreale e deprimente che la politica affidi da sei mesi le sorti dell’Italia all’aspettativa, miracolistica e risolutiva, del programma Next Generation UE, con il corollario del MES sanitario. La 7ma economia del pianeta discetta di 30-40 miliardi l’anno spalmati su 5-7 anni e da restituire fino all’ultimo centesimo. Nel mentre, al 2020, miliardi di investimenti privati stallano in attesa di iter autorizzativi complessi e farraginosi. E sbaglia chi, a fronte di paralisi e incompetenza, evoca agenzie ad hoc per stratificare ulteriormente la burocrazia e deresponsabilizzare la politica, indebolendo ulteriormente la tenuta democratica.

E’ necessario e indifferibile chiudere questa sciagurata stagione politica e riscrivere le regole del patto sociale. Occorre disegnare uno Stato moderno, con un’architettura istituzionale coerente (manca ancora la legge elettorale per accompagnare la riduzione del numero dei parlamentari che andava fatta in contemporanea al taglio) e un’amministrazione efficiente, una scuola d’avanguardia, una giustizia affidabile, forze armate sempre più preparate; incentivare la ricerca, sviluppare la tecnologia, ammodernare le infrastrutture. Ma soprattutto occorre ricostruire una visione di società e una visione di ruolo nel mondo.

Insieme alla Seconda Repubblica vanno rottamate le resistenze corporative e gli interessi particolari che bloccano il cambiamento. Ma nessun governo politico possiede il capitale politico per poter sfidare i blocchi di potere non eletti che condizionano la democrazia. Per questo è necessaria una stagione di unità nazionale che possa condividere la responsabilità di premere il bottone del reset.

Quando il PRI già da Marzo 2020 avanzò la proposta di formare un governo di unità nazionale da affidare alla guida di Mario Draghi, lo fece perché il PRI non dice quel che è popolare ma quel che è giusto per la nazione. L’unità nazionale non piace neanche a noi, ma è necessaria per riscrivere le regole della democrazia e ricostruire l’economia con le risorse una tantum a disposizione.

E’ tempo di ricostruire e non di rincorrere vantaggi di parte.