La libertà è il cibo più prezioso su cui è nata, tra i vari ingredienti illuminanti, la nostra Repubblica italiana, dopo le tragedie e i disonori atroci del fascismo.

L’onore all’insegna della libertà per tutti gli onesti, come pratica non d’immunità egoistica bensì di cortina di ferro collettiva di fronte ai tiranni, rientra in codici politici finalmente universalizzabili, nella post-contemporaneità in corso. Per il crescente bisogno di affinare e riscoprire i codici – anzitutto morali – sulle libertà civiche si proporrà di seguito un passo foscoliano, seguito da un passo mazziniano. Sul finir del XVIII secolo, il ventenne Ugo Foscolo già consegnava alla storia un elogio della libertà tanto cara ai veri repubblicani delle diverse età del diritto, e della statualità nel suo divenire storico-dialettico.

Ma è nella ‘Lettera apologetica’ che Foscolo diede un saggio pulsante e vissuto della bontà infinita della libertà. Nella ‘Lettera apologetica’ sulle vicende politiche del suo tempo, scritta a partire dal 1814 e completata tra il 1825 e il 1826, rimasta inedita e pubblicata postuma a cura di Giuseppe Mazzini, Foscolo scrisse quanto segue:

La libertà a me par cosa più divina che umana; e l’ho veduta sì necessaria e sempre sì corruttibile fra’ mortali, che io non la darei da amministrare fuorchè alla Giustizia la quale la governasse con leggi preordinate, immutabili, e d’inesorabile fatalità; e concedesse i fulmini tutti in mano a’ re che ne godano come il Giove omerico, il quale operava per decreti prestabiliti, nè poteva mai rivocare il suo giuramento”.

Dal passo traspare la libertà come necessità per l’umanità, ma anche come dimensione che tra gli stessi esseri umani risulta corruttibile, e quindi piegabile a fini poco nobili civicamente e socialmente. Questi sono i prolegomeni che potremmo ricavare in una narrativa sulle libertà progressive tra il Settecento e l’Ottocento, i quali insieme han consegnato al Novecento il pensiero repubblicano militante che giunge fino all’oggi. Ed ancora, dal passo traspare il carattere prestabilito delle leggi che governino la libertà. Il carattere di immutabilità invece potremmo traslarlo dalla legge –   res   humana   di società organizzabile e quindi comunque variabile –  alla universalità della libertà, concretizzabile multiformemente a seconda delle tecniche ingegnate e delle tecnologie applicate di ciascun’epoca. Ogni èra ha le proprie libertà conquistabili, dall’economia alla bioetica, dalla rotture dei pregiudizi etnici alla cucitura dei territori disuniti da muri ideologici e commerciali.

Immanentemente la libertà cammina con i cervelli, i cuori e i nervi nonché sulle gambe degli autoctoni di ciascuna èra, e nell’insieme essa sembra conferire un non so che di trascendente alle umane avventure in ogni tempo e in ogni dove. Agli autoctoni che abitano il senso del tempio sacro della libertà, i carismi liberali fanno sacerdoti solo i più valorosi, quindi potenzialmente tutti, in ogni èra. Ogni tempo infatti è bisognoso di proteggere, custodire, ampliare ed intensificare il senso umanamente sacro della libertà.

Giuseppe Mazzini, nel pubblicare gli ‘Scritti politici inediti di Ugo Foscolo’, aveva rivolto un invito ai giovani della sua ma anche d’ogni futura generazione. Mazzini aveva così scritto:

Io dirò dunque ai giovani che leggeranno queste reliquie: non ricopiate le idee; ogni tempo ha le sue, e i pochi anni che vi separano dagli anni del Foscolo segnano il limite fra due età radicalmente diverse. Ma adorate le idee dell’età in che voi v’apparecchiate a vivere com’egli adorava le proprie. Amate la patria com’egli, anche quando la flagellava a sangue, l’amava. Consecratele indefessi il pensiero ed il braccio, la penna e la spada, e se la sorte v’assegna l’esilio, la miseria  la morte precoce, amatela morendo o vivendo, ch’è peggio, nella povertà e nell’esilio”.

Nobili appaiono oggi queste vocazioni, sicuramente più nobili degli inutili titoli nobiliari che in quell’età storica ancora resistevano nella loro ingiustizia intrinseca arepubblicana ed antirepubblicana. Nobili nel loro senso di umanità sociale di cui riempire e colorare il senso di Stato, composto o componibile quest’ultimo di cittadini che amino la libertà, unitamente alla responsabilità degli uni verso se stessi e verso gli altri.

Non risuonino anacronistiche mai, le dichiarazioni di passione e di saggio furore verso la conquista della libertà. Nelle relazioni sociali così come in quelle economiche e culturali spetta ad ognuno il compito di tenere vivo il proprio essere al mondo in dignità. E non c’è dignità senza libertà.