La Repubblica italiana si è guardata in uno specchio deformato, e invece di cogliere se stessa, o al limite la situazione del suo continente, ha visto la crisi della democrazia americana.
Il partito repubblicano, attraverso l’Ambasciatore Vento ed il Segretario politico nazionale de Rinaldis Saponaro, ha distinto fra l’epilogo della presidenza Trump ed il sistema politico statunitense.
Ma dobbiamo ringraziare e lo facciamo volentieri, anche il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ed il direttore del Giornale Alessandro Sallusti.
Molinari ha detto che la democrazia americana è solidissima, tanto da non farsi intimidire dai suoi stessi presidenti. Lo si è visto con Nixon, è successo con Trump. Sallusti, che non c’è alcun problema democratico quando la folla attacca il palazzo. Semmai quando il palazzo opprime la folla.
Per chi è tutto preoccupato di elevare santuari alla democrazia dove poi farvela morire dentro, è un bel colpo. D’altra parte l’idea della democrazia in Italia in età contemporanea ha avuto vita piuttosto difficile. Risorta a Roma nel novembre del 1848 con un attacco  popolano armato al Quirinale in cui si obbligò il Papa a fuggire, venne già soppressa il luglio successivo, niente di meno che da un paese considerato amico come era la Francia.
Il popolo americano una volta cacciata armi alla mano la corona di Inghilterra non ha mai più dovuto temere niente se non qualche mona del suo Congresso, o le isterie di un  presidente. Anche nella guerra civile si misurarono due libertà, quella per l’abolizione degli schiavi e quella non meno preziosa dell’indipendenza degli Stati ed entrambi questi principi nel tempo hanno vinto.
L’antiamericanismo europeo dalla sua parte ha una storia lunga che non termina mai di aggiungere nuovi capitoli e Trump sicuramente ne rappresenta uno dei più ghiotti. Sarebbe però un torto non ricordare quando Trump disse con forza che  l’America non si chiude.  Perché mai l’avesse chiusa, avrebbe potuto evitare le elezioni e allora vedremmo chi avrebbe osato parlare di crisi democratica, che pure ci sarebbe stata.
Chissà l’Italia, dove il parlamento non si assale, ci si limiterebbe a volerlo aprire con l’apriscatole, quando tornerà a votare. Eppure una maggioranza, che da una parte non sta più in piedi e dall’altra non ha più alcuna rappresentanza popolare, dovrebbe pur valutare l’ipotesi.
Per carità, c’è la pandemia. Appunto, c’era anche in America. La differenza principale fra le due sponde dell’Atlantico e che su quell’altra, la vita conta solo quando libera. Qui da noi, invece, si ama discuterne.
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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.