A scanso di qualsiasi possibile equivoco e fin dal 1795, Kant nella sua Per la Pace Perpetua, Sezione seconda, specifica le distinzioni tra forma di governo democratica e repubblicana. La forma repubblicana è sottoposta alla legge, la forma democratica istituisce la legge.
Il regime repubblicano, scrive Kant “attua il principio politico della separazione del potere esecutivo dal potere legislativo”, quando la forma democratica stabilisce “un potere esecutivo in cui tutti deliberano sopra uno ed eventualmente anche contro uno”. Per Kant, in altre parole, la democrazia è un dispotismo “dove ognuno vuole essere sovrano”. Kant è un sostenitore integerrimo del principio di rappresentanza “che solo rende possibile un regime repubblicano, senza il quale, invece il governo, quale sia la costituzione, è dispotico e violento”.
Per quanto possano ora  apparire astratte queste formule, esse sono il commento delle giornate parigine che dal 31 maggio al 2 maggio di tre anni prima portarono all’arresto dei deputati girondini. Cosa accadde da infastidire la sensibilità repubblicana di Kant? La Comune di Parigi promosse un’insurrezione armata per chiedere l’arresto del legittimo governo della Francia e la maggioranza del parlamento si mostrò concorde con la folla comunarda.
Per Kant, di fatto la Repubblica venne stravolta da parte di un colpo di stato popolare, per cui i rappresentanti, una parte minoritaria di loro, venne destituita e successivamente imprigionata. Nessuno allora pensava di uccidere i girondini, la situazione precipitò con l’assassinio di Marat. Comunque, era cambiata giuridicamente la natura del regime repubblicano, che divenne puramente democratico.
Per mantenere la forma repubblicana, invece, il parlamento avrebbe dovuto stringersi intorno al suo governo e respingere con la forza l’ingiunzione armata di quella che era in fondo solo una piccola parte della popolazione. Questo non avvenne perchè nel club giacobino prevaleva la stessa valutazione del governo data dalla Comune e la Deputazione della Montagna ne sostenne le istanze. Il parlamento venne epurato.
Ora in America in questi giorni è avvenuto l’esatto contrario. Non solo perchè in questo caso è il capo del governo a contestare il parlamento e questo già di per sè comporta una illegalità clamorosa, ma perchè il parlamento nel suo complesso, inclusi gli uomini del governo, cioè gli uomini del presidente, hanno condannato gli eccessi della folla. Ne consegue che la legittimità repubblicana è stata salvata e poichè la democrazia statunitense si riconosce interamente in questa legalità, anche la democrazia è salva.
Nel caso invece in cui le istituzioni si fossero proclamate a favore della folla, o una parte di esse, o ancora l’intero elettorato del presidente, cioè settantacinque milioni di americani reali, fossero insorti, avremmo avuto una crisi profonda della legittimità repubblicana, ma non  una crisi della democrazia, perchè la democrazia per l’appunto, si ridefinisce secondo la forza dei numeri.
Per questo l’America ha vissuto una crisi di legalità repubblicana gravissima, ma risolta positivamente in poche ore e mai una crisi democratica.  Il popolo che assale i palazzi compie una scelta illegale, ma pur sempre democratica. La democrazia e la legalità sono interrotte solo quando il palazzo si contrappone al popolo e lo imprigiona, o l’esercito assale il palazzo della rappresentanza, non quando nel popolo si protesta.
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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.