Un’immagine vale più di tante parole: quella della video call del 30 dicembre. Presenti: Ursula von der Leyen (Presidente Commissione UE), Charles Michel (Presidente Consiglio UE); Angela Merkel (Cancelliera tedesca) e Emmanuel Macron (Presidente francese). Tutte le personalità di maggiore peso politico ed economico europeo alla corte dell’ultimo partecipante: il Presidente cinese Xi Jinping. Nel quasi totale silenzio dei mass media, alla fine del 2020 la Cina ha messo a segno un altro colpo nello scacchiere globale. Dopo aver siglato il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) con i Paesi dell’Area Pacifica (novembre), Pechino ha definito il CAI (Comprehensive Agreement on Investment) con l’Unione Europea. Si tratta di un accordo bilaterale sugli investimenti, la cui discussione era in corso da sette anni. Qualora venisse ratificato (dal Parlamento europeo e dal Consiglio UE) il CAI potrebbe entrare in vigore dall’anno prossimo, con l’obbiettivo di ribilanciare le relazioni Cina-UE. E’ la prima intesa che prescrive obblighi sul comportamento delle imprese cinesi nel mercato dell’Unione. In particolare, il patto euro-cinese detta regole di trasparenza sui sussidi di Stato (estendendo le regole WTO per i beni industriali anche ai servizi) e vincoli allo sviluppo sostenibile e sul lavoro, con impegni assunti da Pechino contro il lavoro forzato e per la ratifica delle relative convenzioni fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del lavoro. L’intesa vieta inoltre, in modo specifico, trasferimenti obbligati e ogni tipo di interferenza statale nella concessione delle licenze tecnologiche. Essa include anche una protezione rafforzata delle informazioni commerciali sensibili, legate alla proprietà intellettuale e dei segreti industriali, anche nei procedimenti amministrativi. Infine, esclude dalla zona d’azione delle attività cinesi (private e statali) in Europa i servizi pubblici, le infrastrutture strategiche e tecnologiche. Nel contempo, il CAI garantirà agli investitori UE un migliore accesso al mercato cinese, consentendo loro di competere in condizioni di parità indipendenti dalle politiche interne, vincolando l’intero percorso di liberalizzazione degli investimenti intrapreso dalla Cina negli ultimi vent’anni a regole che toccheranno anche il pregresso. Pechino si è impegnata inoltre ad eliminare restrizioni quantitative, limiti di capitale e requisiti delle joint venture in una lunga serie di settori. Ad ultimo, la UE potrà ricorrere ad un meccanismo di risoluzione delle controversie, previsto dallo stesso protocollo d’intesa, in caso di violazione degli accordi. Sembra una Caporetto per la Cina, costretta ad adeguarsi agli standard europei. E’ proprio così? Un celebre precetto di Deng Xiaoping recita: “Nascondi la tua forza; aspetta il momento giusto”. Vediamo cosa si cela dietro l’apertura cinese, in tre punti. In primo luogo: le condizioni economiche. Pechino è l’unico grande Paese che esce vincente dalla pandemia: secondo le stime dell’IMF nel 2020 il PIL cinese ha messo a segno un rialzo dell’1.9% (contro un ribasso generalizzato di tutti i Paesi sviluppati), ripresa che accelererà fortemente nell’anno in corso (+7.9% PIL, IMF forecast). Crescita solida e inarrestabile, ma a fronte di quali squilibri? Il debito delle imprese è in forte crescita, e ha raggiunto valori di difficile sostenibilità (il 335% del PIL a giugno 2020). Proprio per questo, a partire dallo scorso anno, Pechino ha modificato la legge fallimentare, con una svolta che ha dato il via ai default controllati. Mentre infatti in precedenza vi era la certezza che il governo (centrale o locale) sarebbe sempre intervenuto per garantire le grandi imprese, la logica è stata sovvertita. I default di Huachen Automotive, Yongcheng Coaland Electricity e Tsinghua Unigroup hanno dato il via al nuovo approccio: niente più ciambelle di salvataggio alle aziende che annaspano alla scadenza dei loro bond; si procederà con fallimenti controllati sia delle imprese pubbliche che di quelle private. Gli investitori sono avvisati. Procediamo con il secondo punto. Il rispetto dei Trattati. Pechino, in piena emergenza Covid-19 (30 giugno 2020) ha approvato una legge sulla sicurezza nazionale che dà alla Cina un maggiore controllo su Hong Kong, dove da quasi un anno si manifestavano proteste volte a preservare il regime democratico della città. Il principio “un Paese due sistemi” (secondo il quale Hong Kong appartiene alla Cina, pur mantenendo un proprio ordinamento politico e amministrativo) stabilito dall’Accordo del 1997 di restituzione di Hong Kong a Pechino da parte di Londra è stato minato alle fondamenta. “Una legge sulla sicurezza nazionale è stata imposta a Hong Kong attraverso un processo a cui nessuno a Hong Kong ha partecipato, con contenuti che nessuno conosce. Questo segna la fine dell’autonomia di Hong Kong”, ha affermato Alvin Cheung, esperto di diritto alla New York University US-Asia Law Institute. Come dire, più che al rispetto dei trattati, Pechino bada alla legge del più forte. Arriviamo al terzo punto. Nel mese di novembre scorso era previsto il collocamento sui mercati di Shanghai e Hong Kong di ANT Group. Uno dei big fintech cinesi, controllato da Alibaba del miliardario Jack Ma. Ma il giorno prima dell’avvio dell’operazione, l’Autorità di regolamentazione e vigilanza cinese ha sospeso l’operazione a tempo indeterminato. E c’è di più: Jack Ma, non appare più in pubblico dalla fine di ottobre. Sparito. Cosa c’è dietro? Il miliardario aveva pubblicamente criticato le leggi che regolano gli istituti di credito cinesi, definiti “banche di pegni”. Secondo le indiscrezioni, l’ordine di sospendere il collocamento di ANT Group è arrivato dai massimi livelli, forse addirittura da Xi Jinping. A seguito di tale decisione, il sistema finanziario cinese ha perso centinaia di miliardi di dollari, in termini di valutazioni di Borsa. Ma il messaggio è chiaro: nessuno è sopra il Partito Comunista e non c’è un prezzo per questo. Un famoso detto cinese afferma: “Chi diventa troppo grasso, deve stare attento a non fare la fine del maiale”. Cinismo? No; è solo il sistema cinese. L’Unione Europea farebbe bene a tenerlo presente.