Se volessimo seguire la narrazione dominante, diffusa nei giorni scorsi dai media mainstream, potremmo anche noi raccontare che i nuovi Re Magi del XXI° secolo, convenuti il 5 gennaio ad Al Ula, antica città fortificata dai nabatei lungo la via dell’incenso, abbiano portato in dono all’umanità la pax qatariota.

Durante il 41° vertice del GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo) infatti è stato raggiunto un accordo che pone le premesse per la cessazione, dopo circa tre anni e mezzo, di un embargo anti-Qatar decretato, a metà 2017, da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein, con l’accusa di appoggiare e finanziare gruppi terroristici legati ai Fratelli musulmani.

Il Qatar ha pagato un prezzo poco più che simbolico, accettando di rinunciare a tutte le controversie legali avviate a seguito dell’embargo stesso, resistendo alle sanzioni imposte a suo tempo dalla banda dei quattro.

Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Della compiuta definizione di un nuovo assetto strategico o, piuttosto, di un parziale allentamento della tensione, propedeutico a futuri riequilibri che al momento si intravedono soltanto in controluce? Allo stato attuale sembra più ragionevole propendere per il secondo scenario, considerato anche il litigioso consesso dei paesi del Golfo, caratterizzato da interessi divergenti più che da unità d’intenti.

Va inoltre chiarito che, sotto le vesti di un rapprochement corale, favorito dall’operoso Kuwait (insieme all’Oman l’unico paese a non aver mai aderito all’embargo) e dagli ultimi sprazzi della diplomazia USA pre-Biden, si cela in realtà una partita giocata soprattutto da Turchia ed Arabia Saudita.

La Turchia continua a registrare score positivi sul pallottoliere geopolitico del Medio Oriente allargato: dopo la Siria, la Libia e l’Azerbaigian, solo per citare tre delle sue ultime “success story”, il neo-sultano Erdogan aggiunge un altro tassello alla sua politica di potenza, che si muove lungo linee di profondità strategica, in grado di restituire benefici nel medio-lungo termine: esempio ne sia l’installazione ed il mantenimento di una base militare turca in territorio qatariota.

Dal canto suo il Regno Saudita, dopo lo spinoso caso del giornalista dissidente Khashoggi ucciso probabilmente dai servizi sauditi in territorio turco, ricomincia a tessere relazioni di interesse con l’arrembante Erdogan, soprattutto in funzione anti-iraniana.

Chi ha dovuto invece subire l’accordo di Al Ula senza contropartita alcuna, sono gli Emirati Arabi e l’Egitto; se i primi si limitano, per il momento, a mantenere un atteggiamento di diffidenza e sotterranea ostilità verso l’Emirato qatariota, l’Egitto ha accusato il colpo: si tratta infatti del secondo smacco subito nel giro di pochi mesi, dopo che il Generale Haftar, proconsole del Cairo, ha miseramente fallito nel tentativo di strappare la Tripolitania al Presidente Al Serraj, sostenuto con efficacia dalle truppe di Ankara e dai finanziamenti del Qatar.

Non dimentichiamo, inoltre, che Turchia ed Egitto sono su opposti fronti anche per via di una feroce disputa sulle acque territoriali nel quadrante orientale del Mediterraneo, cruciale per gli enormi giacimenti energetici da poco scoperti nei sottostanti fondali marini.

Vi è infine la questione dell’islam politico che assume in questo caso le sembianze dei “Fratelli musulmani”, una corrente sunnita, accusata di metodi terroristici soprattutto dall’Egitto dove governò per una breve stagione al termine delle primavere arabe: Al Sisi li vede come il fumo negli occhi, dopo averli spodestati con un colpo di stato nel 2013, accusando Qatar e Turchia di sostenerli.

I veri vincitori di questo round sono, con ogni evidenza, la Turchia ed il suo junior partner qatariota ma, sullo sfondo, l’altro beneficiario dell’attuale assetto è senza dubbio l’Iran.

Se è certamente vero che dalla conflittualità e dalla tensione tra i paesi del Golfo la Repubblica islamica ha tutto da guadagnare, è altrettanto acclarato che, per il momento, l’Iran tiene la posizione: infatti il Qatar non ha certo allentato gli stretti legami politici ed economici con la Repubblica teocratica, nonostante il suo territorio ospiti, oltre alla già menzionata installazione militare turca, una base dell’aviazione statunitense.

Ma nel Golfo, dove nulla è come sembra, le posizioni dei numerosi attori sono in via di assestamento, in attesa anche di quelle che saranno le prossime mosse della nuova amministrazione Usa di Joe Biden.