Lo scatenarsi della violenza di estrema destra negli Stati Uniti che ha avuto, per il momento, la sua più evidente espressione nell’invasione di Capitol Hill seguita al discorso incendiario di Trump, ha messo in secondo piano, in questa fase, l’esistenza anche di un radicalismo di sinistra che ha assunto nel tempo varie forme.

Il radicalismo di sinistra si era modellato, in passato, sulle forme degli analoghi indirizzi presenti in Europa. Negli anni ’30 del Novecento, in particolare, il collante di questa sinistra era stato l’antifascismo che trovò espressione nella partecipazione alla guerra civile spagnola e, conseguentemente, in forme di simpatia o di adesione verso la causa comunista impersonificata dall’URSS. Ma non mancarono negli Stati Uniti altre correnti di estrema sinistra, dagli anarchici ai trozkisti, che si caratterizzavano soprattutto per la loro presa di distanza dall’ortodossia stalinista. Nel dopoguerra la vicinanza all’Urss continuò, anche se in forma minoritaria, e caratterizzò soprattutto gli ambienti della cultura e dello spettacolo, mentre col tempo presero particolare vigore le correnti pacifiste. La guerra del Vietnam costituì un tornante decisivo per una più estesa radicalizzazione di masse di giovani fino ad allora estranei alla politica, una radicalizzazione che si incrociò con quella derivante dall’esplodere, in forme spesso violente, della questione razziale.

La fine della guerra del Vietnam non significò la fine della radicalizzazione a sinistra. Al di là dei consueti ambienti intellettuali furono soprattutto le organizzazioni afroamericane che riproposero nel tempo, in varie forme, l’irrisolta questione razziale. Alcune di quelle organizzazioni percorsero una strada legalitaria che le portò a ottenere notevoli conquiste nel campo dei diritti civili. Altre mantennero un carattere rivoluzionario, almeno nelle intenzioni, che si fondava sulla convinzione che la conquista dei diritti civili non aveva sostanzialmente modificato la condizione degli afroamericani.

Perfino l’elezione di un presidente afroamericano come Obama e l’ascesa di altri afroamericani a ruoli di primaria importanza non ha sensibilmente cambiato la condizione di sostanziale inferiorità sociale ed economica nella quale vive la maggioranza della popolazione nera negli Stati Uniti. Ciò spiega, in gran parte, il permanere di forme di radicalismo di sinistra, sollecitate a loro volta dal diffondersi di forme di radicalismo di estrema destra in una parte della popolazione bianca.

Tra il radicalismo di destra e quello di sinistra esiste tuttavia una sostanziale differenza. La cultura di destra negli Stati Uniti è passata da un forte conservatorismo, caratterizzato tuttavia dal rispetto e dalla difesa delle istituzioni a affermazioni sempre più segnate da un rifiuto globale della cultura dominante, arroccandosi su posizioni che prevedono anche l’uso della violenza per difendere quello che, a parere dei loro sostenitori, è lo spirito autentico dell’America. La presidenza Trump è apparsa come l’espressione di queste tendenze ma pur sempre all’interno di un quadro legalitario. La situazione è precipitata con le elezioni del 3 novembre e con il rifiuto del Presidente di riconoscerne la validità avviando una campagna di delegittimazione delle istituzioni democratiche che ha avuto il suo epilogo nell’invasione di Capitol Hill.

A fronte di questa progressiva fuoriuscita del radicalismo di destra dall’ambito del rispetto delle istituzioni democratiche il radicalismo di sinistra, al contrario, ha preso la strada della partecipazione a queste istituzioni per cercare di influenzarle dall’interno. L’esempio più significativo di questa tendenza è stata l’elezione a membri del Congresso di quattro donne, di origine afroamericana o latinoamericana, due delle quali musulmane (Ilhan Omar, Alexandra Ocasio-Cortes, Rashida Tlaib e Ayonne Pressley), che hanno investito le istituzioni delle problematiche di cui sono portatrici e al tempo stesso simbolo, quelle delle discriminazioni di genere e razziali.

Se questo inserimento nelle istituzioni del radicalismo di sinistra rappresenta un notevole salto di qualità rispetto al periodo nel quale nel mondo afroamericano avevano preso il sopravvento organizzazioni estremistiche come il Black Power, le Pantere Nere ed altre, non si può tacere l’emergere di un’altra tendenza che per certi aspetti è trasversale, coinvolge cioè sia parte della popolazione afroamericana che parte di quella di origine europea.

Si tratta della cosiddetta “cancel culture”, che si è ampiamente diffusa nel mondo della produzione culturale e dello spettacolo e che proprio per questo ha avuto ed ha un rilevante influenza negli ambienti più diversi. Non si tratta soltanto, secondo questo indirizzo, di rimuovere dalla produzione culturale persone o aziende ritenute colpevoli di aver sostenuto – anche in passato o con presunte singole azioni personali – valori contrari ai diritti delle minoranze, alla parità di genere, all’uguaglianza e in generale al politicamente corretto. La “cancel culture” va molto più in là e, ,come si è visto nelle prime e più clamorose sue manifestazioni, intende “cancellare” tutte le tracce visibili della storia che non corrispondono ai canoni di ciò che è ritenuto politicamente corretto.

La rimozione o la distruzione delle statue dedicate a personaggi che vengono ritenuti in qualche modo coinvolti o complici di comportamenti razzistici o comunque discriminatori è stato l’aspetto più clamoroso di tale campagna che appare tanto più grottesca in quanto gli Stati Uniti sono un Paese che, nel bene e nel male, si è formato attraverso successive ondate migratorie -volontarie o coatte, come nel caso della tratta degli schiavi – che ne hanno definito l’attuale carattere demografico. A una legittima e necessaria presa di coscienza delle contraddizioni che sono alla base della nascita e dello sviluppo della nazione americana – come di quasi tutte le altre nazioni e, verrebbe voglia di dire, di qualsiasi creazione umana – si vuol sostituire una furia distruttrice che non può che provocare reazioni di segno opposto.

Resta da vedere se la presidenza Biden, che nasce sotto il segno della normalizzazione e del ritorno a forme di convivenza civile che oggi appaiono compromesse, saprà contrastare tutte queste forme di radicalismo che hanno alterato il volto degli Stati Uniti, un grande Paese pieno di contraddizioni ormai inaccettabili ma anche portatore di valori di libertà che oggi sono ancora più preziosi di fronte alla crescita di dittature o di democrature di vario genere.

(Foto di Markus Winkler – Pixabay)

Articolo precedenteRecapitato all’Italia l’invito al G7 in Cornovaglia
Articolo successivoLa posizione del PRI sul polo energetico in Romagna
Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).