Il sistema politico degli Stati Uniti d’America è composto di due partiti contrapposti, quello democratico e quello repubblicano. Di fatto, però, sono un unico partito, entrambi raffigurano il grande capitale finanziario, militare, manifatturiero ecc., nella sostanza  i due partiti sono due comitati elettorali e rappresentano una “minoranza” della popolazione statunitense, cioè quella parte degli americani “attivi” in politica e nella società che conta; nonostante ciò, alle scorse elezioni di novembre 2020, si è avuta la più grande affluenza degli ultimi decenni, soprattutto il voto anticipato per posta, ha superato i 100 milioni di voti, un vero record.

La competizione elettorale vedeva da una parte Trump Presidente uscente e Biden, democratico di lungo corso. Sappiamo com’è andata a finire. In questo scritto non entrerò in merito a quanto successo fuori e all’interno del Congresso Statunitense. Mi concedo comunque una citazione di Ortega y Gasset che credo ben mostri il progressivo abbassamento della qualità della vita e della nostra società “La caratteristica del momento è che l’anima volgare, sapendosi volgare, ha il coraggio di affermare il diritto alla volgarità”.

Mi concentrò  sulla storia recente e meno degli Stati Uniti, perché quello che è successo in queste ultime settimane ha motivazioni più profonde che risalgono alle precedenti amministrazioni e alla nascita degli Stati Uniti d’America, ai rapporti con la Cina, la Russia e l’Europa. Inoltre, cercherò, a volo d’aquila, di analizzare alcuni dati economici in rapporto con la Cina, ma soprattutto cosa cambierà per l’Unione Europea con Biden come Presidente degli Stati Uniti d’America.

Obama e Biden. La vittoria di Trump.

Da ricordare che una delle prime nomine di Obama, che tante speranze di cambiamento aveva suscitato, già inviava un forte segnale di continuità con la precedente politica estera e militare, la nomina di Joe Biden come vice presidente. Joe Biden, uno dei maggiori sostenitori dell’invasione dell’Iraq tra i democratici al Senato, e un veterano dell’establishment. Perché se nel 2016 ha vinto Trump dopo otto anni di governo alla Casa bianca di Obama, qualche errore sarà stato pur commesso dai democratici. Che cosa ha lasciato l’eredità di Obama? Ha lasciato un’America più povera, un’economia in crisi, un’America divisa, dove le disuguaglianze sociali, di là da una timida riforma sanitaria, si sono accentuate. Trump in questa situazione seppe interpretare le richieste dell’altra America, quella degli operai, dei bianchi del sud, dei nazionalisti, dei popolisti, dei sovranisti, ma soprattutto l’America rurale ed emarginata. Trump, con sorpresa di molti, vinse le elezioni contro una Clinton espressione dell’establishment. La vittoria di Trump non ci doveva però sorprendere, non solo perché le crisi economiche spingono a rivolgersi a chi promette di più, ma perché l’America è il Paese più “radicale” dei Paesi occidentali e questo lo deve alla sua storia e alla sua idea di democrazia che ha molte sfaccettature.

La democrazia statunitense.

Per cercare di capire cosa è successo negli ultimi decenni negli USA, credo sia utile tornare un indietro nel tempo. La democrazia statunitense solo in parte nasce con l’illuminismo ha anche altre radici culturali.  I coloni, i padri pellegrini, puritani radicali, seriosi e cupi, seguiti da altri puritani, forse meno radicali e più allegri, erano convinti di essere il nuovo popolo di Israele cui Dio aveva dato il compito di costruire una nuova Canaan e di erigere una “città sulla collina”, faro per il resto dell’umanità. Quanto al distinguersi dagli europei, ebbene, il loro governo non fu esattamente liberale e non si fecero scrupoli a bruciare streghe, proprio come facevano “i papisti” della Santa Inquisizione. I loro discendenti, persone dall’indiscussa moralità, che piacesse loro o meno, si portavano dietro la mentalità, i valori e i fondamenti di common law della madrepatria, uniti agli ideali dell’Illuminismo francese. Un miscuglio di culture. Non c’è da stupirsi se oggi assistiamo a queste contrapposizioni.

Biden sarà in grado di pacificare le due Americhe così profondamente diverse?  E’ difficile dare una risposta. Biden rappresenta sotto molto punti di vista la conservazione, i democratici non sono riusciti a esprimere un Presidente all’altezza del momento storico turbolento che il mondo sta attraversando. Naturalmente spero di essere smentito. La speranza, che è una virtù teologica, ci dovrà accompagnare ancora per molto tempo. La realtà, però, sarà molto più dura. Qual è oggi la realtà? La crisi economica e la Cina in primis, che sono la faccia della stessa medaglia.

La crisi economica. Il terzo mondo all’interno della prima potenza mondiale.

La crisi economica innescata dal covid-19 ha creato all’interno degli USA una situazione ancora più grave di quella del 1929, i sussidi di disoccupazione hanno superato i 33 milioni. La mancanza di un sistema sanitario adeguato ha determinato una situazione molto grave, un terzo mondo all’interno della prima potenza economica mondiale. Nel frattempo il patrimonio dei più ricchi è aumentato; è in questo contesto macroeconomico che si sono svolte le elezioni. Joe Biden eredita un’America socialmente divisa e profondamente lacerata e la violenza di questi giorni con i suoi morti e i suoi feriti lo conferma.  La promessa di “abbandonare il mondo” e di pensare solo agli americani, “America first”, è stata disattesa nei fatti dallo stesso Trump e forse questo, era persino inevitabile. Gli americani non possono pensare solo a proteggere se stessi, sono destinati a oscillare tra isolazionismo e interventismo, pace e guerra, “terra e mare”, avrebbe detto Carl Schmitt. Biden ha fatto grandi promesse di una società diversa ma non è Sanders. Le sue sono solo parole. Egli ha vinto semplicemente perché il progetto di Trump si è rivelato, da un punto di vista geopolitico, irrealizzabile. Il virus “cinese” ha fatto il resto.

Gli Stati Uniti e la Cina. Una guerra economica.

Il peso degli USA nel secondo dopoguerra sull’economia mondiale era superiore al 50% un peso economico straripante, dopo 40 anni nel 1995 il peso dell’economia statunitense si era dimezzato attestandosi intorno al 25% del Pil mondiale. Oggi il peso arriva al 20% del Pil mondiale. Se prendiamo in considerazione il settore manifatturiero, si osserva che il 28,5% si concentra in Cina (dati 2019) nel 1995 era del 5%. Mentre il peso sulla manifattura Usa è del 17,2%. Il dato più sorprendente è dato dal potere d’acquisto, la Cina ha superato gli USA, insomma la Cina uscirà vincitrice da questa “guerra”. E su questo il fattore covid-19, farà da acceleratore a questa competizione. Ed è proprio con la Cina che l’America dovrà fare i conti e in questo confronto avrà bisogno dell’appoggio dell’Europa. Sarà dunque interessante capire come Biden si “accosterà” all’Europa. Cerchiamo di anticipare alcune mosse in base ai rumors dei vertici europei, soprattutto Francia e Germania, hanno accolto la vittoria di Biden.

Europa. Che cosa cambia dopo le elezioni Americane con la vittoria di Biden

Per avere una idea o comunque per cercare di immaginare uno scenario europeo dopo le elezioni statunitensi,  merita un’attenzione particolare, l’articolo pubblicato dal Presidente della Repubblica tedesca sulla “FAZ”, con il titolo “Deutschlands Chance”. Steinmeier pone l’accento su tre possibilità che la Presidenza Biden potrebbe offrire. Secondo Steinmeier, dopo i tentativi di Trump di dividere l’Europa, restituendo spazio ai singoli Stati nazionali, proprio la nuova Presidenza potrebbe restituire all’Europa e alla Germania una nuova forza. Se Steinmeier intende dire che l’Europa sarà di nuovo al centro dell’attenzione degli americani ha senza dubbio ragione.  In che senso? La Germania, e quindi l’Europa, dovrebbero con Biden alla Casa Bianca rafforzare l’Alleanza Atlantica e darle un senso antirusso e anticinese. Steinmeier si limita a scrivere: “Ciò che ci unisce agli americani più che a qualsiasi altra nazione è l’idea di democrazia. Noi tedeschi dovremmo certo essere gli ultimi a impartire lezioni di democrazia e tuttavia la democrazia oggi è proprio ciò che ci unisce agli americani, certo molto di più che ai cinesi e ai russi”.

Nessun dubbio sull’idea di democrazia, anche se ormai è lecito chiedersi se non stiamo già vivendo, grazie all’uso politico del virus, in un mondo post democratico, con parlamenti nazionali che non contano quasi più nulla e governi che si limitano a gestire (nel nostro caso male) emergenze sanitarie con atti amministrativi.  Torniamo a Steinmeier che lancia un messaggio geopolitico diverso da quello di Merkel, che diceva: “ormai non possiamo più contare sulla protezione statunitense. L’Europa deve occuparsi del proprio destino, è questo il compito del futuro”. Le parole del Cancelliere tedesco risalgono al 2018. Proprio l’atteggiamento “europascettico” di Trump aveva finito col dare una nuova accelerazione al motore franco-tedesco per il rilancio europeo. Con la sconfitta di Trump rallenta, anzi si ferma il rilancio del Vecchio Continente che avrebbe potuto cercare, e forse anche finalmente trovare, una propria posizione geopolitica autonoma tra atlantismo ed euroasiatismo.  Questo è quello che forse potrebbe accadere. Steinmeier vede nuove possibilità per la Germania e per l’Europa proprio grazie alla vittoria di Biden. Non prende però in considerazione il fatto che le possibilità di cui egli parla sono limitate dalla dipendenza che la Germania e l’Europa potrebbero tornare ad avere rispetto agli Stati Uniti. La Germania in Europa e l’Europa nel contesto globale non saranno in grado di svolgere un ruolo autonomo, di equilibrio, nella situazione geopolitica globale, ma saranno ancora una volta gli alleati preziosi degli Stati Uniti contro la Cina e contro la Russia?

L’Europa stretta nella morsa.

Il Presidente francese Macron, in un’intervista rilasciata a “Le grand Continent”, ha sostenuto che anche con Biden “dobbiamo continuare a costruire la nostra autonomia per noi stessi, come gli Stati Uniti fanno per loro e come la Cina fa per sé”. Poi però ha finito per prevalere un‘altra linea: il Cancelliere tedesco che ha imposto il recente Trattato tra UE e Cina sugli investimenti tra i due blocchi economici. La Francia almeno è stata invitata alle trattative, l’Italia no. E questo è avvenuto nel silenzio generale. Del resto le vicende libiche e quelle egiziane fanno bene emergere che l’Italia non conti più nulla non solo in Europa ma neppure nel Mediterraneo, dove turchi e russi si sono spartiti la Libia. Quando Biden dice che ci vuole “più Europa” intende soltanto bloccare in Europa la potenza tedesca, le sue aperture commerciali con la Cina e la sua naturale proiezione verso Est, e avere un’Unione Europea allineata con gli USA e per questo ostile a Russia e Cina. Gli americani con la nuova amministrazione faranno di tutto per impedire l’iniziata penetrazione dei cinesi in Europa con le nuove vie della seta e la sua trasformazione in potenza talassocratica.  La Germania ha altri interessi e li sta facendo prevalere in Europa. Con Trump aveva vinto la “voglia di nazione” e questa si era diffusa dall’America del Nord in tutto il Vecchio Continente con i movimenti sovranisti; con Biden questo processo s’interrompe e ritorna l’America prima di Trump. L’Europa invece di svolgere un ruolo autonomo resta “stretta nella morsa” – per riprendere un’efficace espressione di Martin Heidegger – tra Stati Uniti e Cina. Di più, l’Europa prima almeno era una grande potenza economica, ora avendo “chiuso tutto” – mentre in Usa, Cina e Russia tutto è aperto – anche l’economia è in crisi e all’epidemia si aggiungerà la povertà.

Questo potrebbe essere lo scenario dopo le elezioni americane con la vittoria di Biden. L’idea di un mondo multipolare dovrà fare i conti con questa realtà: il ritorno “dell’Impero americanoe il “virus” cinese. E non è detto che sia sufficiente un vaccino per immunizzarci dal virus cinese.