Un discorso misurato e semplice, privo di toni trionfalistici, ricco di ricorrenti riferimenti all’unità della Nazione, alle sfide della pandemia e della crisi economica che colpisce imprese e lavoratori, alla concordia necessaria per affrontarle e per riaffermare la fiducia nella solidità delle fondamenta del modello di convivenza americano. Joe Biden ha così inaugurato il suo mandato nella evidente consapevolezza delle difficoltà oggettive e delle divisioni socioculturali del Paese, anche preesistenti alla Presidenza Trump ma di cui quest’ultimo si era fatto interprete con evidenti toni di rottura.

In una Washington blindata la condanna della violenza e del suprematismo bianco è stata la sola eccezione ad una narrativa pacata, forse volutamente distante da quella del predecessore. La ricerca di intese con le componenti repubblicane più distanti da Donald Trump potrebbe suggerire l’interesse a recuperare forme di mainstream classico anche per bloccare il Partito dei Patrioti sul quale lo stesso Trump potrebbe contare in vista del 2024 e già, tra appena 22 mesi, alle elezioni di mid-term, autentico incubo di ogni Amministrazione, per il rinnovo della House e di un terzo del Senato.

Chi poteva attendersi maggiori indicazioni sulle linee di politica economica e sociale della nuova Amministrazione è rimasto forse deluso. Si tratta di un terreno sul quale è lecito prevedere un ruolo spiccato della vice Presidente Kamala Harris e del Dipartimento del Tesoro affidato a Janet Yellen.

Altrettanto dicasi per l’assenza di riferimenti alla posizione ed al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Anche a tale riguardo è forse prevalsa la consapevolezza che, in un contesto internazionale multipolare, dominato dalla complessità e dall’incertezza, il terreno è minato da una serie di appuntamenti nevralgici che spaziano dal commercio internazionale alle sfide strategiche con la Cina e la Russia, dai dossier iraniano, coreano, turco fino alle luci ed alle ombre del rapporto con l’Unione Europea. A tale ultimo riguardo, l’assenza di richiami agli alleati tradizionali od al metodo multilaterale è sintomatica della ridefinizione, necessariamente problematica, di una linea di condotta su temi quali i rapporti tra l’Unione Europea e la Cina, la tassazione delle GAFA, l’annoso duello tra Airbus e Boeing, la vicenda del Northstream 2.

È probabile che il neo Presidente preferisca, nell’attuale fase, affidare ad un team di collaboratori particolarmente collaudati, tra i quali spicca il Segretario di Stato Anthony Blinken, la definizione delle policies attinenti alle relazioni internazionali. Una decisione, per un verso saggia, per altro verso foriera di quelle disfunzioni inter-agencies che, durante l’Amministrazione Obama-Biden hanno spesso caratterizzato la posizione americana, ad esempio sulla Siria e la Libia.

In ogni caso, il 20 gennaio ha segnato il ritorno degli Stati Uniti sul binario della normalità sia pur in tempi eccezionali.

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Ambasciatore. Consigliere diplomatico dei Presidenti del Consiglio Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi e Lamberto Dini. Dal 1979 al 1984 è vicerappresentante permanente italiano presso l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) a Parigi. Sherpa ai Vertici G7 di Halifax 1995 e Lione 1996. Ambasciatore a Parigi 1995-1999. Dal 1999 al 2003 è Ambasciatore d'Italia presso l'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) a New York. Dal 2003 al 2005 è Ambasciatore d'Italia in USA. Dal 2020 è Responsabile nazionale esteri del PRI.