La Direzione nazionale del Pri si riunisce, telematicamente, in uno dei peggiori momenti politici del secondo dopoguerra. Consapevole di cosa ci attendeva, il segretario nazionale Corrado Saponaro De Rinaldis, il marzo scorso, disse subito due cose: solidarietà nazionale, cioè un governo che non avesse mai problemi di numeri per decidere, e una personalità di riconosciuto prestigio internazionale per guidarla.
In verità, i due principali provvedimenti che sono stati presi da allora nel Paese, il trasferimento del potere legislativo al governo per l’emergenza coronavirus e poi lo scostamento di bilancio, al di là del fatto che siano giusti o sbagliati, sono stati assunti con criterio pressochè unanime dal Parlamento. La gestione degli stessi però è rimasta esclusivo appannaggio di una parte. Da qui il fatto che il dialogo fra gli schieramenti  non sia mai decollato e si sia arrivati persino allo scollamento della stessa maggioranza. Questo per essersi rimessi ad un presidente del consiglio che ha provocato le opposizioni anche quando diceva di volerne la collaborazione, e si è vantato di aver perso una parte della sua coalizione quando ora è costretto ad inseguire i deputati ed i senatori più disparati per restare in piedi.
L’assenza di una piena condivisione parlamentare, da parte dell’intero, o almeno della maggior parte del Parlamento, su provvedimenti che concernono diritti essenziali degli italiani, ha procurato un profondo disagio costituzionale. Soprattutto permette a parte di coloro che pure hanno consentito il verificarsi questa situazione di deprecarla, lasciando scoperto il governo davanti all’opinione pubblica. Siamo arrivati al punto che l’onorevole Meloni cita Costantino Mortati per dire al capo dello Stato che la divaricazione apertasi fra paese reale e istituzioni, consiglia lo scioglimento anticipato della legislatura.
Nonostante lo scostamento sia autentico, le condizioni generali, non potevano che condurre ad un aumento di simpatia per coloro che si oppongono ad un tale governo, bisognerebbe evitare assolutamente lo scontro di una campagna elettorale. E’ chiaro poi che se nello stesso partito repubblicano si ritenesse che con qualche buon suggerimento ad un simile presidente del consiglio la situazione si potesse raddrizzare, il Paese intero cadrebbe in una fossa senza via di scampo. Cosa che avverrà se la maggioranza resterà convinta di difendere l’attuale compagine di governo e chi la presiede. Non è detto nemmeno che con tale ostinazione a cui corrispondono  numeri  disperati, si arrivi davvero alle elezioni. In quel caso, coloro che vinceranno saranno ben felici di non rinunciare alla gestione dell’emergenza con più autoritarietà di chi già l’ha imposta.
Non sarà un bene per la democrazia del paese, ammesso che lo sia sotto gli aspetti più generali, come quello sanitario ed economico. Per tutte queste ragioni il partito ha rafforzato in questi mesi le sue intese con le forze liberali, preoccupato di dover presto offrire un’alternativa politica a due schieramenti che nel loro sterile contrapporsi, si sono mostrati fallimentari. Una alternativa tuttavia, non sarà immediata, perché il riflesso insano della vocazione maggioritaria resta quello di armare una fazione contro l’altra.
L’onorevole Bersani, un fanatico di questo schema, ha detto che la campagna elettorale sarà Salvini contro Conte, il che significherebbe che lo schieramento di Conte ha già perso.
Il partito repubblicano si sforza di lavorare per qualcosa che domani possa vincere e soprattutto sappia migliorare le condizioni disperate in cui ci ha condotti l’avvocato Conte.