Alle elezioni politiche dello scorso novembre il prevalere di Maia Sandu, accreditata dai media occidentali come filoeuropea ed europeista, ha fatto esultare le cancellerie dell’Unione che, da almeno vent’anni, si barcamenano in una politica di vicinato dagli esiti incerti e dai risultati ancora poco tangibili, per i cittadini del paese più povero d’Europa.

La Moldavia, oggi come ieri, è per sua stessa natura provincia di due imperi, non solo per via della sua collocazione geografica, posta com’è a cerniera tra mondo post-sovietico e nuova Europa, ma anche e soprattutto per la composizione etnico-linguistica della sua popolazione.

Il fiume Nistru, che i russofoni chiamano Dniestr, è la prima frontiera interna della Republica Moldova, denominazione ufficiale assunta dal paese nel 1991 dopo la disgregazione dell’Urss, di cui era parte insieme alle altre quattordici Repubbliche socialiste sovietiche.

A sinistra del fiume vive una popolazione a maggioranza rumenofona cui giunge sempre più forte la voce delle sirene nazionaliste di Bucarest che cantano le epiche gesta della Grande Romania, di cui un tempo la Moldavia era un feudo. Sulla riva destra troviamo invece una popolazione a maggioranza russofona, auto-proclamatasi indipendente da Chisinau dopo una guerra civile scoppiata nei primi anni novanta del secolo scorso: la Repubblica di Transnistria, spalleggiata da Mosca che vi ha installato un robusto contingente militare.

Queste due anime della Moldavia convivono da quasi trent’anni con fasi alterne di avvicinamento ed allontanamento, spesso determinate da fattori (ed attori) esogeni, più che domestici.

Tra questi ultimi, come abbiamo visto ci sono la Russia e la Romania, ognuna delle quali tira per la giacchetta la piccola repubblica: la prima, considerandola parte della sua sfera di influenza geopolitica, intende sottrarla ad un eventuale abbraccio politico-militare dell’Alleanza Atlantica; la seconda inseguendo progetti annessionistici pan-romeni ha finora concesso quasi ottocentomila preziosi passaporti comunitari ai cugini d’oltre confine.

Mentre la vicina Ucraina è distratta dalla questione del separatismo in Donbass, due nuovi pretendenti si sono fatti avanti: Cina e Turchia.

La prima ha scelto come veicolo di penetrazione le grandi corporations statali impegnate nella costruzione di infrastrutture logistiche, delle quali il paese ha enorme bisogno e la stipula di accordi commerciali di libero scambio, aumentando negli anni il livello di investimenti nel paese che vorrebbe utilizzare come un porto franco a cavallo tra Europa ed Asia.

Sul versante turco, invece, l’attivismo geo-politico di Ankara si è spinto sin qui, usando come piattaforma la regione autonoma della Gagauzia, nel sud del paese, dove vive una popolazione di lingua ed etnia turca, seppur di religione cristiano-ortodossa.

I gagausi, storicamente, hanno sempre cercato, e ricevuto, il sostegno della Russia, per bilanciare i tentativi di assimilazione da parte della maggioranza rumena ma negli ultimi anni la Turchia ha guadagnato terreno, utilizzando abilmente il suo soft power, attraverso la TIKA, cioè l’Agenzia Turca per la Cooperazione e lo Sviluppo. L’azione di questa Agenzia non si è limitata, infatti, alla costruzione di importanti infrastrutture, come fatto dai cinesi, ma ha finanziato scuole, borse di studio, eventi e centri di cultura per lo studio e la diffusione della lingua gagausa, nella sostanza un dialetto turco.

Quello che sta facendo la Turchia nella regione autonoma di Gagauzia, con buoni risultati a quanto sembra, si può pertanto riassumere in un sintetico concetto: la costruzione di un’identità nazionale non moldava e neppure russa, ma di matrice pan-turca.

Stressata anche da questa seconda faglia geopolitica, che rischia di sfibrare ulteriormente il suo già logoro tessuto sociale ed istituzionale, la Moldavia, affetta da strabismo geopolitico, fatica a trovare elementi stabili di coesione.

D’altronde, l’europeismo senza Europa della neo-premier Maia Sandu rischia di rivelarsi un’illusione ottica per una nazione che sogna di essere una ma, al risveglio, scopre, amaramente, di essere trina.