In questo periodo di vessazione ideologica dei classici, rivisti sotto la lente dell’ideologia e del giudizio postumo, in cui da Dante ad Omero, i nani hanno la pretesa, ridicola, di giudicare e censurare i giganti. Contro tale superficialità è opportuno opporre la tradizione libera del canone occidentale. Riscoprendo i maestri repubblicani, conservatori e liberali. I Mazzini, i Burke, i Friedman, per riconsiderare il ruolo dello stato, della morale nelle scelte individuali dall’idea di doveri civici ad una prospettiva conservatrice democratica passando per una analisi dell’individuo e del giusto rapporto con le proprie circostanze. Guardandosi bene dai limiti imposti dal puritanesimo del ventunesimo secolo, il politically correct. Riflettere tramite i maestri soprattutto, quei classici che non hanno contemporanei e quindi hanno sempre qualcosa da dire. Come Eliot, come Swift.

Swift questo grande scrittore irlandese che nei suoi Gulliver’s travels, erroneamente liquidato come un romanzetto per l’infanzia, ha messo alla berlina i mali del proprio secolo e della propria società. Mali che non sono cambiati, ma decisamente attuali. Dalla presunzione che muove Gulliver sulla superiorità morale dei posteri rispetto agli antichi a Brobdingnagg, che in nome di ciò permette a sciocchi inquisitori indici ridicoli e anacronistici (come le affermazione sull’Omero sessista e il dante islamofobo). Mostrando la partigianeria dei potenti e dei media che predicano quella doppia morale sempre vantaggiosa, mai etica, vediamo il caso del viaggio a Lilliput. Mostrando nel capitolo dei viaggi di Laputa, l’isola nel cielo, la dipendenza dalla tecnica che ci fa sempre più posseduti che possessori della merce. Attraverso un romanzo immenso e pieno di spunti eterni.

Illuminante Swift lettore di ogni tempo, contro cui i catoni miseri del tempo poco possono.