E’ vero che viviamo in tempi di fake news, è vero che sui social media si possono leggere le affermazioni più assurde e strampalate, tuttavia dovrebbe esserci un limite alle menzogne, soprattutto quando a pronunciarle sono persone che, per la loro storia e per il ruolo che hanno occupato o occupano, dovrebbero avere almeno il senso del limite. Un limite che è stato abbondantemente superato nell’intervista rilasciata da Massimo D’Alema a Repubblica mercoledì 20 gennaio e che ha il titolo che abbiamo riportato, d’altra parte tratto dalle affermazioni contenute nell’intervista stessa.

Si potrebbe rispondere semplicemente che la parola “riformista” è stata considerata dal Pci, in tutta la sua storia, la maggior offesa che si poteva rivolgere a un leader di sinistra. Ma conviene andare più a fondo per mettere in evidenza l’abisso di spudoratezza che c’è dietro l’affermazione di D’Alema. C’è un solo modo per farlo: ripercorrere, sia pure per sommi capi, la storia del Pci per mettere in evidenza che sempre, in ogni occasione, il riformismo è stato considerato dai comunisti uno dei principali nemici da combattere, se non il peggiore.

Lo stesso atto di nascita del Pcd’I, esattamente un secolo fa, fu segnato dalla volontà, imposta dai dirigenti bolscevichi e accettata di buon grado da quelli della corrente comunista italiana, di rompere l’unità del movimento socialista italiano, appunto perché considerato riformista, anche se la direzione del Psi era in quel momento detenuta dai massimalisti.  Ma poiché si doveva preparare la rivoluzione – che non è esattamente una scelta riformista – bisognava restare in pochi ma buoni, pronti a tutto. La scissione del Partito socialista avvenne nel momento di massima offensiva fascista ma questa non fu certo una considerazione che frenò le scelte del gruppo dirigente comunista, un gruppo dirigente che, è bene ricordarlo, rimase immutato – a parte la morte in carcere di Antonio Gramsci – fino agli anni’60 e ’70 del 900.

La fine dell’ondata rivoluzionaria in Italia e in tutta Europa non modificò le scelte del Pci: imprigionato Gramsci, la direzione del patito fu assunta da Palmiro Togliatti che da Mosca, accanto a Stalin, condivise tutte le scelte della politica sovietica che davvero non si possono definire riformiste: dalla teoria del socialfascismo, che appunto considerava i socialisti in quanto riformisti alla stregua dei fascisti, condivise tutta la stagione dei terribili processi di Mosca che colpirono quasi tutti i vecchi dirigenti bolscevichi ma, in particolare, quelli come Bucharin che volevano introdurre elementi di riformismo nella ferrea dittatura staliniana; condivise la scelta di appoggiare il patto Ribbentrop-Molotov che, tra le altre conseguenze, ebbe quella di consegnare ai nazisti migliaia di militanti comunisti.

Anche il periodo più celebrato dal Pci come esempio del suo legame con la causa nazionale, quello della Resistenza, se guardato fuori del mito ci appare coerente con tutta l’impostazione della politica comunista. Già la famosa svolta di Salerno, glorificata dai comunisti come esempio di scelta nazionale, fu concordata, anzi imposta da Stalin, come testimoniato dai diari di Dimitrov, perché rientrava nei piani della politica sovietica. Ma la stessa partecipazione alla Resistenza fu segnata da quella strumentalità che è sempre stato il segno distintivo della politica comunista. Il Pci, contrariamente a quello che avvenne in altri Paesi d’Europa, volle che le bande partigiane fossero organizzate su base di partito. Le Brigate Garibaldi furono così organizzazioni del Pci dove giovani che erano andati in montagna mossi fondamentalmente dal desiderio di combattere contro i tedeschi e i loro alleati fascisti venivano indottrinati attraverso la figura del commissario politico, una figura tratta di peso dall’esperienza sovietica. Senza contare l’avversità dimostrata verso le altre formazioni partigiane, in particolare quelle autonome di origine militare, avversità che condusse anche a tragici episodi.

Il dopoguerra non vide un cambiamento di linea. La tanto decantata partecipazione del Pci alla formazione della Costituzione repubblicana non tiene conto del fatto che alla Costituente il Pci fu una forza minoritaria, inferiore come voti e come seggi anche ai socialisti oltre che ai democristiani, e che la Costituzione italiana rimase saldamente nell’alveo di quelle liberal-democratiche.

In ogni caso a partire dal 1947 il Pci condusse, in stretta obbedienza alle direttive di Mosca, una politica di durissima opposizione ai governi italiani, cercando in tutti i modi di contrastare le scelte che caratterizzarono la scelta di campo dell’Italia: dall’adesione al Patto Atlantico alla costruzione delle istituzioni europee. Fino al 1956, il Pci poté giovarsi nella sua opera dell’appoggio del Psi, e il suo rifiuto del riformismo si esprimeva soprattutto con i continui attacchi contro l’altro Partito socialista, il Psdi guidato da Giuseppe Saragat. Quando, con il rapporto Krusciov e i fatti di Ungheria del 1956, il Psi si distaccò dall’appoggio all’Urss e dall’alleanza con il Pci, anch’esso divenne oggetto della principale accusa, quella di riformismo.

Il legame con l’Urss continuò ad essere l’asse principale della politica del Pci: lo si vide con l’ostilità contro Israele al tempo della guerra dei Sei giorni, lo si continuò a misurare in tutte le campagne condotte anche dopo l’assunzione alla guida del partito da parte di Enrico Berlinguer: l’ultima di queste campagne fu quella contro l‘installazione dei missili a Comiso che avevano la funzione di controbilanciare la minaccia degli SS-20 sovietici puntati contro l’Europa e anche contro l’Italia.

Crollata l’Unione Sovietica, venne l’era dell’apertura degli archivi e delle rivelazioni sui finanziamenti che il Pci aveva ricevuto dall’Urss fino al momento della sua scomparsa.

A questa necessariamente sommaria ricostruzione si dovrebbero aggiungere molti altri episodi, come quello della rabbiosa ostilità che caratterizzò la politica del Pci verso il Psi quando alla guida del partito salì Bettino Craxi, la cui politica può essere oggetto di molte critiche ma che indubbiamente si inseriva, agli occhi dei comunisti, in quel filone riformista sempre aborrito.

Un’aggiunta a quanto detto finora è comunque necessaria. La storiografia comunista – una storiografia di partito che ha avuto la capacità di egemonizzare a lungo gli indirizzi della ricerca e di controllare buona parte dell’Università e più in generale l’organizzazione della cultura in Italia – anche quando ha dovuto ammettere, dopo il 1989-1991, la subalternità del Pci alla politica sovietica, ha tuttavia cercato di salvare un certo carattere riformista del Pci facendo riferimento alla politica condotta in Emilia, Toscana e Umbria, le isole rosse dove la pratica riformista avrebbe avuto la sua più completa espressione.

Certamente dal controllo di quelle Regioni il Pci non poteva promuovere una linea rivoluzionaria. Ma chi ha vissuto quei decenni sa bene che cosa caratterizzava la vita pubblica e anche quella privata in quelle Regioni: un controllo ferreo del Pci su tutte le attività, da quelle economiche a quelle culturali. La stessa vita privata si svolgeva in buona parte lungo i canali tracciati dalle Case del Popolo e più tardi dalla stessa Arci.  Una cappa di piombo, dalla quale non era facile liberarsi.

Il centenario della fondazione del Pci avrebbe potuto costituire una buona occasione per fare i conti con le cause che hanno progressivamente indebolito la forza della sinistra in Italia. Si è invece assistito alla riemersione di vecchi tromboni che hanno voluto cogliere l’occasione per riproporre una mitologia ormai logora. Ma il 21 gennaio dura un giorno e da quello seguente la sinistra ritrova intatti tutti i suoi problemi.

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).