La vera particolarità del modello italiano, la sua unicità mondiale che lo distingue da ogni altro nella lotta al coronavirus è di essersi immediatamente affidato alla protezione civile e di averla subito dopo commissariata.
La Cina, davanti all’esplosione dell’infezione a Wuhan, si rivolse direttamente all’esercito, e nei paesi europei in genere, sono impegnati i ministeri della Sanità e dell’Interno. La protezione civile, al limite, svolge solo un’azione sussidiaria come in Francia. L’America, abbiamo ascoltato Biden, pensa di mobilitare l’esercito per la vaccinazione di cento milioni di americani nei primi cento giorni del suo mandato.
Ovviamente, è plausibile che concentrare i poteri in una figura terza dal governo possa essere utilissimo, curioso invece il commissariamento. Si ritiene necessaria una data struttura e pure bisogna commissariarla per potervisi affidare pienamente.  Se ne deduce che la fiducia del governo non è tanto posta nella protezione civile, quanto nel suo commissario. Inutile dire che la nomina di un commissario e, ovviamente, di uno staff del commissario, presuppone un appannaggio finanziario supplementare.  A meno che tutti loro lavorino gratis per il bene della nazione, il governo aumenta il budget dello Stato per i servigi del commissariamento.
Anche il governo Berlusconi si rivolse alla protezione civile, ma Bertolaso non era il commissario della protezione civile, era semplicemente il capo. Nel momento nel quale si istituisce invece un commissario della protezione civile, abbiamo un nuovo membro del governo che risponde solo al presidente del consiglio, in una procedura che naturalmente il parlamento non ha discusso e che meno che mai controlla. Figuratevi poi se con la necessità di combattere il virus celermente, ci si possa rivolgere al parlamento. Non vogliamo turbare l’esimio professor Pasquino, tutti i poteri siano al governo e quindi al suo commissario.
Il problema istituzionale che si profila, semmai, il professore ne sarà sensibile è che nel momento in cui ci si lega mani e piedi per l’emergenza ad un commissario della protezione civile e poi gli si attribuisce anche il compito di svolgere il piano di vaccinazione nazionale, tanto è bravo, il governo crea una figura che sovrasta l’equilibrio delle istituzioni repubblicane e nomina una autentica super potenza. Per questo fa effetto vedere tale super potenza costernata, addolorata e rattristata per la riduzione delle dosi di vaccino inviate dalla Pfizer. Possibile che un istituto di tale accortezza come quello di cui dispone il commissario non abbia pensato a cosa dovesse succedere nel caso di un qualche ritardo nelle consegne? E se la Pfizer si incendiava? Se resta isolata da una tempesta di neve improvvisa? Se si agita il mare e le navi sono costrette in porto?
Il governo ha indicato correttamente il numero di coloro che devono essere vaccinati entro aprile. 13 milioni di individui, cifra pronunciata dal ministro Speranza, correggendo di 3 milioni il comitato tecnico scientifico che ne aveva chiesti 10 milioni. E il super commissario della protezione civile non ha fatto nulla per garantire che questa cifra venisse davvero raggiunta? Poteva anche solo dire dobbiamo acquistare qualche milione di vaccini extra budget, come ha fatto la Germania, tanto per essere sicuri. Oppure, pensare ad una produzione in proprio, costruiamo una qualche fabbrica. Poteva anche dire, prendo un aereo e li porto io. Tutto insomma, fuorché la scena di disperazione e la minaccia esplicita di una guerra alla casa farmaceutica che produce il vaccino. Per questo non c’era bisogno di un commissario, di un super manager come Arcuri, bastava un tizio qualsiasi.
Chiaramente è ancora presto per fare un bilancio della scelta compiuta dal governo. Quando conteremo i vaccinati ad aprile, sapremo se avremo compiuto un passo verso la vaccinazione di massa entro l’autunno come si era preventivato, o se invece abbiamo fallito anche questo obiettivo.
Speriamo solo di non sentirci dire, è colpa della Pfizer. Anche perché si è saputo che una procura della Repubblica ha arrestato uno stretto collaboratore di Arcuri in una inchiesta di mafia. Sicuramente  un’omonimia con il super commissario. Basterebbe un simile clamoroso episodio per chiedere con le dimissioni del baraccone di Arcuri, quelle dell’intero governo.
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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.