La ricorrenza della scissione di Livorno assume un particolare rilievo storiografico solo nella politica italiana. La vera scissione all’epoca, il partito socialista l’aveva già avuta a destra e da lì a poco, Mussolini ed il fascismo assorbirono tutte le masse che il neonato Partito Comunista d’Italia avrebbe voluto radicalizzare.
Per misurare davvero l’impatto della rottura della tradizione socialista bisogna recarsi in Germania, dove la nascita del partito comunista dissanguò la socialdemocrazia tedesca, che tra l’altro era al potere e procurò un alleato sul piano tattico al partito nazionalsocialista appena emergente. Il nazismo si mostrò altrettanto spregiudicato, ma molto più duttile e capace. E’ comunque altamente probabile che se la tradizione socialista non avesse perso un Mussolini e poi trovato un Hitler, la storia mondiale sarebbe stata diversa.
Queste due personalità ebbero un peso molto superiore alle dottrina con cui si misuravano. Questa dottrina era essenzialmente il marxismo classico, già stato sconfitto in un colpo solo ed ipotecato dalla rivoluzione d’ottobre e dal suo capo, Lenin. Fino a quel momento, novembre 1917, i seguaci di Marx erano convinti che la rivoluzione si sarebbe potuta verificare soltanto nelle condizioni di piena industrializzazione, ovvero quando la classe operaia si sarebbe trasformata in proletariato. Lenin in Russia ruppe con il marxismo tradizionale perché non aveva nessuna intenzione di attendere.
Da qui si instaurò un contraccolpo micidiale sui vecchi partiti socialisti che persero completamente la presa con la realtà, mentre i giovani partiti comunisti si sarebbero presto resi conto di non avere le stesse tecniche di conquiste del potere mostrate dai bolscevichi in Russia. L’equivoco è che la decantata rivoluzione fu solo un colpo di Stato, una presa di palazzo. Poi si chiuse semplicemente la Duma e Lenin andò a ballare sulla neve davanti al Cremlino. L’unico pieno successo ottenuto dai comunisti in Ungheria venne piegato nel giro di pochi mesi dalla reazione militare, mentre in Germania, la rivoluzione tedesca fu repressa dalle stesse forze socialdemocratiche che si ritrovarono accanto i Freikorps.
Solo in Italia i golpisti ebbero successo, ma fu la rivoluzione fascista. Il Partito Comunista d’Italia nacque nel presupposto di una sconfitta internazionale, tanto che da lì a breve, i nuovi padroni di Mosca decisero che il socialismo si sarebbe dovuto realizzare in un paese solo e si allearono con l’Europa fascista. Basta studiare il diritto costituzionale di Karl Schmitt per capire il nesso fra stalinismo e fascismo. Per cui sul piano teorico l’impatto fu devastante più che su quello politico.
Abbandonato Marx si perse quel tanto che legava quel pensatore all’idealismo tedesco e quindi il comunismo dottrinale perse il  principale apporto culturale e occidentale, di quel pensiero, vale a dire la critica e l’autocritica, la tradizione illuminista. Già in Marx non c’era teoria dello Stato, lo Stato andava semplicemente abbattuto, per cui rimase solo il concetto di violenza, quale “leva della storia”. Da qui la simpateticità di fondo che il comunismo ebbe a lungo nei confronti del fascismo, al punto che la direzione del Pcdi in esilio ritenne di congratularsi con sua Eccellenza Mussolini per l’entrata in Addis Abeba, e poi preferì la guerra agli anarchici  e ai trotskisti in Spagna come altrove, prima di dover sconfiggere la falange.