Premessa.

Quali scelte di politica monetaria si possono prospettare per affrontare una crisi economica, finanziaria e sociale che dopo la fine dell’epidemia ci potrebbe trovare impreparati e con armi spuntate o non adatte al nostro Paese. Con questo scritto ho cercato di approfondire il tema della moneta parallela, sulla “legalità” di una sua emissione sul territorio nazionale da parte dello Stato, partendo dall’analisi dei Trattati Europei. Nelle conclusioni una “suggestione operativa” su come la sua introduzione potrebbe aiutare il nostro Paese a uscire da un’impasse che dura da troppi anni. Non voglio proporre un Piano B, (Il Prof. Savona ne è il vero custode) non ne sarei capace e non è lo scopo di questo elaborato, ma sicuramente avere delle idee di riserva pronte a entrare in campo in caso di emergenza può essere un utile contributo, almeno per riflettere.

Cos’ è la moneta.

La moneta Monéta s. f. [lat. monēta, propr. attributo di Giunone, che secondo gli antichi (come der. di monere «avvertire») significherebbe «l’avvertitrice», per i buoni avvertimenti dati dalla dea ai Romani nei pericoli; l’estensione di significato è dovuta al fatto che la zecca di Roma si trovava nelle vicinanze del tempio dedicato a Giunone Moneta sul Campidoglio].

La moneta è l’insieme di tutto ciò che, in un dato Paese e in un dato periodo, è accettato come mezzo di pagamento, e usato quindi come intermediario degli scambi, misura dei valori e riserva di valore. La moneta è, in generale, uno strumento accettato da tutti per il pagamento di beni e/o servizi o nel rifondere i debiti. Essa può essere un qualunque oggetto il cui valore sia riconosciuto da tutti gli utilizzatori.

Le funzioni della moneta

La nostra economia si è basata quasi fin da subito sul denaro, che per definizione assolve tre principali funzioni: – mezzo di scambio; – unità di conto; – riserva di valore. Per “mezzo di scambio” s’intende uno strumento intermediario negli scambi di beni e servizi; senza il denaro l’economia sarebbe, infatti, basato sul baratto (scambio di beni e/o servizi con altri beni e/o servizi), il quale però richiede un numero molto elevato d’informazioni e di conseguenza ha un costo molto alto. Con “unità di conto”, invece, s’intende la capacità del denaro di misurare il valore dei beni e/o servizi in termini della moneta stessa. Se così non fosse ogni bene sarebbe valutato in termini di altri beni. Infine, per “riserva di valore” s’intende l’attitudine che la moneta possiede nel mantenere il proprio valore nel tempo, per questo il denaro ha la capacità durevole di trasferire il potere d’acquisto. Si considera, infatti, che uno strumento di pagamento non perda il suo valore in seguito ad una temporanea detenzione da parte di un qualsiasi soggetto.

Fatta questa doverosa premessa e considerata la situazione economica internazionale in forte recessione, ad eccezione dei Paesi non colpiti dall’epidemia da coronavirus e la Cina che continua a crescere, sorge spontanea una domanda: come uscire da questa crisi ultra decennale che il covid19 ha ulteriormente inasprito e reso evidente?

In questo scritto prenderò in considerazione solo la crisi che investe il nostro Paese e la possibilità di individuare una prima via d’uscita attraverso l’adozione di strumenti monetari paralleli all’euro. Naturalmente non sarà attraverso la sola leva monetaria che l’Italia potrà vedere risolti i suoi annosi problemi, comunque è un primo passo importante.

Allora, come si può proporre per evitare che la recessione – la terza negli ultimi dieci anni che arriva dopo un lungo periodo di “stagnazione”- possa ulteriormente aggravare i problemi dell’Italia che nel 2019 non aveva ancora recuperato il Pil del 2007?

Gli strumenti finanziari dell’UE, le possibili alternative monetarie e finanziarie.

I giorni travagliati che stiamo vivendo hanno improvvisamente ridestato l’interesse per il tema della moneta. L’UE ha risposto a questa crisi mettendo in campo una batteria di strumenti finanziari di varia natura ed entità; in questa situazione è da tener presente che, ai sensi dell’articolo 123, comma 1 del Trattato di Lisbona, la BCE non può finanziare direttamente gli Stati, ma che in subordine ci possiamo, “in deroga” al Fiscal Compact, indebitare un po’ di più in attesa di rientrare nei ranghi quando la crisi auspicalmente sarà finita. Così una volta tornate le regole, momentaneamente sospese, dovremo ridurre il debito pubblico con il consolidamento fiscale (nuove tasse) o con il contenimento di spesa (austerity).

La proposta ( interessata) degli economisti tedeschi.

Ad alcuni (non molti per la verità) è venuta  in mente un’idea: facciamoci una moneta complementare, tutta italiana e tutta per gli italiani. Per la verità non solo agli italiani, in Germania Thomas Mayer (Chief economist di Deutche Bank) e altri economisti tedeschi già qualche tempo fa avevano discusso sulla possibilità di una moneta parallela per l’Italia, per evitare che il Paese affondi il sistema dell’Euro, una riflessione interessata. Gli economisti tedeschi riuniti a Dusseldorf hanno osservato che lo Stato italiano da oltre 25 anni è in avanzo primario, cioè spende meno di quello che incassa attraverso le imposte e le tasse, non s’indebita per pagare pensioni o stipendi ma per pagare interessi.  Inoltre, il gruppo di economisti, ha evidenziato come il nostro Paese è l’unico al mondo ad aver perso il 20% di produzione negli ultimi 20 anni ed è l’unico ad aver adottato una politica di austerità da 25 anni a questa parte. Lo stesso Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio, in una recente intervista, ha ammesso che l’Italia non cresce da 20 anni. Meglio tardi che mai. Anche se non si è chiesto il perché di questa mancata crescita, o meglio di questa depressione ventennale.

Torniamo agli economisti tedeschi che hanno proposto come rimedio la  “moneta fiscale”, cioè una moneta da affiancare all’euro, che non lo sostituisce e che lo Stato emette e poi accetta per pagare le tasse. Nel precedente governo “gialloverde” 2018/19, c’era stata una proposta che andava in questa direzione e che prevedeva l’emissione di circa 60 miliardi di “minibot” per saldare i debiti dello Stato con le imprese. Si può parlare in questo caso di moneta fiscale. Naturalmente i minibit sarebbero stati emessi dallo Stato. In questo caso, non possiamo ancora parlare di moneta parallela in forma compiuta. Lo stesso ragionamento, con le dovute differenze di specie, vale per il credito d’imposta al 110% varato dal governo in carica e adesso prorogato fino al 2023.

Le Banconote le monete. Cosa vuol dire corso legale.

Tralasciando per il momento la natura monetaria e finanziaria degli strumenti che si possono attivare, a questo punto s’impone una seria riflessione giuridica.  La domanda è:.può l’Italia emettere una nuova moneta parallela all’euro, senza violare i trattati? Perché di questo stiamo parlando: farlo adesso, farlo subito. Ebbene, vi anticipo la risposta, si può farlo. Vediamo perché attraverso un ragionamento in punto di diritto.

Cos’è la “moneta unica” detta “euro”?  Se leggiamo l’articolo 128 del Trattato di Lisbona, l’euro si può scomporre in due tipologie: banconote dette euro (disciplinate dal primo comma) e monete metalliche (disciplinate dal secondo comma). Le banconote sono quello strumento di pagamento cartaceo colorato che adoperiamo tutti per le nostre spese e acquisti in contanti: recano il logo della BCE e appartengono, all’Eurosistema. Le può emettere solo la BCE oppure una banca centrale nazionale (degli Stati dell’eurozona) su autorizzazione della BCE. Queste “banconote” costituiscono le uniche “banconote” avente corso legale nell’Unione.

Che cosa vuole dire “a corso legale”? Uno strumento di pagamento è a “corso legale” quando, in un dato territorio, nessuno dei consociati può rifiutarsi di accettarlo perché l’autorità ne impone la circolazione.  Nell’eurozona, se voi pagate con banconote in euro un venditore – o chiunque vi presti un qualsiasi servizio – costui non può rifiutarsi di acconsentire al vostro pagamento (salvo che non si tratti di denaro palesemente falso).

Questo è un primo aspetto fondamentale, la “banconota” in euro è l’unica “banconota” a corso legale nell’eurozona. Ho evidenziato la parola “banconota” tra virgolette per far capire che si tratta di un mezzo di pagamento (ben preciso e cartaceo) emesso da una “Banca” centrale, non da uno “Stato”. Al contrario delle banconote, le monetine in euro non sono emesse dalla BCE, ma coniate dai singoli Stati. Per intenderci, tutti gli spiccioli sono stati “fusi” dalla zecca dello Stato italiano oppure di qualche altro degli Stati dell’eurozona. Tuttavia, lo Stato non può “farne” quanta ne vuole. Ha bisogno dell’approvazione, quanto al volume di conio, da parte della BCE (art. 128, secondo comma TFUE). In base ai Trattati Europei in vigore nulla osta all’emissione di una moneta parallela. I Trattati non lo impediscono.

Un precedente storico

Inoltre, a suffragare questa possibilità, l’emissione di moneta parallela da parte dello Stato, ci torna utile la storia. L’Italia, ai tempi della Lira, fece un esperimento in tal senso; semplicemente esercitando il più classico potere di uno Stato sovrano: quello legislativo. Con legge numero 171 del 31 marzo 1966, infatti (Presidente del Consiglio: Aldo Moro), la Repubblica autorizzò se stessa ad emettere “biglietti di Stato” (di valore nominale 500 lire) che entrarono in circolazione accanto alle “banconote”, sempre di valore nominale 500 lire, emesse dalla Banca d’Italia.

Ciò dimostra che una moneta “statale” può tranquillamente convivere con una moneta di provenienza “bancaria”. La differenza risiede nel fatto che la prima “nasce” senza debito, la seconda, invece, sorge ab initio indebitando lo Stato, il quale deve emettere e cedere in garanzia titoli del debito pubblico per ottenere (dalla propria banca centrale) la “liquidità” desiderata. Ed è il motivo per cui, in genere, il debito pubblico degli Stati, in valore assoluto, tende inesorabilmente ad aumentare. Il problema, poi, diventa esponenziale se la Banca Centrale non è più un istituto che “risponde” allo Stato (come Bankitalia, quantomeno fino al fatidico “divorzio” dal Ministero del Tesoro del 1981), ma una “entità” straniera (come la BCE) cui è addirittura proibito “per legge” di finanziare il debito pubblico dello Stato.

L’Indipendenza della BANCA CENTRALE.

La BCE è una banca centrale indipendente pura e ha la governance esclusiva della politica monetaria nell’area euro.  Alla luce di quanto detto i biglietti di Stato possono tranquillamente convivere con un sistema, dove esiste una Banca Centrale indipendente pura e titolare esclusiva della governance della politica monetaria di un Paese (com’è oggi, a tutti gli effetti, la BCE). Lo dimostra il fatto che la legge del 1966, sopramenzionata, rimase in vigore anche “dopo” che fu approvata la legge 7 febbraio 1992, n. 82 (“Modificazioni alle procedure stabilite dal testo unico sugli istituti di emissione e sulla circolazione dei biglietti di banca”); la legge 82 del 1992 è il provvedimento normativo con cui si attribuì – nello stesso giorno della firma del trattato di Maastricht – il diritto-potere esclusivo a Bankitalia di determinare il tasso di sconto del denaro senza doversi interfacciare con il Ministero del Tesoro.

Una doppia circolazione monetaria. Moneta non a corso legale.

A questo punto del ragionamento, portiamoci un passo più in là. E se lo Stato stampasse dei “biglietti” aldilà e oltre il perimetro dell’art. 128, secondo comma? Sto parlando di biglietti di stato “non” a corso legale (la cui accettazione, cioè non fosse obbligatoria per i cittadini, ma solo volontaria), certamente sì. Infatti, l’articolo 128 di Lisbona attribuisce l’esclusiva alla BCE solo sulle banconote “aventi corso legale”. Le nostre “Stato note” sarebbero invece (nell’ipotesi poco prima prospettata) ad accettazione volontaria.  Ciò non significa che i cittadini non le userebbero per i propri scambi. Non essere obbligati ad accettare uno strumento di pagamento non significa essere tenuti a rifiutarlo. Anzi, lo Stato potrebbe addirittura rendere conveniente una tale moneta dando ed accettandola per il pagamento delle tasse, come visto prima per i minibot che in questa prospettiva diverrebbero, di fatto, una moneta parallela.

Una moneta domestica cartacea ed elettronica.

La nuova moneta parallela all’euro sarebbe solo “domestica” (valida solo nel territorio italiano), ma non sarebbe solo cartacea essa ma potrebbe circolare pure sotto forma di moneta elettronica. A tale proposito, ricordiamo che “possono emettere moneta elettronica, nel rispetto delle disposizioni ad essi applicabili, la Banca centrale europea, le banche centrali comunitarie, lo Stato italiano e gli altri Stati comunitari, le pubbliche amministrazioni statali, regionali e locali, e Poste Italiane” (art. 114 bis Testo Unico bancario licenziato con Decreto legislativo del primo settembre  1993, numero 385).

Allora non si può affermare che non si può fare perché ci sono i trattati. Non è vero. Si può fare e sarebbe legale. E’ una scelta politica.

Conclusione.

Sempre in punto di diritto possiamo affermare che l’Italia non ha perso (del tutto) la sovranità monetaria. Il nostro Stato ha smarrito la capacità di esercitare la sua sovranità pur nell’ambito di regole che la restringono in un perimetro ben delimitato (Trattati Europei). Dopo il ragionamento fatto posso affermare, senza timore di essere smentito, che nel nostro Paese è possibile una doppia circolazione monetaria, una moneta ad uso interno emessa dallo Stato per eseguire pagamenti interni. Di là dal gradimento che potrebbe avere questa proposta da parte della Banca d’Italia. A questo riguardo cito una nota positiva sulla doppia circolazione monetaria del Prof. Paolo Maddalena insigne giurista italiano e sulla sua “legalita”. Infine una proposta operativa che è una conseguenza della doppia circolazione monetaria da parte dell’economista Enea Franza (Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Internazionale per la Pace dell’ONU Roma), il quale afferma: “Se è possibile una doppia circolazione monetaria, sarebbe immaginabile che il denaro messo a disposizione dall’Europa, invece, di impegnarlo secondo i piani d’investimento approvati, sia tenuto a garanzia di una nuova moneta”. “Ovvero, debiti per 209 miliardi a fronte di nuova moneta di Stato per lo stesso importo”.  Che vantaggio avrebbe ciò? Continua Enea Franza “ s’innesterebbe la politica monetaria, adesso imbrigliata nelle rigide regole della BCE”. Siamo alla presenza di un meccanismo non nuovo agli economisti, come le suggestive indicazione dell’attuale Presidente della Consob Paolo Savona, sul principio che “….le valute virtuali o sono di Stato o non sono”. Pertanto una valuta di Stato virtuale, sfruttando così un vantaggio competitivo rispetto agli altri Stati. In queste affermazioni, naturalmente la scienza economica si ferma per lasciare il passo alla politica, certo con un debito pubblico che a fine luglio 2020 aveva superato i 2560 miliardi, servono anche le proposte in apparenza  un po’ “suggestive”.