Giovedì 21 gennaio il governatore della Banca Centrale turca Nai Agbal ha lasciato invariati i tassi di interesse al 17% (Eurolandia è sottozero da più di un lustro!), confermando le attese dei mercati finanziari. Potrebbe trattarsi solo di una pausa; Agbal in poco meno di tre mesi (si è insediato come governatore della banca centrale ad inizio novembre) ha infatti aumentato il costo del denaro di 675 bp (cioè del 6.75%), per contrastare il collasso della lira turca e l’alta inflazione, cercando di recuperare la credibilità degli operatori finanziari. Compito tutt’altro che semplice, anche se qualche segnale positivo c’è stato. Dopo l’annuncio, la divisa turca si è leggermente apprezzata, circa 7.4 contro il dollaro USA (da novembre ha recuperato il 13% verso il biglietto verde), e i bond governativi di Ankara hanno incassato una leggera diminuzione nei rendimenti, pur rimanendo su livelli stellari: circa il 14.5% per i biennali e il 13.5% per i decennali. Già di per sé un’anomalia, che gli esperti finanziari chiamano “curva invertita dei tassi”: si verifica quando i tassi a lungo termine (decennali) risultano inferiori rispetto a quelli a breve (biennali), contravvenendo alla logica del rapporto direttamente proporzionale tra rendimento e orizzonte temporale (rischio). Quale il motivo di tale anomalia? Il rischio di un’ulteriore stretta sui tassi, almeno nel breve termine, e in ultima analisi quello di insolvenza. Partiamo dal primo. L’inflazione in Turchia continua a crescere: a dicembre ha superato il 14% (in Eurolandia è negativa!); proprio per questo lo stesso Agbal non ha potuto escludere un’ulteriore manovra monetaria restrittiva, precisando che “ad ogni modo i tassi non saranno tagliati in fretta”. La questione è cruciale, in quanto la Turchia è uno dei pochi Paesi al mondo i cui tassi reali (tassi nominali dedotta l’inflazione) risultano positivi: ciò teoricamente dovrebbe attirare gli investitori esteri. Questo però non avviene, a causa del permanere della bassa credibilità di cui gode l’emittente sovrano turco. Sono i danni provocati dalla retorica del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, a cui la Banca Centrale si è dovuta più volte piegare nel corso degli ultimi anni. Dichiaratosi sempre contrario ad una stretta sui tassi di interesse, rea (a suo avviso) di alimentare essa stessa il rialzo dell’inflazione. Si tratta di una tesi che trova fondamento della teoria di Irving Fisher, basata sulla velocità della circolazione monetaria. Nasce prima l’uovo (l’inflazione) o la gallina (l’incremento dei tassi)? Senza addentrarci in un tema di interesse prevalentemente accademico, resta la sostanza. La mancanza di indipendenza della Banca Centrale dal potere politico, esercitato in maniera autoritaria e massiva da Erdogan. Questo i mercati finanziari lo sanno, e a pagarne il conto è la stessa Turchia. Nell’ultimo decennio la lira ha perso l’80% del suo valore contro il dollaro (a fine 2010 valeva 1.50 USD). Dal 2011 in avanti si è rafforzata solamente nel corso del 2012, mentre per sette anni ha registrato perdite superiori al 10% e in un biennio crolli maggiori del 20%. Il motivo? Tutto ruota attorno all’onnipresente figura di Erdogan, alla guida della Turchia dal 2002 come Premier e come Presidente della repubblica dal 2014. A capo del partito islamico conservatore AKP (Partito della giustizia e dello sviluppo), l’ex sindaco di Istanbul – a suo tempo arrestato per propaganda islamista – nel primo decennio al governo ha riformato la Turchia, liberalizzandone l’economia, aprendo il negoziato per l’ingresso nell’Unione Europea e sostenendo la crescita del ceto medio. Dopo avere consolidato il suo potere, avviene la trasformazione: Erdogan diviene sempre più autoritario, allontanandosi dal mondo Occidentale e perseguendo mire espansionistiche dal sapore di imperialismo ottomano. La strategia è repressiva all’interno ed aggressiva all’estero. Erdogan non tollera alcun dissenso in patria: nel 2013, la repressione delle proteste indette da un gruppo di ambientalisti contrari alla rimozione di un parco per far posto ad un progetto immobiliare segna lo spartiacque nella vita pubblica. Da quel momento il soffocamento dell’opposizione diventa massivo, anche se la vera crisi si manifesta tre anni più tardi (luglio 2016), quando un golpe militare tenta di rovesciare il suo potere. Il fallimento del colpo di stato, orchestrato, secondo Erdogan da Fathullah Gulen, predicatore e politologo turco stretto alleato del Presidente fino al 2013, sfocia in una stretta ancora più forte di Erdogan nei confronti degli oppositori politici, dei media e nel referendum costituzionale del 2017 che aumenta a dismisura i poteri presidenziali. La politica estera di Erdogan è fatta di aggressioni verbali ed espansionismo militare, di minacce e di accordi violati. Presente in Siria, fin dall’inizio della guerra (2011) a fianco delle milizie anti-Assad, e in Iraq supportando militarmente i miliziani dell’ISIS, fa il suo ingresso nel Mediterraneo con l’invio di truppe, artiglieria pesante e droni in Libia, ribaltando le sorti del premier Fayez Serraj, sotto assedio a Tripoli del generale Khalifa Aftar, signore della Cirenaica. Con USA e Russia tiene il piede in due scarpe: pur facendo parte della NATO, ed avendo un accordo per l’acquisto di 100 F35, i caccia di nuova generazione americani, acquista i sofisticati sistemi anti-aerei russi S-400, irritando Washington al punto da determinare nel 2019 l’esclusione della Turchia dal progetto. Erdogan non si esime dall’utilizzare ogni mezzo per raggiungere i suoi obbiettivi, ottenendo la promessa di 6 miliardi euro dalla UE, in cambio del blocco dei rifugiati all’interno dei suoi confini. Nel 2020 si presenta come strenuo difensore del popolo azero, infliggendo cospicue perdite alle forze armene nel Nagorno Karabakh, e non perde opportunità per tentare di sopprimere l’odiato popolo curdo, forse il più strenuo oppositore in patria. La vera partita si svolge però nel Mediterraneo Orientale, dove Erdogan punta a mettere le mani su rilevanti giacimenti di gas naturale. Per due motivi: rendere la Turchia autosufficiente energeticamente (ad oggi importa il 90% dell’energia che consuma) e trasformarla in un hub internazionale del gas. Lo sconfinamento in acque greche delle navi di perforazione turche, scortate da quelle militari, portano la Turchia ad un passo dal conflitto con l’eterno nemico greco, più debole ma supportato militarmente dalla Francia. Dietro il tentativo di Erdogan di far rivivere i fasti dell’Impero Ottomano, vi è la precarietà del sistema economico e finanziario. A fronte di un debito (in valuta straniera) delle aziende turche per quasi 300 miliardi dollari, le riserve in valuta pregiata della Banca centrale sono praticamente nulle (addirittura negative, secondo un recente studio del prof. M.Minenna). Un’emorragia di capitali che pare incessante (i risparmiatori turchi sono i primi a non fidarsi, avendo aumentato del 22% i depositi in valuta straniera a quasi 236 miliardi di dollari nel 2020, dopo il +20% nel 2019), mentre Ankara necessiterebbe dell’esatto contrario, a causa del cronico passivo della sua bilancia commerciale. Da qui il rischio di un default del debito turco. Nonostante gli sforzi del governatore Agbal, l’ora permane buia nei cieli anatolici. E il revanscismo di Erdogan potrebbe sgretolarsi sotto gli inesorabili colpi del mercato finanziario.