Il taglio del numero dei parlamentari, voluto dal M5S e subito dal Pd, è stata una misura sbagliata, fatta nel momento sbagliato, pensata per ragioni sbagliate. L’offensiva contro le poltrone ha sicuramente gratificato la Vandea dell’antipolitica e un elettorato in piena deriva populista. Ma la concessione alle emozioni ha un costo; e l’impasse nella risoluzione della crisi di governo in atto mostra quanto sia alto il prezzo da pagare. La riduzione del numero dei parlamentari ha messo in moto un meccanismo di autopreservazione che ha amplificato la riluttanza dei gruppi politici ad andare alle elezioni, svilendo la rappresentatività democratica e allontanando ulteriormente il Palazzo dagli elettori. Per non aggravare questo momento di autodistruzione della politica, la ragione suggerisce di varare entro la fine della legislatura una nuova legge elettorale proporzionale.

Il Patto Segni, che ha introdotto, in Italia un maggioritario equivoco, basato non – come nei paesi anglosassoni – sul bipartitismo ma su un assurdo bipolarismo, ha demolito l’accordo di legittimazione reciproca tra forze politiche su cui si basava la c.d. Prima Repubblica. Ad una coalizione di governo ne ha sostituite due, agli estremi dello spettro politico, cristallizzando la politica nella terra di nessuno. In maniera correlata, altrettanti danni ha prodotto l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. La transizione tra Prima e Seconda Repubblica non si è completata lasciando il paese diviso e in un limbo, nel quale lesti si sono inseriti prima il partito-azienda e poi l’antipolitica. Il maggioritario del bipolarismo ha fatto emergere tutta l’impreparazione del paese. In Italia si sono amplificate le degenerazioni prodotte dai protagonismi individuali che hanno messo al centro della politica nomi e volti anziché principii, programmi e proposte.

Purtroppo l’uomo che poteva fare la rivoluzione liberale, Silvio Berlusconi, ha fallito. Una volta sdoganato il populismo – cioè il rapporto diretto e carismatico tra leader e popolo – gli altri protagonisti della politica si sono adeguati. La politica dei nomi, al contrario della politica dei partiti, ha incoraggiato il Cesarismo e soppresso i rapporti con i corpi intermedi. Di conseguenza, l’elettorato è diventato massa; i partiti cartelli elettorali, i media giocatori in campo invece che arbitri. Tutto questo non è stato un bene. Si è impoverita la partecipazione democratica, ormai ridotta all’iscrizione su piattaforme digitali, selfie e like. Questa politica non è sostanza e contenuto, ma tifo organizzato.

Un’altra ragione che impone il ritorno al proporzionale è la scarsa rappresentatività del maggioritario. La percentuale di votanti alle elezioni continua ad erodersi ed è attestata sulla deprimente quota di metà degli aventi diritto (alle ultime consultazioni, le elezioni europee di maggio 2019 ha votato il 54% degli aventi diritto). Di conseguenza, chi oggi riesce a raggiungere il 40% che fa scattare un premio di maggioranza implicito e furbetto, ha di fatto il consenso del 20% del corpo elettorale. In democrazia, questa figura è troppo bassa per legittimare la conquista della maggioranza assoluta in parlamento, e della relativa capacità di influenzare gli equilibri di altri organi istituzionali (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, CSM, Autorità di vigilanza) che hanno anche funzioni di controllo e di garanzia, e l’occupazione della Rai e degli enti di Stato. Gli astenuti, ormai il partito maggioritario, non sostengono la maggioranza, anche se ogni mattina lo scemo del villaggio si sveglia e si proclama portavoce degli “italiani”.

La politica del proporzionale impone alle forze politiche di saper stare con gli altri, parlare, confrontarsi, convincere e identificare le convergenze necessarie a formare coalizioni di governo, senza consegnare la politica nelle mani del padrone del vapore. Nel sistema parlamentare uscito dal referendum istituzionale e dalla costituente antifascista, l’architettura istituzionale è stata pensata per imporre alle forze politiche di realizzare un patto sociale con regole condivise, senza dittatori, senza Papi e senza Re. E senza pifferai magici, aggiungiamo noi. In questo clima invelenito dalla contrapposizione bipolare tra una sinistra populista e una destra peronista, è necessario un periodo di decantazione dalla logica dello scontro ed il ritorno ad un sistema che imponga le aggregazioni sui valori comuni piuttosto che la competizione sulle sbandate agli estremi.

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Avvocato, manager e giornalista. Allievo del 198° corso alla Scuola Militare Nunziatella, ha conseguito la laurea all'Università di Roma Luiss, il Master of Laws alla New York University e il Juris Doctor alla Columbia University di New York. E’ Avvocato; Solicitor (England & Wales); Attorney at Law (New York); e appartiene all’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ha esercitato la libera professione in USA (Sullivan & Cromwell) e assunto ruoli manageriali in UK (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo; BlackRock). Ha pubblicato "L’altra Brexit" (Milano Finanza, 2018); è editorialista Brexit per il quotidiano finanziario Milano Finanza; opinionista geopolitico per il canale televisivo finanziario Cnbc. Direttore responsabile della Voce Repubblicana.