Lo scontro  all’interno del mondo socialista avviene prima del congresso di Livorno, già nel 1918, ovvero con l’attacco del capo della rivoluzione bolscevica, Vladimir Ilic Ulscianov, Lenin, alla più alta autorità intellettuale e morale del socialismo occidentale, Karl Kautsky. Kautsky aveva subito obiettato al nuovo regime sovietico, la scelta di costituirsi senza rispettare la dottrina marxista che prevedeva la piena industrializzazione e quindi la compiuta autocoscienza della classe operaia. Nello stesso tempo, rimproverava al nuovo regime di aver soppresso le forme della democrazia borghese ovvero il regime che Kautsky riteneva necessariamente pre-socialista. Lenin se la ride e recita la parte dell’indignato.  Kautsky è solo un “rinnegato”. Le sue obiezioni misconoscono il corretto valore della forme della democrazia socialista rispetto a quelle borghesi a cui Kautsky rimane sottomesso. Kautsky depreca il metodo con cui i bolscevichi hanno preso il potere? Ma la violenza, insegna Marx, è la leva della storia. Il che non avrebbe impedito a Marx di condannare la storia sotto un profilo morale, cosa che si riservava di fare Kautsky. La questione è comunque ormai definita. Lenin è colui che con un solo balzo ha azzerato lo stato borghese, quando Kauysky è ancora lì a sguazzarci dentro.
Il socialismo marxista tradizionale finisce in quel momento, il futuro sarà il sovietismo leniniano che ha capovolto l’idea rivoluzionaria di Marx. Da notare che poi, successivamente, sia Lenin che Trotsky cercheranno di recuperare qualcosa della vecchia dottrina, sia con la politica della Nep, sia con l’industrializzazione forzata. In entrambi i casi i tentavi hanno effetti limitati, oramai il potere è comunque già interamente concentrato nelle mani dello Stato che guarderà ai neppisti e ai trotskisti con crescente fastidio.
Stalin sotto questo profilo è assolutamente indifferente alla questione teorica del socialismo, c’è chi dubita persino che il Voz conosca davvero l’opera ed il pensiero di Marx. E’ interessante notare  che gli eredi della tradizione rivoluzionaria russa non saranno  coloro che vi si richiamano, i neofiti partiti comunisti, incluso quello italiano. Questi infatti inciampano continuamente sul nuovo terreno. C’è un solo socialista in occidente che comprende perfettamente la lezione leninista e costui è Mussolini che, come Lenin, è privo di qualsiasi scrupolo dottrinale e a Marx preferisce Sorel, la cui teoria fa della violenza una necessità.
Per questo il congresso di Livorno nel 1921 non ha una particolare rilevanza nell’ambito degli avvenimenti che segnano la storia mondiale, quando invece ce l’ha, l’anno successivo, la marcia su Roma. Mussolini capisce che il leninismo spezza la tradizione socialista e che ne inventa un’altra, tanto che coloro che in Europa si richiamano al movimento socialista e pensano di poter fare come in Russia, in Ungheria o in Germania, hanno vita breve, sintetizzata perfettamente da un giovane dirigente comunista tedesco Ernst Cohen messo al muro a Monaco dalle bande di Kapp: “noi comunisti siamo fatti per essere fucilati”.
La stessa Unione sovietica guarda con una sorta di disprezzo ai partiti che vorrebbero emularla, mentre simpatizza con il fascismo ed ammira, con Stalin, apertamente Hitler. La notte dei “lunghi coltelli”, con cui Hitler elemina i suoi rivali interni al partito, convince Stalin della necessità di fare lo stesso su larga scala nella Russia socialista.
Le due dittature si rispecchiano una nell’altra.
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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.