A seguito del recente memorandum of understanding siglato lo scorso 21 gennaio ad Ashgabat, capitale del Turkmenistan, tra il Ministro degli Esteri ospitante e quello del dirimpettaio Azerbaijan, si sono aperti nuovi scenari nella cooperazione energetica tra i due paesi, con importanti ed ampie ricadute geopolitiche in Europa e non solo.

L’intesa dovrebbe prevedere lo sfruttamento congiunto di un vasto campo energetico (scoperto nel lontano 1986 da prospezioni sovietiche sotto le acque del Mar Caspio), al confine tra le zone marittime delle due Repubbliche ed in seguito divenuto oggetto di una disputa tra azeri e turkmeni.

Il giacimento di gas, prontamente ribattezzato Dostluq ossia amicizia, non è tanto importante per la sua entità, stimata di media consistenza, quanto piuttosto perché segna l’inizio di un possibile cambio di scenario nel “Grande Gioco” del gas.

Sono almeno trent’anni che si argomenta sulla costruzione di un gasdotto trans-caspico, il TCP (Trans Caspian Pipeline), visto con grande favore dall’Europa e dagli Usa, molto meno da Russia ed Iran.

Tanto è vero che ancora nell’agosto del 2019, in seno al Forum Economico Caspico, Mosca e Teheran espressero la loro contrarietà al progetto, adducendo ragioni di natura ecologica, per via delle potenziali minacce all’ecosistema marino.

L’Iran, in quell’occasione, suggerì anche ai turkmeni, di utilizzare la sua infrastruttura posta nel nord della Repubblica islamica per il trasporto in occidente del loro gas, tralasciando di specificarne l’inadeguatezza a veicolare consistenti volumi di materia prima; per non parlare delle sanzioni occidentali che avrebbero reso poco realistica tale operazione.

Inoltre, anche per scongiurare una tale prospettiva, la stessa Russia nell’aprile dello stesso anno aveva ripreso le importazioni di gas dal Turkmenistan, interrotte nel 2016, a causa di una brusca discesa dei prezzi di mercato, che non rendeva più conveniente riesportare verso l’Europa il gas di quel paese.

L’unica altra alternativa per i turkmeni, come del resto per gli altri paesi ex-sovietici dell’Asia centrale, è costituita dall’energivora Cina che ha provveduto a finanziare, negli ultimi lustri, una serie di gasdotti da quest’area verso il suo territorio.

Il nuovo scenario vedrebbe invece il Turkmenistan realizzare l’aggancio al Southern Gas Corridor, un’infrastruttura strategica per l’Europa, che da Baku, capitale azera affacciata sul Mar Caspio, è arrivata, alla fine dello scorso anno, sulla costa pugliese della nostra penisola attraversando l’Azerbaijan, la Georgia, la Turchia, i Balcani ed infine il Mar Adriatico.

L’ultimo segmento di questo corridoio energetico è il noto e dibattuto TAP (Trans Adriatic Pipeline), in grado di fornire, al momento, 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno, andando ad aggiungersi agli storici fornitori del nostro paese e dell’Europa, quali Russia, Algeria e Norvegia, solo per citare la top three.

Tutto ciò per quanto riguarda il pipe-gas, ossia quello trasportato lungo le condutture terrestri.

Ma va considerato anche il mercato del LNG, il gas naturale liquefatto, che invece di viaggiare via terra, solca i mari a bordo di gigantesche navi gasiere: i big player in tal caso sono il Qatar, più di recente l’Australia, nonché gli Usa, grazie alla tecnologia dello shale gas [1].

La Russia nel settore LNG è partita in ritardo ed è all’inseguimento del terzetto di testa, ma deve guardarsi dalla c.d. Iniziativa dei Tre Mari [2] che è nel contempo piattaforma geopolitica, a scopo di contenimento antirusso, ma anche iniziativa di politica energetica, volta a spezzare le due braccia della tenaglia energetica terrestre di Mosca, il North Stream e la combinata Turk Stream/Blue Stream (questi ultimi, peraltro, sottoutilizzati): il primo approda in Germania passando per i fondali del Baltico, mentre i secondi si snodano in territorio turco e da lì nei Balcani, passando sotto il Mar Nero.

A tale scopo i due grandi terminal di rigassificazione, quello già operativo di Swinoujscie sulla costa polacca e quello in, via di ultimazione, sull’isola di Krk nell’Adriatico croato, si pongono come perni di questa offensiva energetica basata sull’importazione di LNG soprattutto dagli Usa.

Intanto la connessione caspica tra Turkmenistan ed Azerbaijan, una volta realizzata, potrebbe rappresentare una valida alternativa per tutti i paesi esportatori di gas dell’Asia centrale che al momento si trovano stretti tra la Scilla moscovita e la Cariddi pechinese.

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[1] Da alcuni impropriamente definito gas di scisto è, più precisamente, un tipo di gas metano derivato da argille e prodotto in giacimenti non convenzionali, situati tra i 2000 e i 4000 metri di profondità, raggiungibili attraverso tecniche di perforazioni orizzontali e fratturazioni idrauliche (c.d. fracking).

[2] Detta anche Trimarium, è una piattaforma politica creata nel 2015 che, al momento, raggruppa dodici paesi dell’Europa centro-orientale; il focus della cooperazione è centrato sullo sviluppo di reti infrastrutturali ed energetiche nello spazio tra i tre mari (Baltico, Nero, Adriatico) in funzione anti-russa ma anche come cuneo geo-politico tra Germania e Russia