Sparare ad alzo zero su Matteo Renzi per la sua attività di thought leadership in Arabia Saudita può gratificare – forse – gli istinti meno intellettuali dei vandeani dell’antipolitica nel lasso di tempo hic et nunc; ma pregiudica – con certezza – l’interesse a lungo termine dell’Italia ad essere parte delle dinamiche della geopolitica globale.

Al contrario delle tante mezze calzette nostrane, che circoscrivono la politica alle apparizioni televisive e alle polemiche strumentali alimentate dai giornali fiancheggiatori, da quando è iniziata la crisi, Renzi non ha fatto altro che giocare sullo scacchiere internazionale.

Una crisi di governo in Italia non è solo un fatto di politica interna. Non lo è oggi come non lo era all’apice della guerra fredda: l’Italia, anche dopo la caduta del Muro di Berlino, è rimasta una portaerei naturale nel Mediterraneo, che ospita le testate nucleari tattiche USA.

Proprio mentre Renzi partecipava alla Davos nel deserto, il Presidente Joe Biden ha mandato due B-52 a lungo raggio con capacità nucleari dalla base aerea di Barksdale in Louisiana nelle basi USA nella penisola araba per mandare un messaggio forte e chiaro a Teheran nell’imminenza delle elezioni presidenziali in Iran.

Che sia strategica o casuale, Renzi continua a mostrare la capacità di di stare dentro gli eventi e questo rafforza la sua potenziale candidatura al ruolo di Segretario generale della Nato. Come ha notato Daniele Capezzone, “attaccare oggi l’Arabia Saudita è sbagliato. Si rafforza l’Iran e chi vuole liquidare le positive novità in Medio Oriente, che passano da Riyadh e Gerusalemme, non da Teheran”.

Ma c’è di più. Mohammed bin Salman ha superato la crisi internazionale prodotta dall’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi avvenuto nel consolato saudita di Istanbul, dopo che ne è stata esclusa l’intenzionalità da vari rapporti internazionali. La vicenda si è chiusa comminando 8 condanne a 20 anni di carcere ai responsabili dei fatti, mettendo la parola fine ad una feroce notte dei lunghi coltelli tra conservatori e progressisti, tutta interna alla Corte di Riyadh. MBS ha ora accelerato lo sviluppo di Neom, la smart city nel deserto 33 volte più estesa di New York. L’intero progetto occuperà un’area di 26.500 chilometri quadrati nel nord-ovest dell’Arabia Saudita, nella provincia di Tabuk, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aqaba. Alle spalle di Neom ci sono non solo scelte di carattere urbanistico e logistico, ma anche una graduale trasformazione sociale: più libertà per le donne, più libertà per le imprese, più cultura e più turismo insieme alla ridefinizione dello spazio urbano. Il Principe è determinato a realizzare il suo piano Vision 2030 che apre al mondo un paese finora ostaggio del wahhabismo, ma centrale alla stabilità del Medio Oriente. Il successo di MBS avvicina l’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo.

Neom trasformerà luoghi desertici e disabitati in un porto franco infrastrutturato con le ultime tecnologie per un investimento superiore a 500 miliardi di dollari. Un ex Primo Ministro interloquisce al giusto livello per assicurare una qualificata partecipazione italiana al progetto.

Un ex Primo Ministro non torna mai una persona privata, non a caso mantiene ufficio e scorta dopo la cessazione dell’incarico. Gli affari di Stato rimangono una sua conoscenza peculiare e fanno parte del suo valore aggiunto. Teorizzare l’opportunità di ritirarsi dalla politica prima di mettersi a fare lobbyismo internazionale è il solito riflesso condizionato di chi interpreta la democrazia con le frasette di Osho.

E’ del tutto sbagliato affidare l’effetto agenda setting in Italia a giornalisti che vivono in un reality show pensando di stare nell’ombelico del mondo. I media fiancheggiatori, chi di partito chi di piccoli interessi privati, predicano l’indipendenza; ma sempre quella degli altri.