Il giorno della memoria lascia sempre un certo sapore amaro in bocca, il dubbio che tante celebrazioni servano davvero ad evitare che quanto successo possa ripetersi una seconda volta. Quest’anno abbiamo scoperto un documento davvero interessante, grazie alla pubblicazione sul Tempo di Franco Bechis: una lettera inedita di Primo Levi al suo traduttore dal tedesco Heinz Riedt. Levi nel 1960 si chiede ancora come sia stato possibile che la Germania abbia preso una tale deriva omicida e se lo chiede soprattutto dopo aver conosciuto l’opera di Thomas Mann.

Levi si rivela  scrittore di grande talento, ma la sua formazione è quella scientifica di un chimico, quindi non conosce la letteratura tedesca prima di aver imparato il tedesco, altrimenti si sarebbe chiesto come fosse possibile il nazismo avendo letto Goethe, non Mann. Se noi ci atteniamo a questa sola lettera di Levi, tra l’altro bellissima per lo sforzo di comprensione, egli non possiede nessun mosaico spirito vendicativo, sembrerebbe che la discriminazione razziale, l’olocausto, sia  principalmente un problema tedesco, ma incolpare la sola Germania sarebbe un errore.

Il fascismo non è un fenomeno tedesco, è un fenomeno europeo. I tedeschi ne rappresentano solo il vertice e sono forse anche incredibilmente il popolo che ne ha meno la predisposizione da che si spiegherebbe l’eccesso di zelo. Lo si capisce dalla loro letteratura, se non dalla loro filosofia finita anche sul banco degli imputati, visto che ad esempio Karl Popper accusò Hegel di essere un motore del pensiero totalitario. Un po’ come accusare il buon Spinoza. Ora riprendere Goethe o Kant, quando intelletti tanto acuti faticano a capire Hegel, sarebbe un’impresa improba. Si potrebbe invece ripartire come suggerisce Primo Levi, da Thomas Mann. Fra tre anni ricorrerà la prima edizione della sua “Die Zauberberg”, 1924. Non c’è un romanzo capace di descrivere meglio le tensioni del ‘900 e individuarne gli sviluppi. Ora la “Die Zauberberg” che noi per anni abbiamo tradotto correttamente come “la montagna incantata”, si trova nella versione di “Montagna magica”. Se Mann avesse voluto scrivere una “montagna magica”, avrebbe scritto una “Bergmagie”, oppure una “Magikberg”, perché la parola “Magie” in tedesco deriva da “Macht”, fare, potere. “Zauber” da “Zaum”, recinto, steccato. Thomas Mann non usa la parola “Magie”, nemmeno per la novella “Mario ed il mago”, anche qui si ricorre a “Zauberer”, incantatore. E’ chiaro quindi che il romanziere vuole sottolineare l’immobilità, l’impotenza che caratterizza l’intera esperienza europea ed in particolare l’Europa che si prepara ad affondare nel fascismo.

Il fascismo in Mann è un soggetto passivo, così come il nazismo era principalmente  il suo effetto catastrofico e questo era anche il legame che Mann aveva con una corrente del pensiero europeo che in Germania trovò  la sua esplicazione più sistematica ed omicida, ma non la più radicale. Lo si capisce  della “Montagna incantata” nel conflitto fra le due pulsioni che dividono l’Europa dopo il 1917, quella umanistico democratica, e quella nichilistica totalitaria. Quest’ultima non è pero rappresentata dalla dottrina fascista, ammesso che il fascismo sia una dottrina. Il terrorista Naphta protagonista del romanzo è infatti costruito sull’intellettuale marxista Georgy Lukacs, amico di Mann in giovinezza, quando il democratico Settembrini ricostruisce, magari con un po’ di ironia, la figura di Mazzini al  cui pensiero Mann seppe legarsi dopo averlo a lungo avversato. Mann era pur sempre un nazionalista tedesco. Eppure riesce a riconoscere un unico pensiero dominante a minaccia della democrazia borghese europea e non  distingue tra fascismo e comunismo, che sono lo stesso guazzabuglio.

Mann non diventerà nazista perché  si sente parte della discendenza democratica illuminista dell’Europa e ne profetizza, per quanto rocambolescamente, la vittoria. Primo Levi nella sua citazione di Thomas Mann indica una strada, complessa ovviamente, ma indispensabile per recuperare lo spirito europeo che resistette alla barbarie del totalitarismo ed alle sue estreme conseguenze. Tanto più vi resistette tanto più vi fu tentata.  Anche Mann rimase incantato dal fascismo, sia ben chiaro, eppure sceglie di respingerlo. Questo quando la media culturale europea disprezzerà il fascismo solo dopo esservisi sottomessa.  La grande lezione del secolo scorso è che il “male” non è mai eccezionale, è sempre banale, comune, accessibile a chiunque. Goethe, che se ne intendeva davvero, definiva Satana il  signore della vita e dei vivi e non quello dei morti.

Qualcosa da ricordare nel prossimo giorno della memoria.

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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.