La vittoria di Biden suscita speranze tra numerosi progressisti e spinge a chiedersi, come ha fatto qualche mese fa il direttore di Repubblica Molinari, se si sia all’alba di un Nuovo Progressismo, che tragga spinta dalla comunanza di vedute con il Labour britannico il quale, sotto la guida dell’abile avvocato Starmer, si sta depurando delle scorie del massimalismo di Corbyn.

Quali dovrebbero essere le caratteristiche principali di questo Nuovo Progressismo guidato dal mondo anglosassone ma esportabile in tutti paesi sviluppati e democratici? Prendendo atto delle grandi sfide poste dalle diseguaglianze e dall’emergenza climatica, i postulati si potrebbero riassumere in comunità, protezione, internazionalismo e moderazione. Comunità, che recupera alcuni valori morali tradizionali, protezione della classe media e di quella operaia dai rischi della globalizzazione, internazionalizzazione, per combattere le autocrazie e i problemi globali come il surriscaldamento, moderazione, per isolare gli estremisti alla Sanders e Ocasio-Cortez.

Ebbene, se questo dovesse essere il nuovo paradigma della Sinistra e quello dei populisti di destra è ben delineato (nazionalismo anche economico, tradizionalismo, ostilità verso l’immigrazione, ordine pubblico) ci si può chiedere quale dovrebbe essere il messaggio del liberalismo, che si distingue dal progressismo per lo scetticismo nei confronti dello Stato e la fiducia negli individui.

Beninteso, tra gli attuali leader mondiali, la più capace è Angela Merkel che appartiene al filone liberaldemocratico ma, essendo la Cancelliera über-pragmatica, non è poi in grado di proiettare visioni universalistiche.

Ordunque, internazionalismo, comunità e moderazione vanno bene, tuttavia il concetto chiave del liberalismo del XXI secolo dovrebbe essere non “protezione” ma “opportunità”.

In chi scrive ha destato impressione una recente intervista del Wall Street Journal ai due promotori del referendum che in California ha abrogato l’Affirmative Action (la preferenza in base ad etnia), l’anziano ex presidente del consiglio di amministrazione della University of California, l’afroamericano Ward Connerly e la giovane ricercatrice Wenyuan Wu, immigrata dalla Cina e naturalizzata americana. Connerly, discriminato durante la sua adolescenza, descriveva il sogno americano come dovrebbe essere, eguali diritti ed eguali responsabilità per tutti, mentre Wu raccontava di come gli Asian-American si sentano ora oggetto di una discriminazione inversa: nonostante siano minoranza sono penalizzati perché troppo studiosi ed industriosi.

Il liberalismo dovrebbe rilanciare le opportunità negate agli individui dalla nuova tribalizzazione della società: donne e uomini; etero, gay, binari o transgender; neri,  bianchi, asiatici, ispanici o mediorientali; musulmani, cristiani o ebrei; 1% e  99%. Ognuna di queste caselle non libera né protegge ma comprime l’individuo, prigioniero di un’identità imposta ma necessariamente molteplice che dimentica le aspirazioni e le capacità personali: con l’intenzione di rendere uguale per tutti il campo da gioco, si scavano buche dove infilarci molti che porterebbero innovazione e benessere all’intera società.

Opportunità vuol dire concorrenza che beneficia tutti con l’emersione e il premio al talento di alcuni. Concorrenza corrisponde a incoraggiare il pluralismo educativo, che è diverso dal dare “soldi alle scuole dei ricchi” ma garantire ai ragazzi di famiglie disagiate l’opportunità di frequentare scuole migliori, come l’esperienza delle charter school dimostra negli USA. Significa poter scegliere tra diverse opzioni sia previdenziali che sanitarie, evitando il curioso dibattito italiano dove si mette sotto accusa la sanità privata, che ha funzionato bene durante la pandemia, perché la politica non ha saputo organizzare quella pubblica. Competizione equivale a poter scegliere i prodotti e servizi con il miglior rapporto qualità-prezzo senza gli ostacoli – tariffe doganali, limiti agli sconti, assurde regole tecniche- che si frappongono tra i consumatori e le loro preferenze.

Opportunità vuol dire competere senza che una porzione importante dei concorrenti sia posseduta o concessionaria dello Stato, ne riceva i sussidi e le protezioni. Significa poter lavorare con i contratti che si scelgono, dove si vuole e senza barriere all’accesso onerose e scoraggianti persino per aprire un negozio di barbiere.

Nessuno nega che una rete di protezione sia necessaria e desiderabile, specie se incentrata su politiche attive, ma tra l’immagine di un Prometeo incatenato che ha l’ambizione di far conoscere il fuoco e quindi la luce all’umanità e quella del burocrate Pirandelliano che ascolta paziente lo jettatore che vuole la sua patente, non ho dubbi su cosa sia più attraente.