Mentre si intensifica la febbrile formulazione di ipotesi su composizione, appoggio parlamentare, contenuti concreti delle politiche economiche di un governo guidato da Mario Draghi, da questo osservatorio costantemente auspicato in termini di coerenza euro-atlantica, sembra utile esprimere qualche valutazione preliminare sugli indirizzi di politica esteri del nuovo Esecutivo.

In un panorama internazionale contrassegnato da vulnerabilità, incertezza, complessità ed ambiguità (dall’acronimo inglese VUCA), le più valida garanzie della sicurezza e dell’interesse nazionale dell’Italia sono direttamente proporzionali al tasso di coesione tra le due sponde dell’Atlantico. In altri termini, le frizioni nel campo occidentale, confrontato da evidenti sfide globali, evidenziano le vulnerabilità del nostro Paese.

Accantonando il consueto tributo retorico alla “condivisione di valori e di interessi”, si tratta di individuare quei motivi di divisione che sono stati di recente all’origine dei contrapposti ed estremi slogans dell’America first e dell’autonomia strategica dell’Europa. Slogans che hanno rispecchiato la debolezza o l’assenza di un agenda condivisa su temi nevralgici quali il burden sharing della NATO, i contenziosi commerciali (dal fallimento del TTIP all’annoso duello Airbus-Boeing), la sicurezza energetica (segnatamente il controverso Northstream 2), la tassazione delle GAFA, il cruciale rapporto con la Cina fino alle ambiguità del JCPOA privo di incisività sul versante della sicurezza regionale.

Di fronte alla complessità di tali dossiers, cui spesso l’Italia è peraltro estranea, sarebbe puerile ignorare che il nostro Paese ha sofferto degli effetti di un’appartenenza ad una compagine europea dove fattori storici, strutturali e contingenti hanno purtroppo stratificato naturali gerarchie. Negli ultimi 6 mesi anche le modalità di programmazione e di comunicazione politico-mediatica dei fondi del NGUE hanno sottolineato tutte le carenze di un approccio, assistito in Europa ed assistenziale all’interno, poco consono al ruolo ed all’immagine di un Paese fondatore del processo di integrazione europea, membro del G7 e che si appresta a presiedere il G20.

La futura compagine di governo si troverà ad operare alla vigilia di una nuova stagione del rapporto transatlantico e delle dinamiche, politiche ed economiche, globali in cui, ferma restando la centralità di forti saldature bilaterali in Europa e nel rapporto transatlantico, il multilateralismo, depurato di aspettative taumaturgiche, è chiamato ad offrire potenziali sedi di negoziato e di riforma. Per vocazione politico-culturale e per la tutela di interessi concreti, l’Italia autorevolmente guidata sulla strada del recupero economico-finanziario, si trova davanti alla possibilità di svolgere quella funzione di cerniera transatlantica che la frattura della Brexit ha lasciato scoperta. Dal rilancio del TTIP al rafforzamento di politiche della difesa quale pilastro europeo della NATO, dalla stabilizzazione del Mediterraneo e dell’area mediorientale su realistiche basi di sicurezza e di sviluppo economico inclusivo fino ad una nuova disciplina del sistema globale degli scambi il potenziale di iniziative nei prossimi anni appare illimitato.

A condizione di ricordare Palmerston, secondo il quale “foreign policy begins at home”.

(Foto: Quirinale.it)