La vita italiana era stata incanalata in un tunnel senza uscita.  Il primo ad averlo denunciato è stato il segretario nazionale del partito repubblicano, Corrado de Rinaldis Saponaro. La proposta della segreteria del Pri prevedeva un governo di solidarietà nazionale e questo per la semplice ragione che non puoi pensare di affrontare un’emergenza, basandoti sulle forze di una maggioranza posticcia che non aveva nemmeno più i sufficienti riscontri elettorali nel paese. Il centrosinistra aveva vinto in Romagna con una coalizione senza il movimento 5 stelle, situazione che si è ripetuta in Toscana, in Campania ed in Puglia, quando il centrodestra vinceva nelle altre regioni andate al voto.
Il governo del paese si trovava nelle mani di forze che non esistevano a livello locale e costretto a confrontarsi con Regioni, la Calabria ad esempio, la Lombardia, il Veneto, di segno politico opposto. Lo stato di paralisi si è visto dal primo momento. Senza contare che il governo veniva contestato nelle stesse Regioni dove pure aveva vinto il centrosinistra, la Campania prima di tutte. Serviva, non solo una maggioranza più ampia, per impedire una crisi della rappresentanza nazionale, ma soprattutto una personalità con capacità conclamate per disporre della necessaria autorevolezza. Il nome avanzato da Saponaro era quello di Draghi, ovvero una eccellenza italiana il cui peso si appoggia su comprovati riconoscimenti internazionali.
Le competenze specifiche di Draghi divenivano indispensabili per individuare un  percorso di ripresa economica di un paese che in soli 4 mesi di misure prese dal governo aveva perso il nove per cento del pil. L’avvocato Conte aveva però un asso nella manica, gli Stati Generali. Così a luglio ci venne somministrata la passerella di Villa Pamphilj degna di un sovrano assoluto della fine del settecento.  Si ricevevano imprenditori ed estetiste, quando il Capo dello Stato aveva già suggerito di predisporre un piano di rilancio economico affidato ad un manager illustre come Colao, che non è proprio lo stesso di Arcuri.
Conte sembrava il principe di Homburg della tragedia di Kleist. Convinto di avere le chiavi di un nuovo Rinascimento, come quello del trionfo militare. Con tale illusione ci siamo ritrovati ad ottobre  con  il governo che richiudeva tutto quanto aveva promesso di riaprire e pronto a mandare la polizia nelle case.
Tutto è precipitato  quando il ministro Bellanova ha visto alla fine di dicembre il nuovo piano pandemico, quello che magari sarebbe servito  all’inizio della legislatura.  Vi si scriveva che in assenza di risorse sarebbe stato “morale” decidere a chi salvare la vita e a chi no. Come ad Auschwitz.
Da quel momento la crisi è accelerata fino al passaggio fatale. Se mancano le risorse, il governo si industri di trovarle invece di perdere altro tempo, concentrato unicamente su una infinità di sussidi che aiutano parzialmente e comunque sono destinati ad esaurirsi.
Dobbiamo riconoscenza al Capo dello Stato se si è interrotta questa squallida e dolorosa messa in scena. Se il Presidente del Consiglio avesse posseduto un minimo di sensibilità istituzionale avrebbe colto l’occasione per dimettersi con le dimissioni dei ministri di Italia viva. L’avvocato Conte ha preferito andare allo scontro parlamentare e l’ha perso, perché un governo che con il sostegno di tre senatori a vita non ha nemmeno un voto in più oltre la somma degli astenuti e dei contrari, non dispone  della maggioranza sufficiente per procedere oltre.
Il fatto che il PCM abbia iniziato da Palazzo Chigi delle trattative con singoli senatori  consegna la giusta misura politica della persona alla storia.
Il Presidente Mattarella ha incaricato Draghi. La vita repubblicana ha una possibilità di rilancio imperdibile.  Incominciamo con l’archiviare la stagione tetra e catastrofica che l’ha preceduta.