Centottanta anni fa esatti, 1841, l’aula magna della facoltà di filosofia di Berlino si affollava di una quantità di pubblico che avrebbe terrorizzato i fieri combattenti della lotta al covid. Si trattava di ascoltare l’ultima sessione della filosofia di Schelling illustrata da lui stesso e la gente premeva persino sulle porte per trovare un posto da qualche parte. Soren Kierkergaard, che era sui banchi due era prima della lezione, scrisse subito nel suo diario, “sono troppo vecchio io e troppo vecchio Schelling”. Non si perse nemmeno una delle 36 lezioni del corso. Con Kierkergaard, erano presenti Nietzsche e, nemmeno a dirlo, Karl Marx. Tutti i pensatori che da punti di vista diversi  influenzarono la filosofia dell’intero ‘900, si ritrovarono ad ascoltare il fondatore dell’idealismo tedesco.
Il governo prussiano aveva richiamato Schelling dalla pensione perchè preoccupato del piede che aveva preso in Germania la filosofia di Hegel. Diciamolo francamente, Schopenhauer all’epoca non lo conosceva e non lo considerava nessuno. Per cui, quei reazionari incalliti  al governo di Berlino, baciapile convinti e fieri avversari dal razionalismo hegeliano, l’ultimo frutto avvelenato della rivoluzione che circolava ancora in Germania, pensarono di stroncare Hegel evocandone il maestro.
La dualità Schelling-Hegel si riveste di aspetti importanti, quasi esclusivamente personali. Schelling era poco più giovane di Hegel e pure ebbe subito un successo universitario straordinario, tale che nonostante i due fossero amici intimi, il secondo si rivolgeva al primo, già divenuto  titolare di una cattedra, con la più assoluta deferenza, quasi servile.
Non c’è dubbio alcuno che tutta la filosofia di Hegel dipenda interamente dal punto di partenza speculativo di Schelling e che come dire, la ricopi o la scimmiotti, cosa che a Schelling faceva tutt’altro che piacere. Ma Hegel prende il sopravvento. Ha  molta più lena ed applicazione del maestro. In pochi anni, Schelling si trova nella posizione di essere completamente schiantato dal riconoscimento e dal successo di un suo amico che pure aveva minori capacità speculative di lui, lo aveva interamente copiato, e che pure disponeva di una  forza produttiva e comunicativa superiore.
Ancora dieci anni dopo la morte di Hegel era il pensiero di quello a restare considerato, quando Schelling l’inventore autentico del principio idealistico, era rilegato in una zona d’ombra. Cosa fece Schelling allora? Con estrema umiltà capovolse quel suo stesso principio contro Hegel e riuscì a riprendere piede fino a quando il governo prussiano si decise di dargli lo strumento della vendetta, il ritorno in cattedra. Ora risparmiamo volentieri per chi non ha cognizioni filosofiche una lunga deduzione di principi ed assiomi che sarebbe comunque insufficiente.  Spieghiamo invece in maniera elementare la differenza fondamentale fra due sistemi che pure partono da un medesimo punto, ovvero l’identità di soggetto ed oggetto. E’ chiaro infatti che se il punto di partenza è lo stesso, non sarà possibile raggiungere una qualche differenza se non insignificante. Schelling ne formula invece una eclatante e capovolge l’intero processo filosofico. La ragione, il logos, non è più contenuta interamente nella natura, e non è in grado di spiegarla. La natura in altre parole è posta sopra la ragione, precede il logos e dunque è libera della stessa e inevitabilmente posta sopra la stessa libertà dell’uomo. Tutta la filosofia idealista faticava a superare quella di Spinoza, l’uomo resta comunque un accidente per la natura come lo era per la sostanza. Ora ne recuperava anche il misticismo.
Questa pagina di filosofia formidabile che segna tutto l’800 e prosegue fino al secolo successivo, subisce un netto ridimensionamento ad opera di due autori di grido e di campo politico opposto. Il liberale Popper si preoccuperà di consegnare infatti Hegel al totalitarismo, chissà poi perché, e il marxista Lukacs, con maggiori conoscenze, Schelling direttamente al fascismo.
E’ quello il distruttore della ragione illuminista e borghese. I due unici libri di storia della filosofia che nella seconda metà del ‘900 ebbero  una divulgazione ben oltre le università, “La società aperta ed i suoi nemici”, di Popper, e “La distruzione della Ragione” di Lukacs, sono entrambi concordi nel disfarsi dei dioscuri dell’idealismo. Entrambi i libri sbagliano. Il grande Lukacs persino più di Popper, perché non comprese che Marx non fu allievo di Hegel, ma solo di Schelling di cui mantenne la stessa struttura rivelatoria e mitologica, la Rivoluzione, il Proletariato, quando la rivoluzione in Hegel era essenzialmente borghese e comunque destinata a tramontare, non a trionfare. Forse per questo Schelling, giacobino pure lui, ne aveva spostato i confini spingendola interamente sullo spirito santo in modo da eternizzarla.
L’idealismo tedesco si potrebbe definire conteso fra due diverse nostalgie segnate entrambe dal destino infelice. La  fonte comune era pur sempre il terzo compagno di studi di Hegel e Schelling a Tubinga, Holderlin, già morto pazzo. Purtroppo tutto questo approfondimento è sfumato. E’ rimasta la lezioncina di Popper e Lukacs che alla fine si è tradotta, inevitabilmente nel non leggete Schelling, strappate Hegel. Tornate a Pierino Porcospino.
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Laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma I la Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore della Voce Repubblicana. E' stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è vice direttore della Voce Repubblicana.