“Non srotolare in fretta fino sino alla verga il libro di Eraclito di Efeso: assai difficile a percorrersi è il cammino.
Oscurità e notte profonda è in esso; ma, se un iniziato conduce e ti guida, è più luminoso del sole splendente.”
(Epigramma anonimo dell’antologia palatina, attribuibile a Diogene Laerzio)

L’antichità più profonda, di cui Eraclito, con la sua filosofia ermetica, è stato un esempio importante, è all’origine della cultura occidentale moderna.

Il personaggio leggendario di Ermete Trismegisto (che talvolta è lo stesso dio Ermete) e che i greci identificavano con il dio egiziano Thoth, scriba e depositario della sapienza divina, era considerato l’autore del ‘Corpus Hermeticum’ comprendente 17 trattati sull’universo e lo scibile umano tout court.

Quest’Opera fu redatta, però, in epoca ellenistica (II-III secolo d.C.) e riscoperta durante il Rinascimento italiano.

In età latina, Cicerone scrisse che i Mercuri esistenti furono cinque di cui uno divenne egiziano, il quale prese il nome di Thoth (o Theuth) e “diede agli egiziani leggi e lettere”.

Ache per i Padri della Chiesa, Ermete egiziano “benché fosse solo un uomo, era tuttavia  di grande antichità e perfentamente dotato di ogni specie di sapere” e affermò “la maestà del supremo ed unico Dio” (Lattanzio – III sec.) e “dice di Dio molte cose secondo verità” e “visse molto prima dei saggi e dei filosofi greci” (Agostino – IV sec.).

Cosimo il Vecchio, uno dei più importanti politici italiani di tutti i tempi, favorì l’arrivo dalla Macedonia a Firenze del Corpus, intorno al 1460,  e Marsilio Ficino fu incaricato della traduzione.

Il Ficino arrivò a identificare il Trismegisto con lo stesso Mosè: “Qualunque cosa si legga del Mercurio Trismegisto, dimotra essere stata in Moise: e da Moise fatta. E che lui fu esso Mercurio, e fu chiamato ancor Museo”.

La triplice importanza di  Ermete Trismegisto era, per il Ficino, relativamente alla sua natura di sacerdote, filosofo e legislatore.

La triplice valenza di Ermete  e della sapienza ermetica erano, per Agrippa di Nettensheim, la teologia, l’astrologia e la fisica.

Il gradino mediano, in una visione ‘scalare’ delle tre, era l’astrologia che fa da tramite, tra l’alto (teologia) e il basso (fisica), con l’uso della ‘magia’.

Sempre Marsilio Ficino, in una lettera a Lorenzo de’ Medici, scisse “che vi sono tre tipi di vita: contemplativa, attiva e voluttuosa”: la prima culmina nella teologia, la seconda nel gestire le cose del mondo, la terza culmina nell’amore.

Nel capolavoro  l’Hypnerotomachia, del 1499, attribuito a Francesco Colonna, signore di Palestrina (oppure l’omonimo frate dominicano), le tre tipologia di attività del Ficino sono identicamente riprese ed il protagonista del romanzo allegorico,  Polifilo è chiamato a scegliere un’attività, corrispondente ad una delle tre porte disponibili.

Questo romanzo, intriso di mitologia egizia,  specialmente nelle sue illustrazioni,  utilizza la simbologia egizia del Leon Battista Alberti (a cui peraltro  viene attribuita, da alcuni studiosi, la genesi dell’opera), per il quale l’occhio simboleggia Dio, l’avvoltoio designa la natura, il circolo allude al tempo.

Di particolare interesse le xilografie, presenti nell’  Hypnerotomachia.

Ma solo in una di queste, quella della raffigurazione dell’ obelisco che sormonta l’ ‘elefante, sono presenti veri geroglifici egizi, mentre in tutte le altre xilografie si tratta di immagini simboliche tratte da fregi romani antichi.

L’uso di simbologie romane antiche a mò di geroglifici egizi, era legittimato dalla credenza secondo cui  le stesse colonie italiche erano considerate dal Colonna, al pari di quanto scritto da Annio da Viterbo, come fondate da Ercole libico detto anche egizio e pertanto i latini italici fossero una stirpe di origine egizia.

In questo alone leggendario,  si dipana la sapienza, a cui il protagonista Polifilo anela, e che lo porta al sacrificio dinanzi all’altare del dio della natura che, con le parole dell’autore, è il medesimo, sia che si chiami Iside, Osiride o Serapide.

Il geroglifico alla base dell’immagine dell’ ‘elefante con obelisco’ e particolarmente commovente e la sua traduzione sarebbe: “con il lavoro dei campi sacrifica generosamente al dio della natura.

A poco a poco ridurrai il tuo animo soggetto al dio. Egli governando misericordiosamente custodirà la tua vita e la conserverà incolume.” (1)

Un significato simile lo si riscontra nell’Asino d’oro di Apuleio (II secolo d.C) , il cui protagonista Lucio, ascolta queste parole al termine del suo percorso iniziatico dalla dea Iside e dal suo sacerdote.

Nel secolo successivo a quello prettamente rinascimentale, cioè il ‘600, grandi famiglie di notabili si vollero considerare discendenti degli egizi, e di sangue divino.

Un esempio importante fu Papa Alessandro VI Borgia, che aveva come pronotario apostolico presso la sua corte proprio il Francesco Colonna, che sicuramente  suggerì al Pontefice il ciclo di affreschi egizi della Sala dei Santi, grazie all’opera dell’artista Pinturicchio. (2)

Lo stesso stemma del Papa ha un bue, che richiama il bue Api: una trasfigurazione di Osiride.

In questo secolo circolavano racconti come l’ “Hercules libico, over Egitio”, secondo cui l’eroe mitico venne in Italia e si fermò anche a Palestrina.

Ed è in questa località che Ercole egizio,  generò la gens dei Colonna.

Sempre a Palestrina (l’antica Preneste) era presente, fin dal ‘400, il mosaico pavimentale del Tempio della Fortuna Primigenia, databile intorno al I sec d.C, di manifattura ellenistica, denominato il mosaico del Nilo, che rappresenta la valle del fiume sacro e il suo corso dalla sorgenti alla foce, durante l’inondazione delle messi.

Nel secolo dei Lumi, l’Egitto riassunse in pieno il significato che aveva nell’Età classica greca, cioè connesso con un programma di universalismo religioso, per dimostrare l’unicità del divino.

Questa concezione apre la strada al deismo illuminista, che orienta i misteri egizi, a quelli eleusini e cristiani.

Un testo diffuso all’epoca, era la novella ‘Séthos’ del filosofo e abate francese Jean Terrason (1733), che descrive il viaggio iniziatico nella parte sotterranea della Grande Piramide, sepolcro di Osiride, con le successive tappe di purificazione, fino all’arrivo al simulacro di Iside, dove viene bevuta la coppa dell’oblio e della memoria, che segna il momento della morte-rinascita.

Inspirandosi a questa novella, l’autore del ‘Flauto magico’, potè creare, in particolare, l’aria “O Isis und Osiris”: “O iniziati salute a voi!La notte avete attraversato. Grazie a te, Osiride, Si rechi grazie a te, Iside! Ha vinto lo spirito forte! E incorona quale premio La bellezza e la saggezza. Con lode eterna!”

Le architetture settecentesche, a forma di piramide furono parecchie, ma di particolare rilevanza furono i progetti  di Étienne-Louis Boullée, con le ‘Nuove piramidi’, per edifici pubblici e funerari, rappresentanti di complesse allegorie, dal sapore misterico ed iniziatico, dove il gioco dei volumi sotto la luce solare disvela la rappresentazione della lotta tra Luce e Tenebre.

Fu  quest’architetto che progettò la Grande Sfera del Cenotafio di Newton (1784), un tributo allo scienziato, che concepì Dio come Grande Architetto.

Un altro suo progetto fu il “Tempio della Natura e della Ragione”, emblema della religiosità illuminista ed iniziatica, dove la dea Diana Efesia è la Grande Madre,che in sembianze egizie, compare nella ‘Fontana della Rigenerazione’, eretta nell’area della Bastiglia nel 1793, sopra le rovine del carcere politico.

Gli studi settecenteschi e ottocenteschi sulle opere antiche, tra cui la stessa Bibbia, in cui, agli Atti degli Apostoli, si racconta che Mosè fu istruito, in sapienza dagli Egizi (7,22) e di molti autori, come Filone d’Alessandria, che parla della sapienza di Mosè come “filosofia espressa con simboli geroglifici” regalarono una visione diversa di Mosè, che iniziò alla divinità panteistica (di gusto spinoziano) l’intero popolo ebreo, dando però una identità antropomorfa al Dio, per facilitare la comprensione e l’assimilazione delle idee di base.

Le società segrete illuminate, che si sviluppavano in questo secolo, ricercavano la visione totale o epopteia, la medesima che era oggetto della comunicazione finale del sacerdote ierofante egizio/greco al neofita, i cui contenuti potrebbero essere stati tramandati in un inno orfico:

“Parlerò soltanto a coloro che sono autorizzati. Ma prima voi non iniziati, chiudete tutte le porte! Tu però ascolta, Museo, figlio della dea della luna apportatrice di luce, poiché ti annuncio la verità. I tuoi antichi pregiudizi non devono privarti della gioia di vivere! Rivolgiti alla parola divina!Dedicati a questa, pilotando la navicella del tuo cuore. Segui la retta via! Contempla unicamente il Signore del mondo, l’Immortale! Un’unica parola lo annuncia e illumina: Egli è l’Uno, generatosi da se stesso. Dall’Uno sono nate tutte le cose. Si aggira tra di esse, tuttavia nessun mortale lo può scorgere, ma egli, al contrario vede tutti”. (3)

Questa citazione riprende in parte l’Esodo (3,14) “Io sono colui che è”, ma anche ciò che miticamente compariva nei templi dedicati ad Iside: “Io sono ciò che è, che era e che sarà. Nessun mortale ha mai sollevato il mio velo” (riportato da Voltaire – “Des rites égyptiens”).

E’ sempre nel secolo dei Lumi che il un suo massimo rappresentante Ignaz Von Born stabilisce un programma moderno di ricerca della verità e della spiritualità attraverso due principi:

– il primo verte sull’ importanza della ragione che non va sacrificata a causa di dogmi precostituiti (cosiddetto ‘sacrificium intellectus’), anzi la ragione deve far valere i suoi diritti ed impregnare le credenze, anche quelle di tipo spirituale.

– La seconda riguarda l’uso di simbologie e riti il cui significato debba essere creduto, solo se compreso  razionalmente. Ciò che non è compreso dall’adepto rischia di tramutarsi in dogma e superstizione.

Come ha scritto l’egittologo Jon Assman: “Gli egizi furono visti come ‘spinozisti’ o ‘cosmoteisti’. L’antico cosmoteismo fu riscoperto (dall’Illuminismo) come fondamento della tolleranza e della traduzione interculturale.” (3)

Come ha scritto Lucia Mor, l’interesse per l’antico Egitto riuscì dunque ad assumere una valenza polemica verso posizioni dominanti di natura politica, pedagogica, religiosa, artistica e culturale.

La nuova visione settecentesca è ben riassunta da uno dei suoi protagonisti Adolph Freiherr Von Knigge: “l’essenza della nostra santa religione non ci insegna alcun precetto, cui l’uomo non possa giungere attraverso l’uso della ragione o che sia in contraddizione con la religione naturale”. (3)

FRANCESCO ANNICHIARICO

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(1) Arte e committenza a Roma e nel Lazio tra Umanesimo e Rinascimento maturo. a cura di Stefano Colonna. Saggi di storia dell’ arte. Campesino Editore – 2014 – link online

(2) Vedi Studi romani Gennaio – dicembre 2011 – versione online

(3) I misteri ebraici ovvero la più antica massoneria religiosa di Reinhold, Karl L., curato da Paolucci G.e Assmann J  Quodlibet, 2011