La celebrazione della Repubblica Romana del 1849, che nelle sezioni repubblicane viene festeggiata da ben 172 anni, quest’ anno assume un particolare significato alla luce del fatto che non potremo festeggiare con pranzi e cene, e del fatto che è in corso una crisi di governo che Mario Draghi sta cercando di risolvere, nello spirito repubblicano dell’interesse generale, interpretando il senso della Costituzione della Repubblica italiana per tanti versi ispirata dalla Repubblica romana del Risorgimento di Mazzini, Garibaldi, Saffi ed Armellini.

La Repubblica romana del 1849 fu una breve esperienza di popolo, soffocata nel sangue dalle truppe esorbitanti del generale Oudinot inviate da Napoleone III su richiesta del Vaticano. La Repubblica rappresentava nell’Europa di allora un faro di vera libertà, di giustizia e di democrazia. Furono pochi mesi di vita, ma durante i quali si dimostrò al mondo che un popolo che crede nella Repubblica, pur quasi privo di cultura, poteva essere coinvolto in un patto sociale in cui libertà non significava licenza, democrazia non è anarchia, che la miglior difesa dei diritti è quella di compiere il proprio dovere verso la Repubblica, che il lavoro non è odio verso l’impresa, incoraggiamento ad oziare o assenteismo.

Questi principi rimangono validi anche nell’Italia di oggi, dove i valori fissati nella Costituzione sono stati disattesi da classe dirigenti incapaci di perseguire un patto sociale repubblicano che è prima di tutto libertà e coesione sociale, ma capaci solo di provocare divisioni, localismi e corporativismi per rincorrere il potere per il potere.

Se vogliamo dare una speranza al PRI e al paese dobbiamo elaborare un progetto politico per spiegare cosa vuol dire essere repubblicani in Repubblica. Lo dobbiamo fare per i giovani che non conoscono il PRI, ma che hanno votato nel 2016 un referendum per rimanere liberi in Repubblica.

Dobbiamo spiegare la prima parte della Costituzione. Quella che definisce princìpi e valori. Dobbiamo spiegare che Repubblica significa un patto sociale e democratico condiviso e garantito da regole comuni e da partiti che si battono per quei valori nella dialettica, nella tolleranza laica ma col governo dell’interesse generale o bene comune. Per noi è una questione di educazione al dovere e alla responsabilità, non puro esercizio per la conquista del potere. Considerare la Repubblica e lo Stato una mucca da mungere a fini assistenziali ed elettoralistici non produce né ricchezza, né giustizia, né libertà. Preclude il futuro ai giovani, divide fra territori, sprigiona localismi, odio sociale, miseria in cui il principio di carità e di scontro sociale favorisce concezioni populiste, sovraniste ed assistenziali.

Manca una concezione della libertà per il bene comune, manca una cultura di governo che sappia programmare lo sviluppo e la politica degli investimenti secondo il criterio delle priorità di interesse generale. Quel metodo che ci ha consegnato Ugo La Malfa e che può essere lo strumento di ogni amministrazione nazionale e locale per governare.

La programmazione condivide obiettivi di carattere generale e li persegue con enti locali ed organizzazioni sociali. Questo presuppone che i partiti vanno riformati secondo lo spirito della Costituzione e lo Stato va riformato col concorso di tutti secondo criteri di modernità e di servizio ai cittadini e alle imprese. Occorrono modelli che diano la possibilità di creare sistemi e reti comuni e quindi i livelli dello stato devono essere adeguati a questo fine.

Cosa sono i repubblicani? Siamo uomini e donne che vivono una breve esistenza, ma abbiamo il compito di trasmettere agli altri una luminosa storia, nessuno nemmeno il più intelligente o volonteroso può riuscirci nel perseguimento di vanità personali o di scorciatoie di schieramento. Possiamo riuscirci solo nella determinazione di una volontà comune. Il perseguimento di un progetto per per il Paese, e per il PRI, uniti giovani e più anziani nel fare crescere questo messaggio.

Non esistono modelli più affascinanti per un giovane che voglia sognare e realizzare il proprio futuro. Smettiamola di sentirci ognuno portatore di una verità e di un impegno, che coincide con i propri tornaconti personali e mettiamoli al servizio di un progetto. Essere repubblicani significa mettersi in discussione con idee, impegno e rispettare le regole della comune convivenza perché sono la garanzia per lo sviluppo della libertà e democrazia interna attraverso la dialettica, ma anche le regole della rappresentanza democratica.

I giovani sono la risorsa principale se vorranno crescere in questo spirito di sacrificio, ma i meno giovani rappresentano la saggezza e la conoscenza di un mondo che è complesso che può apparire rissoso, a volte scorbutico ed urticante, a volte anarchico, ma che rispetta e fa crescere chi ha idee e vuole impegnarsi insieme agli altri non contro gli altri. C’è una virtù repubblicana fatta di libertà di associazionismo, di volontariato, di rispetto delle regole, di strumenti di governo come la programmazione che servono a offrire a tutti i livelli e a tutti i cittadini inclusione e partecipazione non emarginazione e carne da macello sociale per politiche elitarie o servili ai poteri forti corporativi.

Siamo i custodi dei valori costituzionali non di uno stato obsoleto ripetitivo e assistenziale e per questo dobbiamo essere rivoluzionari contro questo sistema che ha di fatto eliminato la libertà, la politica vera e il bene comune che i governi in Repubblica devono perseguire. Siamo rivoluzionari o vogliamo parlare di piccole tattiche opportunistiche che premiano al massimo una o due persone o un territorio? Un manifesto di valori che dia, a chi lo vuole la possibilità del cambiamento vero. Nessuna rottamazione ma nessun rimpianto.

Chi vuole portare il suo contributo è bene accetto purché giovane, anziano, donna, uomo, imprenditore o lavoratore sia disposto a dare un po’ della sua libertà per il bene e la libertà di tutti. Cioè offriamo l’orizzonte della Repubblica, della Patria e della Repubblica di tutte le repubbliche per vivere la propria esistenza. La Repubblica non è qualcosa che la si raggiunge con una costituzione repubblicana e poi ognuno si comporta come vuole. Dobbiamo diventare i testimoni vivi del repubblicanesimo e questo è il modo migliore per celebrare la repubblica Romana di Mazzini, Saffi ed Armellini.

Consegniamo a Draghi questo messaggio, radicato nella storia risorgimentale,  nella Costituzione repubblicana, nella volontà di riscatto di tutto un popolo che vuole unirsi in una concordia di patriottismo costituzionale di libertà, di Europa, di valori Atlantici universali.