Mazzini scriveva: «Noi vogliamo fondare la Repubblica. E per Repubblica non intendiamo una mera forma di governo, un nome, un’opera di riazione da partito a partito, da un partito che vince a partito vinto. Noi intendiamo un principio; intendiamo un grado di educazione conquistato dal Popolo; un programma d’educazione da svolgersi; un’istituzione politica atta a produrre un miglioramento morale. Noi intendiamo per Repubblica il sistema che deve sviluppare la libertà, l’uguaglianza, l’associazione».

Una breve, ma spero esauriente digressione sulla monarchia sarà utile per capire meglio cosa intendeva Mazzini per Repubblica e per Nazione.

«La monarchia – scrive Pauli – è la forma di governo che sostiene le più vecchie e le più ingiuste costituzioni sociali e economiche».  E Aggiunge: «La monarchia è immobilità». L’immobilità stabilizza le disuguaglianze e le ingiustizie politiche, sociali ed economiche, inoltre, l’assurdo principio ereditario, per il quale un re è imposto a un popolo, ingenera altre assurdità.

Quel principio di diseguaglianza giustifica tutte le altre disuguaglianze tra uomo e uomo, tra classi, gruppi e categorie sociali.

La monarchia è anche ‘accentramento’ istituzionale e governativo, è negazione dell’autonomia dei Comuni, delle Regioni, è autoritarismo, è gerarchie di caste e di categorie sociali privilegiate.

La società monarchica fondata sull’ineguaglianza è, dunque, ingiusta, secondo la ragione; è non solo ingiusta, ma iniqua nella realtà. La struttura della monarchia è, sempre, antidemocratica, poiché comprende nell’organizzazione il ‘trono’, cioè un elemento estraneo alla società sulla quale, invece domina. Sul trono è un regnante (re, imperatore) che appartiene ad una ‘dinastia’ o che inizia una dinastia la quale darà al regnante il successore. La struttura della monarchia italiana era quanto mai antidemocratica. Il re era il capo dello Stato per diritto ereditario. Era circondato dalla casta aristocratica organizzata intorno al trono. Una casta molto articolata. La persona del re era ‘sacra’ e ‘inviolabile’ in forza di quello Statuto del regno che attribuiva al re il potere esecutivo, il comando di tutte le forze di terra e di mare, il diritto di dichiarazione di guerra, di stipulare i trattati di pace e di alleanze.

Il potere legislativo era attribuito alla camera dei deputati eletta dal popolo, ma anche il senato, composto di senatori ‘nominati’ a vita dal re e scelti tra generali, arcivescovi, magistrati, possidenti. Il Senato era stato creato per controllare, avversare, annullare le deliberazioni della Camera dei deputati ed ha funzionato rendendo sempre al re tutti i servizi richiesti. Il re poteva sciogliere la Camera dei deputati, prorogare le sessioni e rendere vani i tentativi di politica democratica e sociale. L’amministrazione dello Stato era accentrata: organi e strumenti del governo erano la ‘burocrazia’ a Roma e i ‘prefetti’ nelle provincie.  Tutta l’organizzazione dello Stato era a servizio delle classi privilegiate, dell’aristocrazia, della plutocrazia, del militarismo. Il cittadino non esisteva; esisteva il suddito vincolato all’obbedienza da leggi, dall’educazione servile, da giuramenti di fedeltà al re e ai suoi reali successori. «La stampa – diceva l’articolo 28 dello Statuto –  sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi». E la legge ci fu con il famoso ‘editto albertino’, sapiente congegno di vincoli e di lacci per il quale la libertà di stampa fu sempre controllata dai prefetti, da procuratori generali e procuratori del re e spesso fu soppressa. La libertà di riunione era riconosciuta dallo Statuto, ma era regolata dalla legge sulla pubblica sicurezza che di fatto impediva l’esercizio di tale libertà. Il diritto di associazione non era neppure previsto, e se associazioni e partiti sono esistiti in Italia prima del fascismo era un fatto non un diritto; e era un fatto i loro ripetuti scioglimenti, in diversi momenti della vita italiana dal 1860 al 1926. Quanto molto sommariamente esposto, era l’ordinamento della monarchia che dominò sull’Italia dal 1860 al 2 giugno 1946. Un regime aristocratico, feudale, militaresco, come quello della monarchia dei Savoia, non poteva essere il regime degli Italiani.

Il 1946. Molti Italiani videro il 2 giugno 1946, attuato il sogno dei Martiri, dei suoi Pensatori, coronata la lotta e il sacrificio di tanti italiani con la proclamazione della Repubblica. L’Italia tornava ad essere una Nazione, nel senso più alto del termine.Le Nazioni, pensava Mazzini, sono ‘reparti’ della Società Umana, ai quali sono affidate speciali funzioni di progresso e di incivilimento secondo le tendenze e le indicazioni dei popoli che le compongono. «Ogni Nazione – scriveva Mazzini – ha un compito vivente. Ognuna ha qualche distinto, preciso servizio da rendere all’umanità. Dio ha scritto una linea del suo pensiero al di sopra della culla d’ogni popolo». Nazione e Patria come le intese Mazzini non sono naturalmente la nazione e la patria degli oppressori e dei conquistatori, siano re, imperatori, o dittatori. La Nazione non è la nemica nata… delle altre Nazioni, come pensano e come vogliono i nazionalisti. Mazzini dedicò tutta la sua vita alla predicazione dell’idea repubblicana, egli fu il primo apostolo della redenzione politica ed economica del Popolo. Parlò quando tutti tacevano. La scelta di Mazzini a favore della repubblica, nutrita anche di memorie familiari, fu ferma ed esplicita fin dal principio del suo progetto politico. A partire dalla Giovine Italia si disse repubblicana e quella della ‘repubblica’ fu una delle parole d’ordine che attraversarono gli scritti di Mazzini attraverso i decenni. «La Giovine Italia è repubblicana e unitaria»,  “perché, teoricamente, tutti gli uomini d’una Nazione sono chiamati, per la legge di Dio e dell’umanità, ad esser liberi, uguali, e fratelli; e l’istituzione repubblicana è la sola che assicuri questo avvenire, – perché la sovranità risiede essenzialmente nella nazione, sola interprete progressiva e continua della legge suprema […] – perché la serie progressiva dei mutamenti europei guida inevitabilmente la società allo stabilimento del principio repubblicano […]. Repubblicana: – perché, la tradizione italiana è tutta repubblicana: repubblicane le grandi memorie; […] [repubblicano] il principio, che domina in oggi tutte le manifestazioni rivoluzionarie d’Europa”.

Quando in Italia e in Europa non vi erano partiti socialisti, Mazzini suscitò il primo movimento operaio. Dodici anni prima che Carlo Marx lanciasse il grido: «Lavoratori del mondo unitevi!», Giuseppe Mazzini lanciò agli operai il suo grido: «Operai associatevi e sarete potenti!». Trent’anni prima che sorgesse l’Internazionale socialista Mazzini fondò la Giovine Europa, patto di fratellanza e di solidarietà tra i popoli d’Europa, primo nucleo di quella fratellanza mondiale delle Nazioni che Mazzini chiamò Santa Alleanza dei Popoli. Le prime associazioni operaie sorsero in Italia, per opera dei repubblicani, come le prime camere del lavoro, le prime società operaie di mutuo soccorso e di assistenza, le prime cooperative di lavoro, di produzione, di consumo degli operai repubblicani. La lotta repubblicana, dopo la morte di Mazzini, fu condotta da Giuseppe Garibaldi, il quale deluso dalla Monarchia, riprese l’apostolato repubblicano della sua giovinezza. Che cos’è la Repubblica? Diciamo semplicemente Repubblica e non Repubblica democratica come alcuni dicono, perché l’aggettivo è un di più, un pleonasmo, Repubblica è democrazia. La Repubblica come altro sistema politico e sociale, non è l’ordinamento miracoloso della società. I sistemi politici e sociali sono opera degli uomini: vivono con le virtù, con i vizi, le passioni, gli egoismi e la malvagità degli uomini! Ma tutti i pensatori e gli scrittori politici, i sociologi e gli studiosi riconoscono che la Repubblica è l’organizzazione politica migliore e più utile per la convivenza sociale e per lo sviluppo della civiltà.

La Repubblica è il sistema politico-sociale che riconosce ad ogni essere umano il diritto al più ampio sviluppo; che pone la società in condizioni di raggiungere il più elevato grado di civiltà e di benessere collettivo. È il sistema dell’eguaglianza e della libertà per il quale con una continua azione educatrice delle menti e delle coscienze produce e determina il perfezionamento di ciascun cittadino e di tutto il popolo. In Repubblica i cittadini sono eguali nei diritti e nei doveri. Non vi sono distinzioni di classe, né distinzioni per la nascita; non vi sono privilegi per alcuni e condizioni di fatale inferiorità per gli altri. Tutti i cittadini sono assistiti e guidati dalla società fino agli anni della ragione. La Repubblica, istruisce, educa, prepara alla vita. Chi vuole può elevarsi. Nessuno è reietto. In Repubblica la libertà – diritto umano incancellabile – è un diritto fondamentale riconosciuto e consacrato nelle leggi, perché, libertà è Repubblica. Libertà politica, libertà dei culti, di professioni religiose, di stampa, di pensiero, di associazione, di riunione: libertà in tutte le manifestazioni della vita. La libertà è una necessità di vita dello Stato stesso: della Repubblica. Il Cittadino è in Repubblica, libero e sovrano per la sua parte: è in conseguenza, responsabile di fronte a sé e agli altri. Se non fosse libero non potrebbe essere responsabile e alla Repubblica mancherebbero le forze di equilibrio per la sua esistenza. La libertà si attua in Repubblica col negare il potere ad un uomo solo, fosse egli un genio; col riconoscere un solo comando, quello della legge; col negare allo Stato autorità e funzioni eccessive, comandi, ingerenze violatrici delle fondamentali autonomie individuali e istituzionali. Due sono le basi dello Stato Repubblicano: la Scuola e l’esercizio della sovranità. Un popolo ignorante, rozzo, non può governarsi bene da sé: è un gregge che ha bisogno di pastori: perciò la Scuola è una delle basi della Repubblica. Lo Stato Repubblicano deve dedicare alla Scuola le sue maggiore cure e i maggiori mezzi finanziari. Il giovane è istruito, è educato, è fatto ‘uomo’ e ‘cittadino’ capace di comprendere i suoi doveri, dalla Scuola. L’altra base della Repubblica sta nell’esercizio individuale della sovranità. Ogni cittadino partecipa al governo dello Stato. Il Cittadino elegge i rappresentanti nei consigli e nelle Assemblee legislative e amministrative; è anche chiamato al voto sulle leggi e i provvedimenti principali per mezzo del Referendum; ha il diritto di proporre leggi e provvedimenti, cioè il diritto di iniziativa. Con questi diritti riconosciuti ed effettivamente esercitati, il popolo della Repubblica si può definire sovrano. In conclusione, anche se la Repubblica chiama a tante riflessioni e studi, la nostra Repubblica nata con il Referendum del 2 giugno del 1946 è viva come dovrebbe essere, è vissuta come fonte di libertà e giustizia dai cittadini italiani? Oppure la monarchia, sempre sopita in alcune coscienze, è li nella sua ‘immobilità’ a scavare nelle coscienze di chi non si sente cittadino, ma servo o reietto? Perché i cortigiani non sono spariti con la monarchia, si manifestano in ogni potere o sistema di governo, anche in quello repubblicano. La Repubblica, non è mai una conquista definitiva.