“I believe that the pandemic has presented such an existential crisis – such a stark reminder of our fragility – that it has driven us to confront the global threat of climate change more forcefully and to consider how, like the pandemic, it will alter our lives. It has reminded us how the biggest crises, whether medical or environmental, demand a global and ambitious response”.

Sono le parole di Larry Fink, numero uno di BlackRock, ai CEO globali. All’inizio di ogni anno il gruppo di asset management più grande del mondo (8.700 miliardi $ di masse gestite, quasi tre volte il debito pubblico italiano!) invia, attraverso la penna del suo presidente, un messaggio agli amministratori d’azienda mondiali. La lettera inviata lo scorso gennaio è in linea con le indicazioni già fornite da Fink nel 2020, quando aveva indicato la sostenibilità ambientale come una priorità nelle linee guida del big degli investimenti newyorchese. Alla luce delle masse di denaro che BlackRock è in grado di muovere, non è difficile ritenere che si tratti di un cambio di scenario destinato a lasciare il segno nel sistema finanziario ed economico, in grado di alimentare un processo di emulazione tra gli altri investitori istituzionali. Sul fatto che si tratti di una sfida epocale, ci sono pochi dubbi. Il cambiamento climatico è moltiplicatore di conflitti (per il controllo di terre coltivabili, acqua, materie prime), alimenta l’instabilità sociopolitica, crea pressioni migratorie, aggrava le ingiustizie a livello globale e mette in pericolo la stabilità di Paesi e intere aree geografiche, come l’Africa sub-sahariana. Secondo l’Accordo di Parigi, il cui obbiettivo è la riduzione delle emissioni di gas serra limitando l’aumento delle temperature a 1.5 gradi, il mondo può emettere ancora solo altri 580 gigatoni di diossido di carbonio, che al tasso attuale di emissioni (37 gigatoni l’anno) avremo esaurito entro il 2035. Pertanto la riduzione delle emissioni non può essere rimandata, ma deve essere attuata subito. Poco prima della pandemia l’UE aveva lanciato il Green Deal: un piano di investimenti di 1.000 miliardi euro in 10 anni per trasformare l’Unione in un’area climaticamente neutrale entro il 2050 (passando attraverso la riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030). L’impegno economico, finanziario e sociale è titanico: per sostenerlo i Paesi membri hanno concordato la trasformazione della BEI (Banca Europea di Investimenti) nella Banca UE del clima. Si tratta della prima banca multilaterale di sviluppo al mondo allineata agli obbiettivi dell’Accordo di Parigi. Gli impatti di questo cambiamento di scenario sono talmente rilevanti che fatichiamo a rendercene conto. Esaminiamo i tre più rilevanti. Il primo: la geopolitica è destinata ad essere riscritta. Il cambiamento del modello di produzione e consumo dell’UE costringerà Paesi come Russia e Algeria a rilevanti ripensamenti dei propri modelli economici e delle proprie strategie commerciali. È ciò che viene spiegato in un paper redatto congiuntamente dall’Istituto Bruegel e dall’Ecfr (European Council of Foreign Relations), pubblicato ad inizio febbraio The geopolitics of the European Green Deal | Bruegel. L’UE, ricorda il paper, ha importato più di 320 miliardi euro di energia nel 2019; e oltre il 60% di quello acquistato dalla Russia è petrolio e gas. L’addio ai combustibili fossili avrà un impatto sui mercati globali: deprimerà i prezzi, con una riduzione rilevante del reddito dei Paesi esportatori, alcuni dei quali potrebbero subire una destabilizzazione politica, oltre che economica. La transizione energetica, se da un lato ridurrà la dipendenza dalla Russia, aumenterà quella nei confronti della Cina e dei Paesi ricchi di minerali e metalli necessari per la produzione di pannelli solari, turbine e pale eoliche, batterie agli ioni di litio, celle a combustibile e veicoli elettrici. Il secondo impatto è quindi la creazione di una struttura economica sostenibile intra UE. Le opportunità sono sconfinate, anche qui partendo dal fatto che il 37% delle risorse del Next Generation EU (piano UE di rilancio post pandemico del valore complessivo di 750 miliardi euro) dovrà essere indirizzato al Green Deal. Gli sviluppi delle energie rinnovabili risultano praticamente illimitati; tra di essi un ruolo sempre più rilevante è assunto dall’idrogeno, le cui applicazioni sono vastissime. La direzione è stata identificata dall’UE attraverso l’ ”hydrogen strategy”, pubblicata lo scorso mese di luglio Hydrogen | Energy (europa.eu) e già recepita da Francia e Germania. L’Italia, dove il piano nazionale è in corso di elaborazione, e il cui target indicato da raggiungere è quello del 2% sugli impieghi finali al 2030, dovrà favorire lo sviluppo di una filiera nazionale. Si tratta di processare uno sviluppo in grado di coinvolgere diversi attori economici privati, al fine di stimolare la produzione dell’idrogeno ‘verde’ (estratto dall’acqua, utilizzando come fonte energetica l’energia rinnovabile) riducendo al massimo quello ‘nero’ (estratto dall’acqua, usando come fonte energetica petrolio e carbone). I costi del primo sono ancora nettamente maggiori (5 dollari al chilo) e servirà almeno un lustro per farli diventare competitivi (2 dollari al chilo). Nel contempo va però salvaguardata la competitività del sistema manifatturiero italiano. Ergo: per conseguire i target bisognerà fare ricorso all’idrogeno ‘blu’ (estratto dal metano o da altri idrocarburi, la cui CO2 emessa viene catturata e non rilasciata nell’aria), che avrà un ruolo fondamentale come ponte verso la decarbonizzazione spinta.

È ciò che pensa Marco Alverà, CEO di Snam, il primo gruppo quotato italiano ad avere inserito nello statuto il corporate purpose, ovvero “l’impegno della società a favorire la transizione energetica verso forme di utilizzo delle risorse e delle fonti di energia compatibili con la tutela dell’ambiente e la decarbonizzazione”. Lo stesso Almerà, ha indicato l’opportunità strategica per l’Italia: «La Germania deve uscire dal nucleare e dal carbone. Nei suoi piani federali ha previsto che, per produrre acciaio verde e per i trasporti pesanti, si debba importare molto idrogeno. Cercherà di importare idrogeno blu, fatto dal metano, dalla Russia che è un partner storico della Germania. I Verdi tedeschi però non vogliono l’idrogeno blu, ma solo quello verde. L’idrogeno prodotto da impianti fotovoltaici ha costi molto più competitivi di quello prodotto con impianti eolici nel nord Europa. Qualora aumentassero in modo significativo le esigenze tedesche di idrogeno verde, l’Italia può esportare rilevanti volumi soddisfacendo tale richiesta».

Giungiamo al terzo impatto: la convenienza dell’economia sostenibile europea in un mondo aperto. I maggiori oneri posti a carico delle aziende europee, nella fase di transizione, le penalizzeranno rispetto ai Paesi “meno verdi”; d’altro canto l’eventuale delocalizzazione o l’aumento dell’import da tali Nazioni annullerebbe la riduzione delle emissioni di CO2 su scala globale (carbon laekage). Bruxelles ha pertanto ipotizzato il Cbam (Carbon border adjustment mechanism): un’imposta da applicare all’import di merci “realizzate in modo inquinante” (quali i parametri per tale definizione?). Pur evitando il termine dazio, ciò potrebbe portare ad inevitabili tensioni con la Cina, ancora molto lontana dal rispetto di norme ambientali e anche con quella parte degli USA più restia all’introduzione di penalizzazioni economiche commerciali. Il tema sarà sicuramente in agenda alla conferenza ONU sul cambiamento climatico Cop26, in programma a novembre a Glasgow. Nel frattempo, è sempre più chiaro che la transizione verde oltre ad essere un’urgenza, è un’opportunità imperdibile di natura economica, nella misura in cui verrà processata in modo intelligente.