Il populismo ha avuto una storia di successi indicibili dal tempo in cui Gaio Mario venne eletto tribuno della plebe, 119 avanti Cristo. Mario  console per assicurarsi il potere puntò più sui sesterzi dati al popolo che sulle vittorie militari. Il nipote, Cesare, aumentò il prestigio guerriero, ma, per sicurezza, anche i clienti. L’onore della Repubblica che si voleva restaurata dal pugnale, crollò davanti alla lettura del testamento di colui che ne fu trafitto. Per contenere le pulsioni populiste, un occidente sgomento, prese a modello il giovane Ottaviano Augusto.  Sotto il lessico repubblicano questo discendente della famiglia Giulia concentrò il trono e l’altare. Formula che perfezionandosi nei secoli, dal Sacro Romano Impero, all’Assolutismo, ebbe uno straordinario successo. Tranne episodi fugaci, il popolo ne rimarrà disossato per ben oltre sette secoli. Per quanto morto e sepolto al populismo bastò una scintilla per scatenare un incendio. Che notte quella parigina del 14 luglio del 1789.  Il mito democratico della Repubblica risorse sulle sue ceneri e subito dietro il suo fantasma. Il primo venne imbrigliato a palle di cannone dal secondo. Il vero trionfo del populismo si consumerà  in Russia centotrent’anni dopo. Le epoche volano e  nessuno meglio di quest’ometto dall’aspetto anonimo e trasandato poteva elevarlo ad  una autentica scienza.  Lenin si presentò così sulla scena della storia, come l’emulo asiatico di Marat. Marat si accontentava di cinquecento mila morti, a Lenin non ne sarebbero bastati cinquanta milioni. Da quel momento abbiamo conosciuto più o meno ininterrottamente populisti di ogni genere e grado e di sicuro ne conosceremo ancora. La volontà popolare è un’idea troppo prorompente per non sconfinare nell’indiscutibile ragione di chi la pretende esercitare e a qualsiasi costo. Il populismo è un fiume in piena e anche il più aristocratico degli uomini politici non riesce a risparmiarsi uno scivolone, almeno una volta. Per il sovranismo invece è tutto un altro paio di maniche. Non ci vuole niente a dar ragione al popolo anche quando ha torto, o ad esaltarne i vizi quali virtù.  È invece un’autentica impresa l’autosufficienza, per non dire la supremazia, di una determinata nazione, magari pure insignificante, l’Ungheria. Se i risultati del populismo sono sempre discutibili, quelli del sovranismo, rovinosi. Pensiamo ai grandi Stati sovranisti del nostro passato, Spagna, Francia, Inghilterra.  Tutti  crollati inevitabilmente e miseramente e poi costretti ad abbassare di molto le loro pretese. Quando Germania ed Italia  si sono pronunciate sovraniste, la loro fine è stata comunque ingloriosa, e persino catastrofica. Occorrono risorse eccezionali per esercitare il sovranismo, tali che forse ne dispongono gli Stati Uniti d’America, i quali, forti di una esperienza coloniale al passivo, erano loro la colonia, hanno sempre preferito l’isolazionismo al sovranismo. Due concetti, lo abbiamo visto con l’esperienza Trump,  fra loro piuttosto diversi.  Quanto ad un paese europeo nuovamente sovranista, ce ne passa.  L’Italia, solo per il suo debito pubblico, andrebbe esclusa a priori. Più di tutti l’Italia ha bisogno di aiuti ed è anche la sua vicenda nazionale, da Caporetto, a spiegarlo. Churchill lo scriveva bonariamente a Mussolini, l’Etiopia è troppo distante per voi. Poi nessuno può impedire ad una vanità illusoria di baloccarsi con estrose fantasie. Per lo meno fino ad un dato momento. Alla prima occasione utile,  meglio cambiare pelle e farlo anche abbastanza in fretta.