L’incarico al Presidente Mario Draghi ha aperto il cielo della nostra benamata penisola con un raggio di sole di speranza, finalmente un uomo competente alla guida di un paese del G7, restato in mano per tre anni ad un professionista prestato alla politica che ha fatto il tirocinio, a spese degli italiani, per lasciare la professione e darsi alla politica. Le speranze che gli uomini di buona volontà nutrono verso questo nuovo governo, per una stagione di riforme che ci consegni un paese pronto ad affrontare le sfide della ripresa economica e tenuta sociale nel post pandemia, potranno volgere con fiducia lo sguardo verso il tema Giustizia?

La mia personale opinione è che se in tema di economia e finanza pubblica si devono nutrire certezze, in tema di Giustizia occorre lasciar ogni speranza. Le contingenze del piano vaccini e la necessità di ritrovare equilibrio nei conti pubblici non permetteranno il lusso di mettere mano alla vera riforma necessaria in tema di Giustizia che, come ho già più volte espresso, è quella essenziale della revisione dell’Ordine Giudiziario, della separazione delle carriere e della concreta realizzazione dell’Autonomia della Magistratura secondo il disegno dei Padri costituenti e non di quello degli architetti del ‘Sistema Palamara’.

Del resto negli interventi dei leader politici sul tema della Giustizia, che sono seguiti in questi giorni di consultazioni, è emerso esclusivamente che nel programma del futuro Governo si pensa ad un progetto di riforma della Giustizia Civile. Si pensa ad un intervento in termini di efficienza e rapidità, che in realtà è frutto di pura ottimistica immaginazione da parte di coloro che, non essendo operatori del diritto, sono a digiuno della conoscenza dei veri mali della Giustizia Civile italiana, estranei e non connessi alla disciplina del Codice di procedura Civile.

Vi porto un esempio concreto che emerge dalla mia pluriennale esperienza di avvocato di impresa, quindi di quella parte sociale più interessata ad un concreto intervento di riforma nella direzione di una piena efficienza e produttività dell’amministrazione del contenzioso in sede giudiziale. La riforma del processo del Lavoro che data 1973 e che prevedeva la speditezza del procedimento, con audizione dei testimoni e emissione di sentenza in prima udienza, non è mai stato applicato esclusivamente per volontà della Magistratura e dell’apparato burocratico di cancellerie e uffici giudiziari vari di seguire una prassi diversa, parallela a quella del processo civile ordinario, garantendosi così diluizione degli incombenti istruttori e meno carico di lavoro in tempi brevi, sia in primo che in secondo grado.

Una riforma tradita che non potete nemmeno immaginare come abbia inciso sul mercato del lavoro e sulla mancata espansione in termini occupazionali della piccola e media impresa italiana. Quindi che dire? Ciò che più volte ho detto, cari lettori. Il problema sta nel manico e quel manico è l’Ordine Giudiziario ed una autonomia ridotta semplicemente a gestione del proprio privilegio di casta.