La politica estera di Erdogan, in poco più di un decennio, è passata da un modello basato sull’assunto “zero problemi con i vicini” ad un atteggiamento assertivo che mette al centro l’interesse nazionale senza badare ai costi in termini di conflittualità con gli altri attori regionali ed extraregionali.

Questa azione si fonda su un dosato mix di hard e soft power; nel primo caso si tratta di strumenti eminentemente politico militari, come l’installazione di basi militari in paesi terzi, l’invio di truppe sul terreno (come ad esempio in Siria ed in Libia), o la cooperazione nel campo degli armamenti e dell’energia. Gli strumenti di soft power sono invece più raffinati e meno appariscenti, ma ugualmente efficaci.

Essi vanno dalla diffusione all’estero della lingua e cultura turca tramite una fitta rete di scuole ed Università alla cooperazione umanitaria e, in tempi di pandemia, anche sanitaria; ma sono soprattutto di natura ideologica, con funzioni di rappresentazione e legittimazione geopolitica.

Il campionario ideologico  potrebbe sommariamente ridursi ad una triade che varia a seconda del contesto geopolitico nel quale è necessario operare.

Se il neo-ottomanismo appare certamente più adatto per proiettarsi nei Balcani o in Libia, terre del vecchio Impero, l’utilizzo dell’islam politico sembra invece più efficace in Medio Oriente e nel Golfo. In Asia centrale, invece, per colmare il vuoto ideologico, seguito al collasso sovietico, è stato rimesso in campo il vecchio mito del pan-turchismo o pan-turanismo come sarebbe più corretto definirlo. Turan è il vocabolo, di origine persiana, con il quale questi ultimi definivano il vasto territorio posto al loro settentrione e popolato per lo più da tribù nomadi; vi contrapponevano il termine Iran, con il quale si autodefinivano e si qualificavano come popolazioni stanziali.

Il nucleo di questa ideologia risiede nel presupposto di una comune identità, etnico-culturale ma anche ‘spirituale’, di tutti i popoli di origine uralo-altaica: non solo, quindi, gli abitanti della Turchia, di una parte del Caucaso o dell’Asia centrale ex sovietica, ma anche finnici, baltici, magiari, mongoli ed una cospicua fetta di abitanti della Federazione russa sarebbero parte di questa vasta “comunità di destino”.

La retorica che ne deriva vorrebbe, un giorno, realizzare l’unione, nel medesimo stato-nazione, di tutte queste popolazioni nell’ampio spazio che va dall’Egeo al Turkestan cinese.

Alla base vi è una narrazione meta-storica che fa riferimento ad una condivisa e leggendaria origine dei popoli turcofoni: il mito fondativo dei “lupi grigi”. Secondo tale mito di civilizzazione, le originarie tribù, che poi fonderanno l’attuale Turchia, mossero dalle inospitali steppe dell’Asia centrale alla ricerca di una terra promessa. La trovarono infine nella pianura anatolica seguendo un branco di lupi grigi che li salvò dalle insidie del viaggio, indicando loro la strada attraverso pericolosi valichi montani.

Tralasciando le implicazioni politico-culturali collegate agli aspetti simbolici del mito, interessa piuttosto sottolineare che esso è servito soprattutto per costituire una rappresentazione geopolitica: uno spazio omogeneo di civiltà, fondato su una unità culturale, etnica e valoriale che andrebbe dal Mediterraneo alla Cina.

Molti elementi di tale costruzione ideologica si possono rintracciare nella piattaforma politica di cui si fa portatore il partito di Erdogan, l’AKP (Partito Giustizia e Sviluppo); come pure nei programmi del partito ungherese Fidesz, del premier Viktor Orban; per non parlare dei vari circoli politici di tendenza eurasista nella Federazione russa: non appaia superfluo ricordare che almeno il dieci per cento dei cittadini della Federazione è di etnia turcica e professa l’islam, il buddismo o lo sciamanesimo.

Se il mito della fratellanza panturanica può sembrare a noi occidentali poco più che folklore, esso viene proficuamente utilizzato  dalla Turchia come base ideologico-culturale per creare un brand turco, formare  classi dirigenti filo-turche ed esportare  influenza politica ed economica.

Ne è un esempio l’utilizzazione del Turkic Council, organizzazione internazionale per la diffusione della cultura turca, che vede insieme alla Turchia tutti gli stati post-sovietici dell’Asia centrale e del Caspio oltre all’Ungheria, al momento con lo status di osservatore, ma pronta ad entrarvi a pieno titolo.

Simili finalità ha il Turksoy, organismo intergovernativo che agisce come una sorta di Unesco della sfera turcofona: esso, oltre ai paesi dell’Asia centrale, vede come membri con lo status di ‘osservatori’ ben sette Repubbliche autonome della Federazione russa.

Bisognerà, prima o poi, che anche il distratto Occidente  inizi a considerare queste ideologie meritevoli di attenzione; ciò lo aiuterà  a comprendere perché la Turchia, da qualche tempo, si comporti da atlantista riluttante o perché abbia smesso di cercare l’adesione all’Unione europea, volgendosi invece ad Oriente.