Da quest’anno il Danton di Andrej Wayda si può vedere integrale e gratuitamente su You Tube, tradotto in italiano, tranne qualche battuta in originale. Il film del 1983  da decenni ignorato dalla programmazione pubblica e privata, con tutti i capolavori che ci sono, poi, era rintracciabile solo a spezzoni in inglese, in una versione in polacco ed una in spagnolo, non proprio agevolissime. Ora chiunque può tranquillamente rivederselo con un semplice click.
Quando Wayda intraprese l’opera non immaginava che sarebbe rimasto uno spaccato della cinematografia sulla rivoluzione più unica che rara. In pratica, sono seguite solo delle serie televisive di valore storico ed artistico piuttosto discutibili. In tutto il ‘900 vi sono solo due grandi film sulla Rivoluzione, il Napoleon di Gance e il Danton di Wayda. Il primo a parte l’enfasi bonapartista sballa tutta la storia rivoluzionaria dipingendo Napoleone come una vittima del Terrore, quando in realtà fu vittima del Termidoro e riportato in auge dagli ex terroristi entrati nel Direttorio, come Barras. Il film aveva anche i suoi anacronismi. Gance stesso, che superava i quarant’anni interpreta Saint Just di appena ventisette. Wayda si lascia prendere meno la mano e a parte alcuni insignificanti errori di cronaca, e anche qui chissà perché, un Saint Just che appare affettato e  ridicolo, è molto  attento alla ricostruzione storiografica.
Chiaramente l’episodio centrale del film, il colloquio fra Danton e Robespierre prima dell’incriminazione è una libera interpretazione. Si sa che vi è stato, ma non c’è nessuna testimonianza di cosa si siano detti. Wayda lo fa svolgere in una casa del Palais Royal quando vi sono storici che sostengono che si svolse fuori città. Danton non scrisse mai nulla, per cui la ricostruzione di suoi discorsi e frasi è sempre riportata da terzi. Ci si può fidare giusto della sua parola alla tribuna della Convenzione, che pure nella primavera del ’94, quando rientra a Parigi, dopo settimane di assenza, non prende più. Danton resta muto sino al processo.
Wayda affida il ruolo di Danton a Gerard Depardieu che offre un’interpretazione straordinaria. Per quanto Depardieu, ancora giovanissimo e avvenente qual era, riesca a dare molto bene l’idea della vitalità di Danton e della sua irruenza, il pubblico vedendolo non si rende conto che in realtà Danton era un mostro dalla mole  enorme.  Robespierre era sotto il metro e sessantacinque, ma Danton lo superava di almeno 25 centimetri e va bene, ma il viso era sfigurato dal vaiolo, gli occhi fessure appena percepibili, la bocca, delle fauci, la voce tonante. Grande bevitore e mangiatore, oltre pronto ad apprezzare  ogni  piacere, non doveva essere particolarmente in forma come pure appare Depardieu. Non  è un dettaglio da poco. L’apatia di Danton descritta dal film viene spiegata come se egli fosse stanco del sangue versato, quando potrebbe benissimo essere una malinconia fisico psichica di un uomo che ha perso  se stesso da tempo.
I racconti su Danton a Arcis, dove si era ritirato con la nuova giovane moglie, descrivono un’ ombra che passava la notte alla finestra della sua stanza con la berretta in testa. «Ho appena superato i trent’anni ma me ne sento sessanta» è la battuta più felice attribuitagli da Wayda. Danton ha perso la prima moglie, lei sicuramente per gli eccessi rivoluzionari mai sopportati, Danton ministro della Giustizia istituisce lo stesso Tribunale rivoluzionario che lo condanna. È Danton l’autentico responsabile con la Gironda dei massacri di settembre. È Danton che apre la bara della sua povera compagna e ne tiene fra le braccia il cadavere putrefatto. Nessuno sa perché poi torni a Parigi come ricorda il film al suo inizio. Prepara un colpo di mano, come temono i comitati? Malinconia in campagna? Vuole accelerare la sua fine provocando i tanti nemici? Aveva affari da sbrigare?
Danton è diventato ricchissimo, non dimentichiamolo. Wayda mostra come siano i suoi compagni a corrergli intorno, a spingerlo all’azione, e lui dice: «Non bisogna fare niente». Boccia il piano Westermann di mobilitazione delle sezioni contro i comitati: «È infantile».  Danton vuole restare disarmato. Anche la sua ruggente lotta contro il tribunale è frutto delle leggende dei suoi amici. Tempo due giorni le sedute furono a porte chiuse e senza testimoni.
La sua parola  faceva tremare i vetri e rimbombava nelle strade? Diceria difficile da verificare in una qualche maniera. È vero invece che nessuno si mosse alla sua esecuzione, che la denunciata dai comitati di un complotto per liberarlo, fosse solo un pretesto per spegnere definitivamente la sua intera fazione. C’è quindi nel film una certa discrasia tra l’eroe del popolo, che dice a Robespierre: «Io il potere ce l’ho, il potere vero, l’unico quello della piazza» e la piazza rimasta immobile.
Storicamente Danton è un mistero.  Mostra una fiamma ardente agli inizi della rivoluzione che si spegne completamente nel giro di due anni. «Preferisco essere ghigliottinato che ghigliottinare» è la frase dantoniana più difficile da spiegarsi, ammesso che sia stata davvero pronunciata. Veniamo al suo contraltare cinematografico, Robespierre. L’attore, molto meno famoso, è sicuramente più indicato. Quando parla dalla tribuna si agita un po’ troppo, Robespierre era inespressivo come oratore, in compenso si solleva sulle punte. È vero. Wayda coglie il tratto fondamentale del loro legame, se cade uno cade l’altro.  È plausibile che Danton abbia davvero detto a Robespierre che egli disprezza i comitati come lui stesso li disprezza.
Il rapporto dei comitati e Robespierre è la parte più interessante del film e sicuramente la più intuitiva, nonostante si proceda a tentoni. I Comitati hanno fatto sparire ogni possibile documentazione a riguardo. Avete presente il buco nei nastri di Nixon? Lo stesso. In Wayda Robespierre non è il loro dittatore: è la loro vittima, e li domina proprio per questo. Robespierre prese il posto di Danton, su sua proposta, solo nel luglio precedente, per cui è un novellino, ma soprattutto è in minoranza.
Il complesso dei comitati è espressione della frazione hebertista, Collot, Billaud, che odiano Robespierre e Danton, i dioscuri che si sono  sbarazzati   dei loro capi. Poi ci sono i moderati, Lindet, Carnot. Carnot che secondo Michelet non ha mai messo piede al club giacobino. Infine gli intriganti, Barére.  Insomma Robespierre conta su due soli sodali, Saint Just e Couthon, il primo sempre in giro per le armate. L’altro paralitico.
La proposta di accusa a Danton parte dal comitato e Robespierre vi si oppone, tenta una mediazione e fallita quella la fa sua, radicalizzandola. Ammesso che questa sia stata la vera dinamica degli avvenimenti traspare come Robespierre tema di non venire lui stesso mandato sotto processo: «Tu hai paura», gli dice Collot o finire rovesciato dalla minaccia dantonista, ammesso che esista. In ogni caso, Robespierre nel film, per ben due volte, cerca di salvare Desmoulines, così come riesce ad evitare la morte di  Lagrange, Bourdon e altri. «Non vogliamo una carneficina».
Se è difficile il giudizio di Wayda su Danton è ancora più difficile quello su Robespierre. Wayda lo vede preda di una febbre, non dalla morale astratta, “una vertigine rivoluzionaria” l’avrebbe poi chiamata Saint-Just nelle sue Istruzioni per la Repubblica. Plausibile che Wayda sia suggestionato dalla Varsavia stalinista, non dalla Parigi giacobina e quest’ultima sia solo un pretesto.
Passati altri trent’ otto anni dal suo Danton, ancora la storiografia arranca. Adesso c’è chi sostiene persino, Jonathan Israel, un nome risonante, che Robespierre fosse un controrivoluzionario, un restauratore della monarchia. Ovvero la stessa accusa che venne rivolta a Danton dai comitati. La storia invece di mostrarsi luminosa, si riavvolge nell’oscurità.