La transizione si può vedere in tanti modi e può avere significati diversi per cose e persone e soprattutto per intere comunità di uomini e donne. La transizione è un passaggio da una situazione a un’altra, può avvenire staticamente, come condizione intermedia definita e in senso dinamico se implica l’idea di un’evoluzione in atto. Mi atterrei a quest’ultima definizione di dinamicità, tenuto conto che la staticità forzosa di questi tempi non potrà durare a lungo e che, nonostante un quadro critico di emergenze, i passaggi situazionali sono in atto.

In queste ore si parla e si scrive molto di transizione ecologica e lo si fa al cospetto e  nell’ambito delle ‘trattative’ per la formazione di un nuovo governo nazionale. Si dialoga sulla costituzione di un nuovo, quanto inedito, super ministero della ‘transizione ecologica’ che dovrebbe gestire più materie, accorpando più ministeri.

Da decenni l’argomento dell’ecologia è ‘il tema’, una vera e propria emergenza mondiale. Da questo punto di vista pensare alla creazione di un ministero ad esso dedicato può avere un suo perché e una sua logica, al netto degli accordi tra partiti e come contropartita per placare gli animi dei militanti della base grillina.

Un tale superministero può avere un senso e deve averne, se pensiamo come molte risorse del Recovery Fund punteranno (ne saranno destinate almeno il 40%) a progetti che prevedono investimenti sulla ‘riconversione’, sul ‘recupero’ e ‘ricostruzione’ a ‘valenza e direttrice ecologica’. Tutti termini che dovranno trovare un’adeguata posizione strategica in una visione di crescita economica, buona e duratura occupazione, formazione, progresso civile e sociale.

La crescita economica (per l’Italia è prevista al 3,8% per il 2021) si conseguirà, sul breve periodo, con norme organizzative del lavoro e fattori di produzione già in essere ancor prima della crisi economica dovuta al covid-19. I maggiori Paesi dell’OCSE da molti anni attraversano una fase  decrescente e non solo sul versante economico.

 

Un nuovo e diverso concetto di sviluppo economico è in atto. Le Transizioni.

Per sua natura una ‘transizione’, per quanto dinamica, per mutare un modello di sviluppo richiede tempi lunghi (vent’anni almeno), ed è per questo motivo che sarà necessario definire una nuova politica attraverso la rigenerazione delle attuali formazioni politiche o la nascita di nuove.

Forze politiche necessarie per la democrazia e in grado di ‘gestire la transizione’ che, date le circostanze eccezionali, avranno tempi brevi, a differenza di altri periodi della storia. Lo scenario che si è determinato in questi ultimi due anni ha origine con la crisi del 2008. Una crisi, quella del 2008, mai del tutto superata.

Oggi, siamo di fronte a nuovi e profondi cambiamenti che incideranno sul nostro vivere comune e sui rapporti sociali e relazionali (già in essere, vedi Smartworking), e allora avremo bisogno di adeguate politiche sociali e di welfare, così come avremo necessità di ripensare il lavoro, la scuola, il sistema delle imprese, e questo sarà possibile soprattutto attraverso la ricerca (in tutti i campi e le discipline) e le innovazioni tecnologiche, che dovranno puntare alla vera tutela del territorio, e delle sue risorse naturali.

La tecnica dominerà la nostra vita, ma la tecnica è gestita dagli uomini, e allora ‘converrà’ a tutti accedere alla conoscenza, alla scuola e alla formazione (non solo tecnica), che  avranno un ruolo determinante nel creare cittadini consapevoli e preparati ai repentini mutamenti.

I tempi saranno brevi e i cambiamenti saranno molti, perché la ‘transizione’ è già in corso da molto tempo e si evidenzia con velocità diverse in varie parti del mondo.

Dipenderanno molto il nostro futuro e quello di tutta l’umanità da come sapremo gestire e indirizzare questa lunga e controversa transizione (già in atto da oltre venti anni) e che non è solamente ecologica, ma è soprattutto politica e di natura economica finanziaria. È in discussione un modello capitalistico (ultrafinanziario), non il capitalismo come sistema economico. Dall’ultimo dopo guerra (1945) almeno cinque modelli di capitalismo sono stati adottati in occidente, oggi stiamo entrando nel sesto sistema di capitalismo che ‘investe’  sull’ecologia come “profitto” privato e come trasformazione sociale.

Gli interessi in gioco sono altissimi. Il nuovo governo nazionale non avrà solo il compito di gestire l’emergenza sanitaria ed economica – in parte ad essa connessa – perché la crisi economica era già presente prima dell’emergenza Covid-19. Ricordo, a tale proposito e a beneficio del ragionamento sin qui svolto, che nel 2019 il nostro PIL non aveva raggiunto la quota di PIL raggiunto nel corso del 2007. Nel 2019 eravamo ancora sotto (-4,7%). In 11 anni non siamo riusciti a recuperare le perdite di PIL dovute alla crisi del 2008.

Inoltre, e a differenza di oggi quella crisi nacque nel sistema interbancario internazionale e coinvolse gli stati nazionali e i loro debiti pubblici.

 

Il Governo Draghi può essere una svolta anche per la politica in Italia.

Siamo dunque ad una svolta. Il nuovo governo Draghi, dovrà tracciare e scegliere quale ‘modello’ di crescita economica, di progresso sociale, civile, politico dovrà avere il nostro Paese per il futuro. A questo scopo, sarebbe utile una nuova ‘Assemblea Costituente’ di tutte le forze politiche, sociali, civili e culturali italiane. Fermo restando il fatto, inoppugnabile, che siamo la terza potenza europea, e l’Europa è parte integrante e strategica nel nostro futuro. I tempi sono stretti e nel 2021 molto si deciderà del futuro del nostro Paese.  La politica, e i partiti che ne sono gli interpreti principali, avranno in questo storico passaggio il tempo per rimodellare e rivedere profondamente la loro mission e il loro ruolo nella società e non solo in vista delle prossime elezioni del 2023. È un’opportunità da non perdere. La riconversione, il recupero, la ricostruzione, attraverseranno anche il mondo politico e non saranno indolore, anche se necessari.

 

Il primo progetto da proporre per il Recovery Plan. La ricerca e la formazione.

Tornando nell’ambito, più ristretto ma non meno importante, della transizione ecologica, la politica deve valorizzare la ricerca e rendersi conto che è ricerca essa stessa.

Fino a ieri, nel nostro Paese non se ne indicavano le ‘poste’ nel bilancio dello Stato, oggi si può cambiare radicalmente prospettiva: per prima cosa andrebbero determinate le spese per la ricerca e per la formazione di qualità, dove siamo tra gli ultimi a livello europeo e tra i paesi più avanzati.

Ciò significa ad esempio trovare le risorse per valorizzare i precari di lunghissimo corso, a cominciare dagli istituti di ricerca pubblici, ministeriali, a servizio immediato della Repubblica: sia si tratti di terremoti (come nel caso di Ingv che è l’ente di ricerca italiano deputato allo studio dei fenomeni geofisici e vulcanologici e alla gestione delle rispettive reti nazionali di monitoraggio per i  i fenomeni sismici e vulcanici) sia si tratti di questioni alimentari (come nel caso del Crea), per fare due esempi molto attuali.

Ciò significa avere una strategia del tipo Fraunhofer (è un’organizzazione tedesca che raccoglie sessanta istituti di scienza applicata).

Non basta qualche milione di euro, non bastano nemmeno le defiscalizzazioni: serve una strategia e servono investimenti. Oggi siamo in grado di attivarli, con il Recovery Plan e senza le restrizioni delle regole europee del fiscal compact.

Certo bisogna cambiare politica, ciò significa rinunciare ai bonus saltuari e parecchio elettorali (dal fiato cortissimo) a scelte molto immediate per dare respiro a un piano da programmare, quasi fosse un patto non solo fra noi, ma anche fra noi e le prossime generazioni (che non sono qualcosa di astratto, si tratta dei nostri figli e dei nostri nipoti).

 

Il Recovery Plan. La programmazione.

Un patto che sia anche una strategia, di lungo periodo, condivisa da tutti gli attori politici in campo, perché non decada a ogni cambio di maggioranza. La programmazione del Recovery Plan avrà una gittata temporale di sette anni in ‘simbiosi e armonia’ con i fondi U.E. 2021/2027.

Questa contiguità temporale di progettualità, abbinata ad una cospicua dote finanziaria necessiterebbe di una piccola ‘costituente dell’innovazione’ per un vero salto tecnologico e ambientale. Ci vorrebbe una tenuta programmatica, nel corso degli anni, con obiettivi chiari e precisi.

Ciò significa affrontare questioni sconosciute o rimosse, come quelle collegate alla scelta digitale, all’automazione e all’intelligenza artificiale, per saperne cogliere opportunità e sapere valutare le conseguenze dal punto di vista delle condizioni sociali e di lavoro di un gran numero di cittadini. Non facciamoci illusioni che finirà tutto bene, perché soprattutto in Italia non è affatto detto che sia vero, soprattutto se non facciamo nulla per attrezzarci: come sappiamo automazione e intelligenza artificiale riguarderanno lavori ‘umili’, ma non solo, e metteranno in difficoltà soprattutto sistemi sociali statici e fragili, come il nostro.

La rivoluzione in corso soppianta l’intervento umano in modo ben più forte e decisivo di  qualsiasi rivoluzione precedente e impone un’evoluzione che mal si coniuga con i nostri ritardi strutturali.

Ciò significa rendere il paese consapevole del rischio di diventare colonia (e lo è già, in parte) di grandi gruppi multinazionali (di cui nessuno è italiano e pochi sono europei), che avranno i big data per costruire (letteralmente) nuovi scenari economici e sociali.

Una questione economica e già sociale che diventa democratica, oltretutto, ed è quella che stiamo vivendo. Ciò significa iniziare da ciò che già sappiamo, in altre parole, che avremmo tanto bisogno di indirizzare al meglio gli strumenti finanziari e amministrativi per avviare una potente transizione ecologica, per abbandonare fonti fossili (che non abbiamo) e abbracciare nuovi modi di produzione dell’energia, per un suo consumo efficiente e ‘misurato’. Creando lavoro a nuove e antiche figure di alto profilo scientifico e d’immediato intervento pratico.

Per tutto questo è necessario che un programma di interventi debba partire da qui, ed è necessario farlo con le intelligenze che ci sono già, ma che la politica – fino ad adesso –   ascolta poco o tiene a debita distanza, in un clima antiscientifico che s’impone ogni giorno di più. Nonostante le roboanti affermazioni di leader politici che a parole affermano la necessità di cambiamento e innovazione, ma che nei fatti restano inerti. Ogni anno perso aumenta in modo esponenziale i ritardi complessivi.

Anche per restare fermi, per non perdere altre posizioni, dobbiamo muoverci, con una velocità doppia (per rimanere nella citazione) per andare avanti. Andare avanti e fare crescere le forze nuove, quelle che verranno. All’insegna della mobilità sociale (nota bene), perché solo un paese in cui anche chi è svantaggiato può studiare ha qualche chance di recuperare il tempo perduto.

In conclusione, tra robot, transizione ecologica e intelligenza artificiale ci vogliono intelligenza politica e sapere riconoscere le intelligenze e le competenze che già ci sono. Draghi è una persona competente, saprà cogliere questa grande opportunità storica? Vedremo.