Il governo Draghi rappresenta una svolta di efficientamento politico-istituzionale che l’Italia aspettava, e che negli ultimi mesi era apparsa ai più attenti analisti la via governativa improcrastinabile.

Gli scorsi indecisionismi e i tira-e-molla del basso politichese non potevano annacquare la solida tradizione lavoristico-impresaria del Paese Italia.

Renato Brunetta alla pubblica amministrazione ci ricorda la riforma di cui alla legge n. 15 del 2009, attuata poi in concreto con il D.Lgs. n. 150 dello stesso anno, in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro nel pubblico impiego nonché di trasparenza ed efficienza nelle pubbliche amministrazioni. Una prima importante pagina – ancora oggi ben ricordata – in un percorso che ha visto la giuridicizzazione sistematica di meccanismi ottimizzanti quali l’acquisizione funzionale dei risultati raggiunti, la valutazione delle performances, lo stimolo meritocratico al perseguimento di sani e prudenti obiettivi all’interno delle amministrazioni degli enti pubblici territoriali.

Mara Carfagna per il Sud e la coesione territoriale potrà essere un’occasione per revisionare le linee di tendenza che avevano ispirato i precedenti esecutivi, e da questo incarico ministeriale appena nato ci si aspetta un modello di Sud  non appiattito sugli assistenzialismi a singhiozzo che precarizzano l’esistenza senza rinnovare le strutture e le sovrastrutture della vita di relazione, lavorativa in primo luogo. Ci si aspetta la velocizzazione delle dinamiche produttive e di spostamento nella vita al Sud, valorizzando il grande potenziale che l’Italia da sempre ha nei suoi cuori meridionali.

Il ministro Luciana Lamorgese saprà dare continuità ai princìpi costituzionali in contemperamento, nel delicato compito che le è stato affidato, in continuità con la sua storia e la sua vocazione a tutela dei diritti umani nell’ordine pubblico. Il grande spessore della Lamorgese saprà agganciare l’operato del ministero dell’interno con quello dell’altro grande ministero, ossia quello della giustizia.

La prima presidente donna della Corte costituzionale Marta Cartabia rappresenta una grande svolta ed una ragionevole speranza di civiltà e competenza per la giustizia italiana, essendo adesso a capo del ministero della giustizia con il suo grande merito e con la sua esperienza, anche di accademica europeista.

Nella relazione sull’attività della Corte costituzionale in riferimento all’anno 2019, affidata ad un podcast nell’aprile 2020 per via della situazione straordinaria del momento, la Cartabia in qualità di presidente ci ha rincuorato sul fatto che la leale collaborazione tra le istituzioni è la chiave per affrontare l’emergenza che ci trovavamo (e ci troviamo) a fronteggiare. La relazione ci ricorda che la piena attuazione della Costituzione richiede un impegno corale in cui attivamente e lealmente impegnate devono essere tutte le istituzioni, compresi Parlamento, Governo, Regioni, Giudici. La ex presidente, ora ministra, ricordava che la Costituzione non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali e che una tale caratteristica dell’ordinamento costituzionale dipende da una scelta consapevole.

Luigi Di Maio riconfermato agli esteri: è stata una mossa che ha dato sfogo alla parte istituzionale dei Cinque Stelle, sicuramente tra vari mal di pancia di Draghi. Di Maio, si sa, vuole mantenere il suo ruolo istituzionale e garantisce in un certo senso una relativa tenuta istituzionale. Inserire un altro esponente pentastellato meno prevedibile nelle mosse e nella mentalità avrebbe aumentato il rischio di crisi imminenti. Di Maio, si sa, non fa più l’occhiolino alle piccole masse di base dell’antipolitica, fa parte dell’area più istituzionale del movimento grillino e vedremo il suo ulteriore corso politichese fin dove arriverà.

Intanto il governo dovrà affrontare le tante necessità del Paese reale.

Le necessità materiali, socioeconomiche ed esistenziali nel Paese si stanno sgranchendo, mosse dalla fame e dalla voglia di ricucire prospettive senza rattopparle. Ad incarnare e non semplicemente ad imballare tali necessità è il diritto, il ius. Non si può infatti prescindere dagli strumenti dello Stato di diritto, in un’analisi economicista della giuridicità, e in una declinazione normativa dell’economicità.

In Italia il paradigmatico fatto legale e materiale dell’avvento dell’èra costituzionale repubblicana ha reso i diritti inviolabili dell’essere umano dei formanti costituiti, da un lato, e al contempo dei frammenti  sempre costituenti nel loro divenire storico e dialettico, in connessione con la dimensione complementare dei doveri inderogabili di solidarietà su più piani. L’economia e i diritti dell’impresa e del lavoro necessitano di un paradigma riformista che li fertilizzi, senza restaurare ideologie e ricette anacronistiche le cui fallacie sono già ben messe nero su bianco sui libri di storia.

Il riformismo che serve potrà ben avviarsi con le ispirazioni transatlantiche di Draghi, anzitutto con l’avvio della stagione di Biden; ma il riformismo di cui l’Italia necessita è un riformismo che dopo Draghi dovrà continuare il proprio sviluppo politico-meritocratico. Per ora godiamoci proattivamente le speranze, d’altronde è tempo di resilienza; tuttavia ricordiamo sempre, laicamente, che il riformismo non è mai messianico e non è mai una volta per tutte. Al di là dei manierismi e quindi del politicamente corretto del mai con i ‘cattivi’, nonché al di là del politicamente scorretto che saluta bene l’agglomerato forzista-pentastellato-piddino-leghista, potremmo passare ad un cambio di rotta. Si potrebbe infatti promuovere una sensibilità politicamente diversa, in quanto divergente. Anche a costo di ‘farlo strano’, le individualità politiche che rappresentano un percorso a vocazione neo-riformista, liberale, sociale, democratica, possono unirsi al di là delle proprie storie politiche di corrente: sì, ‘lo famo strano’ per farlo meglio, nel mare aperto tutto da navigare del politically liberal and free.