Ora, io non dico che le celebrazioni per Giordano Bruno non siano importanti. Il contrario. Dico solo che non bisognerebbe rimanerci incastrati. Perché Giordano Bruno oggi è diventato un simbolo comodo per dire libertà, in una società, così ci è sembrata in questi ultimi mesi, a cui della libertà è fregato fino a un certo punto. Uno può anche stare qui a ricordare i valori della Costituzione, e lo abbiamo fatto, può anche ricordare che nel dibattito per la costituente Ugo La Malfa avrebbe voluto che l’articolo 1 prevedesse l’Italia fondata sulla libertà e non sul lavoro, e abbiamo fatto anche questo, possiamo ricordare, a tavola e sotto il Gianicolo, quella splendida democrazia bambina che fu la Repubblica Romana, e quella Costituzione che nemmeno andò mai in vigore, tutta piena di cose belle per cui, all’epoca, valeva la pena morire. Le celebrazioni, però, dovrebbero essere solenni e rare, altrimenti perdono il loro scopo. Se ogni giorno ci mettiamo a ricordare qualcosa, e se questo qualcosa perde il valore di universalità, non è cioè un valore condiviso da tutti, ma da una parte, ecco che giornate come quella di oggi diventano un vuoto esercizio di retorica. La banalità ci seduce con l’abitudine, ci conquista col conformismo e ci finisce con la noia.

I labari a Campo de’ fiori dicono qualcosa a cuori preparati. Che non hanno bisogno di celebrazioni e date. Possono, questo sì, avere un valore pedagogico. Ma oggi i valori li si testimonia con l’esempio e li si diffonde condividendo contenuti giusti nei luoghi più appropriati. Perché la fiaccola della libertà la si porta ogni giorno e si approfitta di tutte le occasioni, così il 17 febbraio è solo un’occasione in più, per tenere alta la guardia, in un clima dove montanti, ganci e colpi scorretti certo non mancano. Perché l’impegno, la scommessa, di tutti è fare in modo che di martiri del libero pensiero non ce ne siano più.

C’è anche un’altra cosa che è bene dire. E cioè che Giordano Bruno è più che un simbolo. È stato un filosofo tra i più grandi, per molti versi un anticipatore degli anni eroici della Filosofia. Un aspetto che non si sottolinea mai. È più importante sottolineare lo scandalo, l’aver voluto affrontare la morte con la mordacchia per non venire a patti con il proprio pensiero, in qualche modo una rottura. Più importante la sfida che il contenuto.

E lo ricordava con grande autorevolezza un hegeliano degli inizi del secolo scorso, uno dei più grandi interpreti di Bruno, cioè Sebastiano Maturi. Amato da Benedetto Croce, pubblicato da Giovanni Gentile, uno dei grandi protagonisti dell’idealismo italiano, con Augusto Vera e Bertrando Spaventa. Gli allievi lo ricordano con quell’affettuosa retorica dell’epoca: “ebbro e folle di verità”. Non era di quelli che la filosofia te la ricorda con il freddo distacco del professionista, ma di quelli che la vivono su di sé. Ce ne sono ancora, ieratici, solenni che ti ricordano che hanno un solo culto, un solo dovere, la Verità, appunto. E lui, Maturi, aveva uno spirito missionario, quasi: insegnava in un liceo a Napoli e faceva continuamente pressione sul preside per avere una perfetta coordinazione degli insegnamenti, perché il corpo docente doveva incarnare una missione sacra, quella della ricerca del senso ultimo. E ci metteva passione, “fiamme perché tutti ardessero”. Era un fervore morale, sacro, eroico, nobile. Con quella fierezza con cui lo troviamo ritratto sulla foto di Wikipedia, mentre si pulisce gli occhiali con un grande fazzoletto bianco.

Giordano Bruno non fu solo un eroe. Anche Sebastiano Maturi ha cari i valori del Risorgimento, la laicità, la libertà. Però Bruno maneggiamolo con cura. Perché si rischia di mettere in secondo piano il resto. E cioè che tra tutti i nostri pensatori è quello che è penetrato “più addentro nei segreti della scienza”, quello che più profondamente ne ha compresa la vera natura, e quello che più di ogni altro ha sostenuto “a spada tratta e a visiera levata gli eterni diritti della ragione”.

Qual è il pensiero che ha combattuto Bruno? Magari banalizzando per eccesso di sintesi dobbiamo dire: quello dello Scolastica. La natura non ha valore, “pura ombra, puro gioco” priva di ogni significazione. Come del resto lo spirito umano che altro non è che “miseria, abiettezza, vanità”. Uomo e natura sono considerati estrinseci rispetto all’Assoluto.

Bene, nel primo dialogo della Cena delle Ceneri, Bruno dice invece: «Noi conoscemo tante stelle, tanti astri, tanti lumi, che sono quelle tante centinaia di migliaia ch’assistono al ministerio e contemplazione del primo, universale, infinito ed eterno efficiente. Non è più imprigionata la nostra ragione con ceppi di fantastici mobili e motori… Conoscemo che non è ch’un cielo, una etere regione immensa, dove questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per comodità de la partecipazione de la perpetua vita. Questi fiammeggianti corpi sono que’ ambasciatori che annunziano l’eccellenza de la gloria e de la maestà di Dio. Così siamo promossi a scoprire l’infinito effetto de la infinita causa, il vero e vivo vestigio dell’infinito vigore, ed abbiamo dottrina di non cercare la divinità rimossa da noi, se l’abbiamo a presso, anzi di dentro, più che noi medesimi siamo dentro a noi».

Sono pagine fondamentali. Perché? Perché il principio della immanenza di Dio nella natura e nello spirito sorge per la prima volta con Bruno nella storia della Filosofia. La Verità non è qualcosa che se ne sta lì, posata, a tutto indifferente. La Verità è qualcosa che la filosofia e la scienza possono conquistare. Ci sono teche di vetro che custodiscono tesori che al massimo possiamo vedere. E ci sono tesori che possiamo indossare.