«Let us suppose now that one day a helicopter flies over this community and drops an additional $1,000 in bills from the sky, which is, of course, hastily collected by members of the community». Correva l’anno 1969 quando Milton Friedman colpì l’attenzione degli economisti globali con queste parole, introducendo il concetto di helicopter money.

Si deve infatti all’economista statunitense, fondatore del pensiero monetarista, l’avvento nel dibattito accademico prima, e pubblico poi, di un’immagine emblematica. L’elicottero che sorvola i cieli sistemici, facendo letteralmente piovere denaro.

Più recentemente Ben Bernanke (che ha ricoperto la carica di Presidente della Federal Reserve dal 2006 al 2014) aveva tirato fuori dal cassetto l’helicopter money in un intervento del novembre 2002, al National Economists Club di Washington D.C., dal titolo Deflation: making sure it doesn’t happen here.

Da quest’analisi si comprende il motivo del volo dell’elicottero: sconfiggere il nemico numero uno del sistema economico, ossia la deflazione. Bernanke spiega perché. Essa colpisce le aspettative economiche, in quanto se un ‘dollaro domani’ avrà maggiore valore (in termini di potere d’acquisto) di un ‘dollaro oggi’, gli operatori rimanderanno sia le spese per i consumi che gli investimenti produttivi, seguendo l’aspettativa razionale di poter cogliere delle opportunità migliori con il trascorrere del tempo.

La deflazione è quindi in grado di bloccare l’intero sistema economico proprio agendo sulle attese. Quindi va combattuta con tutte le armi, anche – in ultima istanza – facendo piovere il denaro dal cielo.

Non è casuale che le banche centrali più importanti al mondo si siano date un target inflation da raggiungere (per FED e BCE nell’intorno del 2% all’anno, anche se la FED lo ha appena rivisto in termini di osservazione del valore medio), attribuendo implicitamente all’inflazione un valore positivo per l’economia. A patto che rimanga sotto controllo.

E da qui il dibattito porta ai giorni nostri. In quanto l’Amministrazione americana sta attivando un processo di helicopter money per rispondere allo shock pandemico sull’economia a stelle e strisce. Si tratta di una manovra a tenaglia, fatta di politica monetaria espansiva a cui si aggiungono ingenti stimoli di natura fiscale.

Partiamo da quest’ultimi: la politica economica dell’amministrazione Biden per il rilancio del PIL è basata su enormi interventi pubblici. Il piano che è attualmente all’analisi del Senato propone misure per 1.900 miliardi dollari. Si tratta di un pacchetto che prevede assegni più corposi alle famiglie, rafforzamenti dei sussidi alla disoccupazione, crediti d’imposta più generosi, fondi per Stati, municipalità, scuole e stanziamenti miliardari per la sanità e la campagna vaccinale in corso.

Ciò si aggiunge ai due piani varati dall’amministrazione Trump nel 2020: il primo nel marzo per 2.200 miliardi dollari (Cares Act) ed il secondo per 900 miliardi dollari stanziati dal Congresso a fine anno.

Non è finita. La Bidenomics (così è definita la politica economica della nuova Amministrazione) prevede un ulteriore piano di investimenti pubblici (di circa 1.000 miliardi $) che potrebbe essere lanciato entro la fine dell’anno, con l’obbiettivo di favorire il rilancio degli investimenti privati nelle infrastrutture interne degli States. I conti sono presto fatti: qualora anche quest’ultimo piano venisse approvato, si tratterebbe di manovre per un ammontare di 6.000 miliardi dollari in meno di due anni, una cifra gigantesca che rappresenta circa il 25% del PIL americano.

Passiamo alla parte monetaria. La Federal Reserve non è stata da meno. Dopo essere intervenuta sul mercato interbancario interno (REPO) e con delle linee di credito in dollari alle altre banche centrali mondiali (swap in dollari) ha varato un nuovo quantitative easing (in realtà rafforzando una manovra di allentamento che era già in atto dall’ottobre 2019) per 700 miliardi dollari, che subito dopo (dal 23 marzo 2020) è divenuto senza limiti, né di tempo né di quantità.

Ad oggi la banca centrale USA crea 120 miliardi dollari nuovi ogni mese, dei quali 80 miliardi vengono deputati all’acquisto di Treasury e la restante parte di altri asset finanziari (bond corporate e strumenti finanziari con collaterali mutui e debiti societari).

Il risultato? Dal marzo scorso la FED ha aumentato gli asset in bilancio di 4.000 miliardi dollari: avendo superato i 7.000 miliardi dollari di asset finanziari in portafoglio a fine 2020, per un ammontare complessivo di circa un terzo del PIL USA.

In estrema sintesi lo Zio Sam sta varando una politica fiscale di enormi stimoli finanziati in deficit attraverso l’emissione di titoli del debito pubblico (Treasury) di cui la FED è l’acquirente principale. Si tratta di una gigantesca operazione di helicopter money, perché la fetta più rilevante del denaro che ‘piove dal cielo’ va a finire direttamente nelle tasche dei cittadini e degli operatori economici (i members of the community di Friedman), senza passare dal sistema bancario.

Quali i rischi? Ce lo spiega in poche parole Larry Summers, ex Segretario al Tesoro dell’amministrazione Clinton. L’economista di lunga data ha recentemente dichiarato: «C’è la possibilità che uno stimolo macroeconomico più paragonabile a quello della seconda guerra mondiale che a quello di una normale recessione possa creare pressioni inflazionistiche di un’entità mai vista da generazioni». Il richiamo di Summers è alle misure varate in concomitanza al Secondo conflitto bellico globale del secolo scorso, tema analizzato da Lyn Alden in un paper del settembre scorso: A Century of Fiscal and Monetary Policy: Inflation vs Deflation. In esso si individua un interessante parallelo: le politiche fiscali e monetarie tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento e quelle degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti del nuovo secolo.

Nel secolo scorso infatti gli Stati Uniti reagirono alla Grande Depressione degli anni Trenta con politiche espansive sia monetarie che fiscali (il New Deal roosveltiano) ma ciò, pur producendo un aumento del debito pubblico, non innescò un fenomeno inflativo a causa di una lenta circolazione monetaria.

La velocità della moneta aumentò nel decennio successivo a causa degli enormi interventi per sostenere lo sforzo bellico, generando uno shock inflativo nella seconda metà degli anni Quaranta. Allo stesso modo, a valle della Grande Crisi finanziaria del 2008 gli interventi di politica monetaria e di rilancio economico non hanno prodotto inflazione, perché la moneta si è fermata all’interno del sistema bancario e finanziario.

La sua velocità di circolazione potrebbe però accelerare, a seguito delle misure di helicopter money adottate come risposta allo shock pandemico. E la sua accelerazione rappresenterebbe la miccia per uno scenario reflattivo sostenuto da ingenti misure di stimolo pubblico negli Stati Uniti prima, e poi nel resto del mondo.

Oliver Blanchard, già capo economista dell’IMF, ha recentemente suonato un campanello d’allarme simile a quello di Summers. In una serie di tweet l’economista francese ha indicato che le misure in atto potrebbero portare ad un robusto rialzo dell’inflazione, ben superiore al 2.5% annuo. Se ciò dovesse accadere, la palla passerebbe necessariamente alla FED, che si vedrebbe costretta ad un’inversione della politica monetaria in senso restrittivo, pena la perdita di controllo delle aspettative di inflazione degli attori finanziari ed economici. Perché, come diceva l’ex premier cinese Wen Jiabao: «L’inflazione è come una tigre: una volta uscita dalla gabbia, è difficile convincerla a rientrarvi».