Prevenire è meglio che combattere. Chi non sarebbe d’accordo con questa affermazione? In politica abbiamo però spesso osservato comportamenti opposti, subottimali sotto il profilo del bene comune ma coerenti con la logica che governa il consenso popolare. Non sorprende quindi che il fenomeno sia dilagato con l’avvento dei movimenti populisti.

Il miglior politico è chi anticipa i problemi risolvendoli prima che essi si trasformino in emergenza e l’evoluzione sempre più rapida delle nostre società richiede sempre più un approccio preventivo – proprio per evitare di vivere in emergenze continue.

Sfortunatamente tale approccio virtuoso risulta spesso addirittura dannoso in termini di consenso immediato: affrontare temi problematici prima che si trasformino in emergenze significa infatti alienarsi le simpatie di chi è interessato allo status quo senza guadagnare il consenso di chi il problema ancora non lo coglie concretamente.

Gli esempi di situazioni in cui la politica ha preferito tergiversare invece che prevenire non mancano. Pensiamo alla crisi del subprime nel 2008: in buona parte essa fu la conseguenza dell’incapacità da parte della Fed di ‘sgonfiare’ una bolla speculativa intervenendo per raffreddare i mercati prima che essa scoppiasse. Ovviamente Greenspan sarebbe stato crocifisso per aver fatto scendere i mercati ma il mondo non avrebbe nemmeno saputo di aver rischiato una crisi del genere. Parimenti (si veda il caso del governo Monti) quando l’intervento correttivo ha effettivamente avuto luogo evitando un probabile disastro, l’elettorato finisce per non averne percezione ed essere facile preda di chi mette l’accento sulle ‘lacrime e sangue’.

Per il populismo l’approccio “combattere è meglio di prevenire” è una sorta di marchio di fabbrica: il suo successo si fonda infatti proprio sulla capacità di mobilitare le masse per reagire ad una emergenza (spesso amplificata ad arte, ma questo è un altro problema), identificando un nemico da combattere.

Il populista – che vive di sondaggi e consenso istantaneo – non si curerà mai di prevenire problemi non ancora visibili al ‘popolo’. Egli rincorrerà sempre i problemi, cercando di amplificarli per aumentarne il ritorno mediatico proponendosi come interprete della ‘pancia’ del Paese.

Si pensi ad esempio al negazionismo, che spesso caratterizza i movimenti populisti: si contesta la gravità di fenomeni come l’epidemia o l’inquinamento, che per loro natura si sviluppano in modo progressivo nel tempo incorporando sin d’ora uno scenario futuro problematico, basandosi – nella migliore delle ipotesi – su ‘fatti’ semplicemente e direttamente osservabili nella realtà quotidiana.

Penso che questo riassuma il dramma di quest’epoca: la distorsione cognitiva della “democrazia fondata sui sondaggi” ha aggravato la tendenza a tergiversare della politica nell’ansia del mantenimento del consenso. Tale forma di democrazia si limita a dare l’illusione di soluzione semplici e rapide per l’emergenza del giorno, quando invece tali emergenze non solo avrebbero potuto essere evitate se affrontate per tempo.

Concludendo, l’esperienza di questi ultimi anni dovrebbe servire ad indicarci il percorso da seguire: populismo e sovranismo hanno evidenziato carenze clamorose non solo per l’inadeguatezza inusitata dei suoi rappresentanti ma soprattutto per la totale mancanza di prospettive progettuali e capacità di interpretare il futuro in modo critico e propositivo.

Ben venga dunque il governo tecnico (o ‘tecnico-politico’) che ad intervalli ormai ricorrenti deve occuparsi di rimettere il Paese in carreggiata ma è opportuno riflettere su un cambiamento nell’assetto istituzionale che renda possibili governi messi in condizione di condurre un’azione di governo di più ampio respiro e di raccoglierne i frutti, consentendo di ‘investire’ in manovre impopolari nell’immediato ma vincenti nel medio termine.  L’alternativa è la progressiva perdita di controllo del nostro destino.