Fa piacere aver letto di coloro che dopo il discorso di Draghi al Senato hanno riscoperto la virtù repubblicana. Non potendo dare lezioni di economia al Presidente del Consiglio, gliene se ne potranno sempre dare di repubblicanesimo, ammesso che Draghi sia disposto a prenderle.
Forse sarebbe stato più opportuno dare lezioni di repubblicanesimo al Presidente del Consiglio precedente, che come un re di Francia, convocò il luglio scorso gli Stati Generali. Detto di passaggio, persino i re di Francia erano più repubblicani di quel signore, perché gli Stati Generali in Francia si concludevano sempre con un voto, tanto che i monarchi più accorti si guardarono bene dal convocarli per ben due secoli, prima che salisse al trono un imbecille. Invece in Italia gli Stati Generali non hanno espresso un voto, ridotti  ad una passerella. Possiamo escludere da subito che una personalità come Draghi sia disposta a simili pagliacciate.
Questi valori repubblicani, bisognerà pur dirlo almeno una volta, non sono così digeribili come si crede. Un sincero democratico e progressista, una mente illuminata, un poeta, Heinrich Heine, descrisse il movimento repubblicano sotto il regno costituzionale di Luigi Filippo nella Parigi del 1830. Heine, con tutta la simpatia che pur aveva per questo fiero partito, mai avrebbe potuto farne parte. I principi e i costumi che lo guidavano gli apparvero troppo severi.
Quello che dispiaceva ad Heine piacque a Mazzini, esule in Francia negli stessi anni di Heine. Il repubblicanesimo è anche una questione di carattere. Quello francese allora era ancora un partito repubblicano di matrice robespierrista, che caso strano si tende ad eclissare nella storia. Qualche anno fa, ad un convegno, un nostro simpatico amico di discendenza repubblicana, invitò il partito a rifarsi a Gambetta. Manco più in Francia si ricordano chi fosse Gambetta. I teorici del repubblicanesimo in voga preferiscono semmai legare il repubblicanesimo ad Atene, a Roma, persino a Machiavelli, che sosteneva pur sempre l’idea di un Principe. Come si sia giunti alle repubbliche del ‘900 mica si capisce.
Il repubblicanesimo non si osserva nemmeno nella democrazia americana, la cui storia si conobbe principalmente in Europa, attraverso gli occhi del marchese de Tocqueville, un aristocratico nostalgico, di cui Quinet definì i sentimenti liberali tali, che appena vista la libertà altrui, la soffocò nel sangue. La prima repubblica francese viene saltata a piè pari, eppure lì si espresse il campione della virtù, l’Incorruttibile, Robespierre, appunto, altro che Gambetta.
Per avere una qualche idea vera del repubblicanesimo bisognerebbe innanzitutto emancipare la figura storica di Robespierre che oramai è tacciata persino di essere controrivoluzionaria. Magari qualcuno domani dirà che Lenin, era anticomunista. È vero invece che l’appello alla virtù di Robespierre, che così spaventava uno spirito sublime come Heine, aveva dei lati scabrosi. Robespierre nella storia è l’unico uomo di cui si disse di tutto, persino che si faceva cucire pantaloni di pelle umana.
È sicuro invece che mai prese un soldo da nessuno e che lavorava volentieri gratis. Venne eletto agli Stati generali dalla categoria dei ciabattini di Arras. Aveva difeso coloro che non potevano pagarsi le spese per gli avvocati. Membro della Convenzione, non si preoccupò di confermarsi lo stipendio. Fece votare la legge che impediva la riconferma dei deputati uscenti alla Legislativa, quindi a lui stesso.
E pure c’è chi ha concepito la propria vita solo per un posto in parlamento. Danton, a libro paga della Corte e del duca di Orleans, riteneva Robespierre un fesso. Nel comitato di salute pubblica rifiutò la borsa che gli venne offerta. Il politico più disinteressato dell’intera storia è il mostro, il tiranno che armato di cannoni, picche e baionette, viene rovesciato da un voto parlamentare.
La coda robespierrista si agitava ancora in Francia, almeno fino al 1848, quasi cinquant’anni dopo la sua morte. Tocqueville divenuto ministro l’anno dopo, la vide serpeggiare persino in Italia. Quando il nipote di Bonaparte, robespierrista pure lo zio fino al 1794, spedì il suo ministro a giustificare la repressione della Repubblica romana, Tocqueville, fra i fischi della Camera, disse che si trattava di schiacciare la rinascita giacobina.
Per la verità, Mazzini del giacobinismo aveva mantenuto due sole cose, a parte l’incorruttibilità, ovviamente. La prima era la libertà religiosa. Nel dibattito sulla costituzione del 1793 Vergniaud della Gironda chiese alla Repubblica di impedire il culto delle religioni nemiche dello Stato, per primo il cristianesimo. Saint-Just impose la piena libertà di culto. Lo stesso pensava Mazzini. La seconda era la lotta alle fazioni, anche qui parafrasando Saint-Just, Mazzini, il dieci marzo 1849, disse all’Assemblea Romana che sinistra e destra erano categorie della monarchia, la Repubblica non le avrebbe mai riproposte.
Mazzini era più dolce di Saint Just che riteneva sinistra e destra, semplicemente, ‘criminali’. Il punto politico era lo stesso, ovvero l’unità nazionale che sola preserva la Repubblica, lo Stato.
È vero che Draghi non ha usato il termine ‘solidarietà’ per il suo governo. Ha parlato invece di ‘unità’, come un autentico robespierrista, come un mazziniano. Cosa impedisce che questa unità molto più elevata, per ciò che implica, concettualmente, rispetto alla semplice solidarietà, non degeneri in una dittatura, nel potere di uno solo? Il giacobinismo è accusato anche di questo, di aver introdotto la dittatura e qui si dimentica improvvisamente la dittatura prevista dalla repubblica romana. Capita quando si conosce Roma attraverso Shakespeare, che pure non scrisse un Bruto, ma un Giulio Cesare. Roma, i giacobini, la conoscevano attraverso Montesquieu e Rousseau, un po’ meglio, diciamo.
La  radice democratica del giacobinismo non era nella piazza, ma nel principio della rappresentatività del Parlamento. Il club Giacobino nasce come il club degli amici della Costituzione, costituito originariamente da soli parlamentari. È vero che fece in fretta molta strada e si diffuse negli ambienti più vari, ma quelli restavano associati, come il club dei cordiglieri, ad esempio, spesso di avversari, l’Arcivescovato di Guzman, il club del Fauburg  Saint-Antoine, dove pascolava un Roux.
Non ci fu un solo atto del comitato di salute pubblica che non venisse votato dalla Convenzione, incluso il silenzio imposto agli accusati dal Tribunale rivoluzionario. Robespierre si oppose, ma non si ribellò al voto che ne decretò la morte. Saint-Just non si oppose nemmeno, rimase completamente muto fino alla ghigliottina, aveva 27 anni.
La sottomissione al Parlamento è  la virtù stessa repubblicana, ciò che distingue la Repubblica da qualsiasi regime.
Draghi si è richiamato ad un governo repubblicano, perché il governo precedente di repubblicano aveva poco, il terrore senza la virtù. Questo sì, va ricordato, e non a Draghi, a qualcun altro.