Nella fase di formazione del governo Draghi non pochi commentatori non hanno resistito alla tentazione di chiedersi se si trattava di un governo tecnico oppure politico. Per fortuna il buon senso ha preso il sopravvento e si è convenuto che qualsiasi governo, chiamato a prendere decisioni fondamentali per il futuro del nostro Paese, non può che essere politico tanto più se è guidato da un uomo che ha coperto ruoli di primaria importanza a livello europeo.

In realtà la domanda nasce dal presupposto (o dal pregiudizio) che è politico solo ciò che passa attraverso la gestione dei partiti e che pertanto politici possono essere definiti solo gli uomini dei partiti che di necessità (salvo rare eccezioni) devono far parte del Parlamento, unico luogo deputato a “fare politica”.

Si pensi a come è diversa la teoria e la prassi di Paesi come la Francia e gli Stati Uniti. In Francia è addirittura sancito per legge il divieto di far parte contemporaneamente del Governo e del Parlamento, così che se un parlamentare è chiamato a far parte del Ministero deve dimettersi dal suo seggio parlamentare. Negli Stati Uniti i consiglieri del Presidente – che svolgono la funzione che in Europa hanno i ministri – sono scelti dal Presidente stesso con assoluta discrezionalità all’interno delle categorie più diverse e spesso provengono da attività professionali private.

In Italia invece l’idea che una persona che abbia dato prova di capacità professionali possa svolgere, come tale, funzioni politiche crea ancora un certo turbamento, viene considerata quasi un’invasione di campo. Questo atteggiamento non è qualcosa di assolutamente nuovo: si pensi che figure di altissimo livello professionale come Bruno Visentini, Giovanni Spadolini e Ugo La Malfa – tanto per fare esempi noti a tutti – se vollero svolgere ruoli politici dovettero in qualche modo passare attraverso il vaglio di un partito, anche se di un partito assai diverso dagli altri come era il Partito Repubblicano.

Non si creda che la formazione del Governo Draghi, con l’ampia partecipazione di esperti e di studiosi, abbia risolto il problema. L’ha solo rimandato: c’è da essere certi che alla prima occasione il problema verrà riproposto. Anzi, sta già avvenendo con la strumentale candidatura, che già viene proposta, di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica. È trasparente che si tratta di un candidatura avanzata per depotenziare l’azione di governo di Draghi e in ogni caso per limitarla nel tempo. Non si vede che cosa la designazione  di Draghi a Capo dello Stato, cioè a un ruolo di garanzia, potrebbe aggiungere rispetto al caso che quella funzione venisse svolta da altre persone come, ad esempio, l’attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia che già ha dimostrato, coprendo la funzione di Presidente della Corte Costituzionale, altro ruolo di garanzia, di essere particolarmente capace di svolgere tale compito, con il valore aggiunto che finalmente a un ruolo apicale della Repubblica verrebbe chiamata una donna.

Questa soluzione permetterebbe a Mario Draghi e al suo governo di avere davanti a sé almeno due anni di vita, fino alle elezioni politiche del 2023; sempre molto meno del tempo che hanno a disposizione altri capi di Stato e di Governo di altri Paesi  ma, comunque, sempre più dei risicati dodici mesi a cui si limiterebbe l’azione di governo di Draghi e dei suoi ministri se la manovra per inviarlo al Quirinale avesse successo.

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Ha insegnato fino al 2012 nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Firenze dove è stato anche coordinatore del Master in Comunicazione del Patrimonio culturale. Dal 1980 al 2010 ha coordinato i maggiori progetti di valorizzazione del patrimonio culturale della Regione.Toscana. E' stato presidente del Centro di ricerche storiche e di scienze sociali "Passato Prossimo". E' attualmente presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze. E' autore di numerosi articoli e libri tra i quali "Filippo Stecchi un editore fiorentino del Settecento tra riformismo e rivoluzione" (1989); "Pinocchio e la sua immagine" (1981); "Il sistema dei beni culturali in Italia" (2004);"Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo Stato d'Israele. Una lunga coerenza"; "1967. Comunisti e socialisti di fronte alla guerra dei Sei giorni. La costruzione dell'immagine dello Stato d'Israele nella sinistra italiana" (2014); "Viaggio in Israele" (2017); "Amare gli ebrei Odiare Israele. Antisemitismo e antisionismo nella nostra società" (2020).