«La produzione di autoveicoli rischia di diminuire di 2 milioni nel 2021». Previsione sconsolata di un big player dell’auto? Ennesimo impatto di diminuzione della domanda, causato dalla pandemia? Sbagliato.

Si tratta delle preoccupate, e preoccupanti, affermazioni fatte da Jean Marc Chery – CEO di STM – interpellato da Il Sole24Ore alla presentazione dei dati di bilancio del 2020. Cosa c’entra la società italo-francese di semiconduttori con lo shock sull’offerta di autoveicoli? Presto detto. Il software è il cuore dell’auto di oggi, e lo sarà ancora di più in quella di domani. L’indizio di ciò c’era già cinque anni fa: il terremoto dieselgate, che ha rischiato di travolgere Volkswagen ha avuto origine da un software di controllo delle emissioni inquinanti.

Il 90% delle innovazioni automobilistiche ad oggi proviene dal settore elettronico e dai software, come indicato recentemente da Herbert Diess, numero uno del colosso di Wolfsburg. La direzione è chiara: considerato l’obbiettivo di autoveicoli sempre più connessi per lo scambio di dati, l’auto tenderà ad assomigliare sempre di più ad un device tecnologico. Anche se si tratta di un oggetto estremamente più complesso di uno smartphone, perché a bordo ci sono 8/10 km (sì…chilometri!) di cavi che compongono il suo cablaggio e decine di chip. Secondo uno studio di Bosch, nel 1998 la microelettronica valeva 138 dollari per auto, valore destinato a salire a 685 dollari nel 2023. Si tratta di una rivoluzione copernicana, che si accompagnerà all’affermazione su larga scala dei veicoli elettrici.

Torniamo però a Mr. Chery e alla sua previsione catastrofica sul mercato dell’auto nel 2021. Nel 2019 sono stati prodotti circa 90 milioni di auto a livello globale, quindi si tratterebbe (due milioni di veicoli in meno) di una diminuzione di oltre il 2% rispetto all’era ante Covid-19. La causa? Una tempesta perfetta ‘domanda-offerta’ sui semiconduttori, come spiegato dallo stesso numero uno di STM: «C’è stata un’impennata della domanda con preavviso breve, alla quale l’industria dei semiconduttori non riesce a stare dietro, se non con grande affanno».

Secondo un report di IHS Markit, i tempi di consegna hanno raggiunto le 26 settimane (oltre 6 mesi!): un livello mai visto in precedenza. Cos’è accaduto? Partiamo dalla domanda. A causa delle restrizioni legate al rischio sanitario, tutte le cause automobilistiche sono state costrette a sospendere l’attività nella prima parte del 2020. L’impatto è stato molto pesante sul secondo trimestre aggravato dal crollo della domanda di autoveicoli nel primo semestre dello scorso anno, che ha causato la sospensione degli ordinativi di nuovo materiale.

Quando la Cina è ripartita, la domanda ha ricominciato a crescere con l’effetto trascinamento anche sul resto del mondo. A quel punto, i big delle quattro ruote si sono accorti che l’industria di microchip avrebbe comportato un blocco di produzione, perché la domanda in settori della tecnologia (quali pc e smartphone) non era mai calata (anzi, durante il periodo peggiore della pandemia era addirittura aumentata!).

Inoltre, la ritrosia all’utilizzo dei mezzi pubblici e la spinta all’utilizzo di veicoli elettrici/ibridi ha prodotto una richiesta incrementale inattesa: la domanda è di fatto esplosa in modo insperato, trovando però i magazzini vuoti. Passiamo infatti all’offerta (di microchip). Trattandosi di elementi complessi, per evadere gli ordini sono necessari fino a sei mesi di lavorazione. Inoltre è necessario considerare i tempi necessari per l’adeguamento della capacità produttiva di impianti che non hanno margini ci flessibilità, essendo già in funzione 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana.

Nel caso di STM (produttore verticalmente integrato), la questione è più semplice, in quanto il 75% delle lavorazioni è effettuato in proprio. Ma per gli assemblatori (come la californiana Qualcomm) vi è un’ulteriore complicazione: la concentrazione delle fonderie che producono i chip conto terzi, disegnati altrove. È il caso della taiwanese TSMC, leader globale, che prevede investimenti per 28 miliardi dollari nel 2021 per espandere la sua produzione di chip.

E qui entra in gioco la geo-politica. Perché l’America di Trump aveva iscritto nella ‘lista nera’ una sessantina di aziende cinesi che Washington considera vicine alla Difesa USA, quindi a rischio per la sicurezza nazionale, nonché il divieto di fare affari con Pechino imposto alle aziende USA che producono semiconduttori di fascia alta, di cui Pechino ha un bisogno crescente.

L’Amministrazione Biden, che nei rapporti con Cina è in netta continuità con la precedente amministrazione, non ha modificato di un millimetro il divieto imposto da Trump. Risultato? I cinesi stanno soffrendo uno shortage di chip senza precedenti, al punto che il Ministro del Commercio di Taipei Wang Mei-Hua ha sollecitato direttamente TSMC a produrre più chip per l’auto, riducendo nel contempo quelli per gli smartphone.

La situazione è talmente grave che Pechino ha minacciato ritorsioni verso gli USA sulla fornitura di terre rare (si tratta di 17 minerali strategici per il settore militare, tecnologico e spaziale), di cui la Cina è leader globale (ne estrae l’80% del mondo). Ci sono addirittura delle indiscrezioni, per cui l’invasione di Taiwan, progettata da tempo da Pechino che la considera una provincia ribelle della madrepatria, potrebbe subire un’accelerazione nei tempi a causa della necessità cinese di controllo sulla produzione di semiconduttori dell’isola.

La gravità della situazione è descritta dai numeri: ad inizio febbraio GM ha annunciato la chiusura per una settimana di tre dei suoi impianti in Nord America e Messico e viaggerà a produzione dimezzata nei due stabilimenti coreani a causa della carenza di microchip.

Per la stessa ragione Ford ha sospeso la sua produzione in Germania per un mese (fino al 19 febbraio), a spese del suo modello più popolare in Europa (la Focus) e ha ridotto i turni negli USA, dove si assemblano i pick-up. Nissan si è vista costretta a tagliare la produzione di Note, il suo modello ibrido elettrico. Nel contempo, certo non aiuta il fatto che Pechino abbia dato il via alla più imponente rottamazione di auto che si sia mai verificata, al fine di modificare il parco auto dei cittadini per raggiungere gli obbiettivi di sostenibilità ambientale indicati nelle linee guida del Partito. Ciò potrebbe far salire ulteriormente il tasso di incremento della domanda di semiconduttori, già prevista a livello globale in crescita del 10% nel 2021.

Preannunciando il rischio di nuovi colli di bottiglia tra domanda e offerta. L’era post Covid si apre sotto i migliori auspici, per la domanda. Non lo stesso si può dire per l’offerta, decisamente meno elastica. Il punto di equilibrio, verrà trovato come sempre dal mercato: facile scommettere, a prezzi superiori. Ma i rischi di ripercussioni più ampie, che riguardano la stabilità dei rapporti tra i Paesi, risultano via via crescenti.