La sociologa urbana Irene Ranaldi illumina la poco conosciuta figura di Domenico Orano, in uno dei suoi libri dedicato al quartiere romano del Testaccio.

Il noto quartiere capitolino è l’emblema di un processo urbanistico e sociale detto ‘gentrificazione’: pensato come quartiere operaio alla proclamazione di Roma Capitale, esattamente 150 anni fa, ha poi percorso un itinerario di progressivo imborghesimento. Oggi è luogo di movida notturna ed il ricambio di classe sociale è in pieno svolgimento, con continui apporti provenienti dal mondo dei creativi e degli intellettuali.

Proprio qui nel 1912 Domenico Orano, consigliere comunale durante gli anni del Sindaco di Roma Ernesto Nathan, decise di condurre “un’inchiesta sulle abitazioni” cioè un’indagine sociale sulla povertà materiale ed umana del quartiere, con lo scopo di studiare soluzioni migliorative.

Gli ideali massonici da cui era animato (era iscritto alla loggia “Roma” del Grande Oriente d’Italia) lo spinsero a investire tutte le sue energie “nel popolo e pel popolo” del quale voleva migliorare le condizioni di vita, in termini concreti e quotidiani.

La sua figura è notevole poiché, già nei primi anni del Novecento, aveva elaborato e messo in pratica modelli sociali ed educativi particolarmente all’avanguardia per i tempi e che, solo sessanta o settanta anni dopo, sarebbero stati applicati su più vasta scala.

Per la modernità e la genialità delle sue idee potrebbe essere paragonato, mutatis mutandis, ad Adriano Olivetti, altra figura di visionario dotato di profondità politica ed etica: entrambi credevano che l’emancipazione sociale di una comunità dovesse passare attraverso il progresso civile e culturale, non solo materiale, del cittadino.

Domenico Orano promosse un approccio profondamente laico all’educazione ed all’elevazione delle classi popolari, dando vita a più di venti istituzioni educative ed assistenziali nel quartiere Testaccio, tra istituti di assistenza, scuole, biblioteche, associazioni sportive e centri ricreativi.

La grande intuizione di Orano fu quella di intuire l’importanza, per le classi subalterne, non solo dell’assistenza sociale, ma soprattutto della “previdenza sociale”: assicurazione contro infortuni, malattia, vecchiaia e disoccupazione. Tali istituti ed interventi oggi sono scontati ma, oltre un secolo fa, erano ancora agli albori in Italia; si consideri infatti che l’iscrizione all’Inps divenne obbligatoria solo nel 1919, mentre l’Inail nacque solo nel 1933.

Ma Orano volle andare oltre questi provvedimenti sociali, pur illuminati, ed è qui che la sua straordinaria modernità si manifesta. Scriveva, infatti, che “Il grande segreto della riforma è però nell’educazione dell’operaio. […] diamogli un’educazione politica, un’educazione morale”: aveva intuito l’importanza che il nutrimento culturale avrebbe potuto avere per l’emancipazione delle classi lavoratrici.

Egli aprì, pertanto, un Cinematografo popolare ed una Biblioteca popolare perché sosteneva fermamente che “la lettura è liberatrice e redentrice di per se stessa. […] Il popolo che legge non crede” e, nel contrapporsi all’educazione clericale, affermò che “nella massa la fede è in ragione inversa dell’istruzione. Il libro ucciderà il tempio disse Victor Hugo”.

Morì nel 1918 e venne rapidamente dimenticato dalle istituzioni cittadine che non seppero far germogliare i semi che aveva piantato in quel quartiere, dove sognava di creare il suo “laboratorio sociale” per dimostrare la possibilità del riscatto civile e morale delle masse popolari di una intera nazione.

(Le citazioni provengono dall’archivio storico della famiglia Orano-Berti, che si trova presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, studiato e parzialmente ordinato dalla stessa Irene Ranaldi in quanto archivista diplomata)