La conferenza programmatica del partito elaborata all’inizio della nuova legislatura, resta la piattaforma sulla base della quale si valuta l’operato dei governi della Repubblica. Alla Conferenza programmatica si aggiunse al Congresso un documento di una certa rilevanza politica, che comprendeva alcuni degli stessi relatori della conferenza, dove si giudicava il primo governo Conte “inadeguato”.
In sede congressuale, come relatore sulla politica estera ritenni quel giudizio formulato per lo meno prematuro, ma ampiamente comprensibile. Confesso che la presenza del ministro Savona nel primo governo Conte, mi invitava ad una certa prudenza.
Da lì a poco Savona si sarebbe dimesso e quindi tolgo volentieri ogni mia riserva al documento degli amici. Quello che si sarebbe dovuto giudicare sulla base della conferenza programmatica da lì a pochi mesi, il luglio successivo, per lo meno per quello che riguardava le mie competenze, sarebbe stato il bilaterale Italia-Cina.
Per avere un quadro complessivo di quell’accordo, qualcosa di piuttosto inedito nell’ambito della diplomazia internazionale, l’unico precedente di cui dispongo a memoria è il bilaterale Mao-Nixon del 1972, ci sarebbero però voluti più mesi per avere un quadro completo dell’avvenimento. Quadro che ho ottenuto solo dopo che il governo Conte uno fosse caduto.
Di conseguenza, l’analisi della politica estera del Conte uno, non poteva  più essere considerata la politica estera del Conte due, né si può sapere quanto la prima potesse influire sulla seconda. D’altra parte mi chiedo se una volta che un governo viene giudicato inadeguato, il governo che mantiene lo stesso presidente del consiglio successivamente insediato, possa diventare invece appropriato.
In ogni caso il Conte due ha avuto un tratto di continuità con il Conte uno nell’amicizia nei confronti dell’alleato americano. Il presidente statunitense aveva incaricato l’Italia a svolgere un ruolo attivo nella situazione libica da cui gli Usa si allontanavano volentieri. Se ci fosse un mandato definito dell’amministrazione americana all’Italia, non si è francamente ancora in grado di saperlo. In compenso possiamo analizzare  come si è mossa l’Italia in queste incombenze.
Conte ha scelto un profilo di mediazione fra le parti belligeranti, quasi privilegiando il ruolo di Haftar a quello di Serraj che pure era il leader riconosciuto dalla comunità occidentale. Non mi sento di dire che questa mediazione privilegiata, definiamola così, da parte del presidente del consiglio italiano, fosse un errore, piuttosto che un calcolo. Nel senso che non necessariamente bisognava seguire l’esempio turco, che schierò le truppe a difesa di Serraj, piuttosto che cercare di contenere la bellicosità del più forte della mappa, Haftar con un atteggiamento diplomatico.
Per quanto l’immagine fosse fastidiosa, Hafar ricevuto con tutti gli onori in Italia, quando quello bombardava Tripoli, la sostanza poteva essere valida, nel senso che il ruolo italiano, se concordato con la presidenza statunitense, era di cercare un appeasement fra le parti, ridurre gli attriti del conflitto. Questo esito è tuttora aperto e bisognerà per una valutazione conclusiva attendere gli effetti del lavoro svolto.
Se avremo a breve o a medio termine, una normalizzazione e una stabilizzazione della situazione libica, potremo dire che il governo italiano ha operato bene. Cosa più delicata sono invece certi scivoloni compiuti dal presidente del consiglio su temi meno pertinenti della sua agenda.
Ad esempio Conte in un momento di mitomania, Bruno Vespa ha detto che a palazzo Chigi avevano perso la brocca e Vespa è molto competente in simili giudizi, si spinse a proporre un ruolo di mediazione per l’Europa nei contrasti sino statunitensi. Ora l’intenzione potrebbe anche essere lodevole, ma se l’Italia può ancora smarcarsi dall’alleanza con Serraj per la pacificazione della Libia, l’Europa non può smarcarsi dagli Usa nel caso di un confronto con la Cina.
Anche per questo motivo vanno apprezzate le dichiarazioni atlantiste del presidente Draghi che hanno fissato con chiarezza un motivo della politica internazionale piuttosto oscillante da parte del precedente governo. L’Europeismo è importante, ma non è sufficiente.
Nell’ambito della nostra conferenza programmatica lo abbiamo incardinato nell’atlantismo e se lo abbiamo fatto nel momento in cui c’era una presidenza statunitense repubblicana, a maggior ragione dobbiamo ribadirlo oggi, con una presidenza democratica, come quella Biden.
Vi è poi un aspetto secondario dell’impostazione scelta nella relazione sugli esteri della conferenza programmatica  tornata prepotentemente sulla scena, l’Africa. Il governo precedente ha ottenuto la liberazione di una cooperante italiana sequestrata da Boko Haram, una delle principali organizzazioni jihadiste attive fra la Nigeria ed il Kenia.
Le modalità con cui la cooperante è stata rilasciata sono poco chiare e sufficientemente compromettenti dell’operato del governo Conte due, tale per cui potrebbe essere stata plausibile una trattativa con i terroristi. Dal mio punto di vista, personale, quindi non contemplato in sede di conferenza programmatica, con i terroristi non si fa nessuna trattativa per nessuno e per nessuna ragione.
Poi bisogna pure valutare le condizioni particolari e sarebbe stato utile che il governo avesse offerto un quadro esauriente di quanto avvenuto invece di preoccuparsi principalmente di celebrare la liberazione dell’ostaggio.
Può anche essere che a Boko Haram siano rimasti folgorati dal fascino di Conte. In questa vicenda è comunque protagonista il ministro degli esteri dell’attuale governo che ha avuto la sventura di ritrovarsi questa volta un cadavere in grembo nel nord est del Congo.
Il ministro ha detto che l’Italia non è responsabile di quanto accaduto perché l’ambasciatore Attanasio godeva della massima libertà e la missione in cui era impegnato, si svolgeva sotto copertura Onu. Dovremmo chiedere allora al ministro degli Esteri di far uscire l’Italia dall’Onu che manda a morte i nostri diplomatici.
Purtroppo temiamo che così come noi nella conferenza non abbiamo dato la giusta rilevanza alla situazione africana, di cui pure abbiamo maggiore esperienza del ministro Di Maio, ancora meno gliela si sia data alla Farnesina. Solo uno sconsiderato consente non ad un diplomatico, ma a qualsiasi cittadino, muoversi in qualsiasi paese africano, fuori dai club méditerranée, ed anche i club méditerranée non sono sufficientemente sicuri.
Possiamo poi anche capire che non si chieda agli studenti italiani in Egitto di evitare di avventurarsi la sera nei meandri più ignoti de il Cairo, che pure posso assicurare che non sono raccomandabili. Ma è surreale che non si dia un protocollo di condotta, delle regole di ingaggio, ai nostri diplomatici in un paese come il Congo ed in più si ritenga che con un militare di scorta possano considerarsi sufficientemente al sicuro.
Il ministro Di Maio è stato appena riconfermato nell’incarico e non è dunque il caso di chiedergli le dimissioni. Va invitato invece a farsi un bel giro nelle foreste del nord Kiwu del Congo, a ridosso del Ruanda, magari su una macchina bianca ed un agente di scorta ed un autista. Poi ci racconta.