Cade l’anniversario quest’anno della prima edizione delle Lettere persiane, 1741, testo con cui il barone di Montesquieu, divenne subito famoso in Francia e presto nel mondo. È convinzione odierna che l’epistolario fosse una critica poderosa della tirannia e che Montesquieu si proponesse come un avversario liberale di Hobbes. Vi sarebbe da discutere.  Un pensatore del settecento, incline al viaggio e alla ricostruzione storica, si preoccupa principalmente di comprendere e valutare, prima  di esprimere o palesare il suo giudizio.
L’osservazione e la ricostruzione in Montesquieu è pienamente libera, ma questo non significa  una critica. Il fatto che egli denunzi il colonialismo come la causa dello sterminio di intere popolazioni nel nuovo mondo, non necessariamente comporta un qualche giudizio morale. L’etica del settecento è molto difficile da cogliere ai giorni nostri, dopo un’evoluzione profonda delle idee e dei costumi.
Tutti gli autori dell’epoca, da Swift a Laclos, offrono svariate e problematiche interpretazioni. Quale sarebbe ad esempio il significato dell’opera di Laclos Les liaisons dangereuses? C’è qualcosa di morale in Laclos, o un semplice talento per la spregiudicatezza? E perché mai Montesquieu, un aristocratico, nato nel seicento, dovrebbe aver maggiore senso etico di Laclos?
Per il conte di La Rochefaucauld, che ha educato Montesquieu e influenzato il gusto dei francesi, la morale non esisteva. Questo dubbio sulla vera inclinazione  di Montesquieu è reso lecito dal suo  breve  Dialogo tra Silla ed Eucrate, successivo alle Lettere e più facilmente deducibile nel significato.
Qui non c’è dubbio alcuno dell’ammirazione di Montesquieu per Silla e dell’odio di Silla per Cesare ed il suo partito. La veste politica di Montesquieu si cala dunque perfettamente in quella dell’aristocratico Silla che vuole preservare il Senato romano dal rovesciamento popolare ed impone una dittatura ancora più feroce, per rinunciarvi liberamente.
L’equilibrio politico in Montesquieu oscilla tra assolutismo e liberalismo, non in una sola delle forme contrastanti. Egli ad esempio è estremamente sensibile alla decadenza dei governi, lo si comprende dalla Considerazione sui romani. Cosa ammira di quel fiero  e antico popolo? La capacità di istituire delle autorità di controllo degli abusi.
Montesquieu è solo un teorico della necessità di correggere i propri errori. Solo in questo caso i governi possono sopravvivere. I romani rispetto ai cartaginesi ad esempio, che non consentivano nemmeno ad Annibale di riprenderli per la loro dissolutezza. E la stessa Atene “cadde perché i suoi errori le parvero così gradevoli che non volle guarirne”.
Da qui, caso strano, per un francese, la sua ammirazione per l’Inghilterra, considerata capace del governo più saggio. Il parlamento inglese già faceva in modo che gli errori commessi non durassero mai a lungo. Esso “controlla continuamente e continuamente controlla se stesso”.
Non dunque un pensiero liberale quello di Montesquieu, semmai è un pensiero repubblicano, ovvero l’idea di intervenire con la legge sui difetti di un sistema. Possibile che Montesquieu fosse repubblicano? In verità solo ciò che sopravvive sembra contare sulla simpatia del pensiero di Montesquieu.
Se le Lettere persiane, presentano un percorso tormentato, lo Spirito delle Leggi ancora più famoso, è davvero un ginepraio inestricabile. Intanto se si considera l’interpretazione volgare della separazione dei poteri, bisognerebbe dire che essa è un consiglio dato alla monarchia proprio per mettere in crisi la forma repubblicana. Montesquieu davanti alla guerra civile inglese, sostiene le ragioni del re, non quelle del Parlamento.
Il suo elogio delle capacità mostrate dal parlamento britannico, rivelano una minaccia, il timore verso un successo futuro di forze avverse all’antico regime. La separazione del potere, è un modo per indebolire il nuovo che si presenta. Il re deve tenere in sé i poteri per essere saldo, la repubblica deve cederli.
La stessa difesa di Luigi XVI affidata a Malesherbes, ripercorse interamente il pensiero di Montesquieu. Il quale, qui non c’è ombra di dubbio alcuno, non considera la magistratura un potere, ma solo una funzione che mai va istituzionalizzata tanto è odiosa e che deve essere esercitata solo fra pari del condannato.
In pratica, solo dei re avrebbero potuto giudicare la condotta di Luigi XVI, così come solo dei fornai quella di un panettiere.
Varrebbe davvero la pena di rimettere ordine nel pensiero di uno degli autori più stimolanti e celebri dell’umanità, la cui fama si incontra ancora oggi. Possibile che nessuno lo voglia fare seriamente, per non incorrere in verità spiacevoli e luoghi comuni durati per secoli?