Il 2020 è stato un anno difficile per l’export. La pandemia non ha semplicemente determinato il crollo della domanda causato dalle restrizioni, ma ha inciso sulla capacità di offerta delle catene di fornitura globali, destinate ad una rivisitazione votata ad una maggiore possibilità di controllo, quanto meno per i settori più strategici. Il crollo dell’export è stato generalizzato, ed è certificato dai numeri: Germania -9.3%, Spagna -10%, USA –14.6%; Regno Unito -16.7%, Giappone -11%. Uniche eccezioni a livello globale, Cina e Taiwan che hanno messo a segno un risultato positivo. Anche il made in Italy ha sofferto la Covid-19 (-9.7% export y/Y); c’è stato però un settore che ha continuato a brillare: l’agroalimentare. Secondo i dati ISTAT, nel 2020 l’export dei prodotti agricoli e alimentari ha fatto segnare il record assoluto: 46.1 miliardi euro, in aumento dell’1.9% rispetto al 2019. L’analisi di Coldiretti Export Agroalimentare nel 2020: è Record per il Made in Italy (exportiamo.it) entra con maggiore dettaglio nei singoli elementi di forza: conserve di pomodoro (+17%), pasta (+16%), olio di oliva (+5%) e frutta e verdura (+5%). L’agroalimentare made in Italy ha preso la strada europea per oltre il 50%, con le maggiori destinazioni in Germania (miglior cliente con 7.73 miliardi euro di acquisti), Francia (5 miliardi euro) e UK (3.6 miliardi euro). Fuori dal Vecchio Continente, il primo acquirente rimangono gli Stati Uniti, con acquisti per 4.9 miliardi euro. “Nell’anno dello stop l’export agroalimentare italiano ha raggiunto per la prima volta la quota del 10% delle esportazioni nazionali complessive” sottolinea l’analisi di Confagricoltura, precisando che il saldo commerciale agroalimentare – strutturalmente in deficit – nel 2020 è stato positivo. Tutte luci, quindi? No. In realtà, da un’analisi più accurata dei dati emergono anche le ombre. Il miglioramento della bilancia commerciale agroalimentare italiana è dovuto essenzialmente al saldo dei prodotti trasformati, mentre il deficit dei prodotti agricoli di base (7.5 miliardi euro) rimane preoccupante. Per un numero sempre maggiore di derrate primarie (frumento, olio, latte, carne bovina) l’Italia non è autosufficiente. Ciò rappresenta un elemento di criticità per il nostro settore agroalimentare, come indicato da Denis Pantini – responsabile agroalimentare di Nomisma – durante il corso del V Forum Agrifood Monitor, tenutosi il 16 febbraio. Pantini ha precisato: “Negli ultimi dieci anni il nostro import agricolo è cresciuto del 55% [..] la tenuta socioeconomica dei nostri territori è legata a una filiera che negli stessi anni ha aumentato il proprio posizionamento internazionale grazie ad una crescita dell’80% nell’export”. L’Italia dipende dall’estero per circa il 50% dei cereali necessari all’industria di prima trasformazione: nei primi 11 mesi del 2020 l’import di grano duro è aumentato di oltre 500.000 tonnellate (+24%). Con prezzi in netto aumento. Al Chicago Board of Trade, punto di riferimento globale degli scambi di commodities, alla fine del mese di febbraio i prezzi dei cereali hanno raggiunto il massimo degli ultimi sei anni. Il movimento più rilevante è stato quello della soia, materia prima chiave per l’equilibrio di numerosi mercati (non solo quello agricolo, ma anche quello energetico). Complice uno stock ai minimi, con un’offerta globale inferiore alla domanda, la crescita del suo prezzo ha trascinato a rialzo quello del mais, che ha superato quello del grano tenero. A Bologna, dove la soia costa il 40% in più di un anno fa, il mais quota 231 euro a tonnellata, che si confronta con una media inferiore ai 200 euro della scorsa campagna. I rialzi rispetto alla precedente campagna sono generalizzati: il grano tenero quota 236 euro per tonnellata (era a 196 euro) e quello duro è a 300 euro (265 euro la media precedente). Le aspettative sono tutt’altro che rosee, come indicato da Mauro Bruni – presidente di Areté, società specializzata nell’analisi dei mercati agricoli: “I mercati potrebbero rimanere alti anche il prossimo anno perché in questo mercato i fondamentali sono corretti. La ripresa della domanda cinese ha aumentato la volatilità, ma i valori assoluti sono dettati dai fondamentali e il prezzo del fumento non può scendere sotto quello del mais”. Se si considera che entro il 2050 nel mondo occorrerà circa il 60-70% in più di cibo attualmente prodotto per soddisfare la domanda alimentare globale (studio Nomisma-Crif), davanti a noi si staglia il rischio di un enorme shock agflativo. Si tratta dell’inflazione del prezzo dei beni agricoli e alimentari. C’è qualche rimedio a tale potenziale shock? Sì: è l’agricoltura 4.0, anche chiamata agritech. Si tratta di utilizzare la ricerca e l’innovazione tecnologica per aumentare la produttività agricola. Agricoltura di precisione, monitoraggio da remoto di macchine e attrezzature agricole, mappature satellitari e utilizzo dei big data. L’anno scorso l’agritech italiano ha fatto registrare un giro d’affari di 540 milioni euro, in crescita del 20% rispetto al 2019. Trend che a livello globale si è rivelato decisamente più forte (13.7 miliardi dollari, +76% rispetto al 2019) secondo i dati dell’Osservatorio Smart Agrifood della School of Management Politecnico di Milano e del Laboratorio Rise (Research&Innovation for smart enterprises) dell’Università di Brescia, che verranno presentati al pubblico il prossimo 5 marzo. Considerato che le superfici coltivate oggi in Italia con strumenti agritech sono nell’ordine del 3-4% del totale, le opportunità di sviluppo sono immense. I risultati? Con l’agricoltura 4.0 si possono ottenere risparmi nei costi di produzione che, per coltura intensive quali il frumento tenero arrivano al 15% per ettaro, unitamente ad una maggiore produttività del 10%. Lo sa bene Bonifiche Ferraresi, una delle società italiane più avanzate nell’agricoltura di precisione. Francesco Pugliese, direttore dell’area ricerca e sviluppo di Ibf Servizi (società privato-pubblica nata nel 2017 dalla partnership tra Bonifiche Ferraresi e Ismea) spiega: “Tutto è iniziato quasi cinque anni fa con i sensori di prossimità che vengono collocati sul terreno per conoscere il bisogno di acqua. Dopo sono arrivate le immagini satellitari, i droni e i sensori geoelettrici che misurano la conducibilità elettrica di un terreno e consentono di decidere dove prelevare i campioni delle analisi [..] Ci siamo dotati di mezzi agricoli evoluti, in grado di gestire le azioni impartite- dalla semina alla concimazione, in modo variabile all’interno dello stesso appezzamento. Ogni cinque giorni arriva un’immagine satellitare, che serve a creare uno storico di osservazione dei terreni. Poi ci sono i droni che hanno una risoluzione molto più accurata, per interventi specifici in base alle criticità rilevate”. L’utilizzo degli strumenti satellitari diventerà sempre più importante per definire i tempi di raccolta, considerato l’incremento dei danni economici causato dai fenomeni climatici estremi. L’inedita alleanza tra il settore spaziale e quello primario sarà in grado di risolvere il problema dell’approvvigionamento delle derrate alimentari a livello globale? E’ presto per dirlo. Ciò che risulta chiaro è che l’agritech risulta una potente arma contro l’agflazione in arrivo e un’opportunità imperdibile per il settore agroalimentare italiano, punta di diamante del nostro export ed elemento di spicco dell’immagine nazionale nel mondo.