Le recenti prese di posizione del governo di Budapest in materia di politica vaccinale hanno fatto molto discutere: l’Ungheria ha scelto di utilizzare il vaccino russo Sputnik V, nonostante l’Unione europea non lo abbia ancora approvato e sta per essere seguita a ruota da due consorelle del Gruppo di Visegrad, Slovacchia e Repubblica Ceca.

Intanto Fidesz, il partito di Viktor Orban, che governa il paese da più di dieci anni, ha appena annunciato di voler lasciare il gruppo centrista del Partito popolare europeo (dal quale era stato sospeso nel 2019), in seno al Parlamento di Bruxelles, per aderire, con ogni probabilità, al gruppo euroscettico Ecr (Conservatori e riformisti europei).

Questo disallineamento rispetto all’Europa non è certo un caso isolato, poiché negli ultimi decenni le posizioni del governo magiaro si sono spesso sintonizzate con quelle di altri attori, soprattutto euroasiatici.

Ciò ha fatto sì che, nel corso del tempo, diversi osservatori abbiano accusato l’Ungheria di essere una sorta di quinta colonna del putinismo nel cuore dell’Occidente.

Ma le cose non stanno esattamente in questi termini: se si va a scavare all’origine di tali tendenze geopolitiche si scopre che le più vistose espressioni antioccidentali della recente storia ungherese non sono, in realtà, dettate da un’adesione alla politica di Putin quanto, piuttosto, da una piena adesione al movimento turanista.

Mi riferisco qui, in particolare, sia all’ideologia del partito di governo, Fidesz, che a quella del maggior partito di opposizione, Jobbik, capeggiato da Gabor Vona.

Quest’ultima compagine ha adottato una visione revisionista della storia recente, mettendo in discussione il Trattato di Trianon con il quale l’Ungheria, al termine della prima guerra mondiale, perse gran parte dei propri territori.

Innestandosi su questa ferita storica, vissuta da gran parte dei magiari, dentro e fuori dai confini ungheresi, come un tradimento perpetrato dall’Occidente, il discorso politico di Jobbik si pone in antitesi all’UE, alla Nato, ad Israele ed agli USA.

Per essere più chiari, Jobbik critica e respinge alla radice quelli che considera i grandi mali delle moderne società occidentali: liberalismo, capitalismo, globalizzazione e cultura anti-tradizionale.

La Tradizione, cui si vuol riferire Jobbik, è quella di cui si è in parte appropriata la Konservative Revolution tedesca, o la Nouvelle Droite francese oppure, per restare ai giorni nostri, quella che si rintraccia in alcune opere del filosofo-geopolitico russo Alexander Dugin, particolarmente apprezzato da Gabor Vona.

Non è qui il caso di addentrarsi in complesse dissertazioni su cosa sia la Tradizione [1], basti sapere che nella retorica di Jobbik viene in parte utilizzata come base culturale per invocare, a gran voce, la svolta verso oriente e la sostituzione della cooperazione euro-atlantica con quella euroasiatica, in particolar modo con Russia e Turchia, insieme a tutti gli altri paesi di matrice turanica.

Ma l’esaltazione delle radici asiatiche del popolo magiaro e l’insistenza sull’etno-genesi uralo-altaica, come elemento di identità nazionale, sono utilizzate anche da Viktor Orban e dal suo partito di governo, Fidesz che, come già accennato, ha appena sancito uno strappo valoriale, rispetto alle democrazie europee, che era già nei gesti e nei discorsi politici da molti anni.

L’agenda turanica messa in campo dal governo di Orban negli ultimi anni parla chiaro: l’Ungheria è l’unico paese d’Europa divenuto membro, per ora solo come osservatore, del Consiglio turco: operazione formalmente sancita con l’apertura, a Budapest, del primo ufficio europeo di rappresentanza.

L’epica panturanista è entrata anche nei libri di storia che bambini e ragazzi ungheresi studiano a scuola e nelle cui pagine vengono esaltate le origini asiatiche del popolo magiaro, nonché la fratellanza con tutti i popoli uralo-altaici dal Baltico alla Mongolia; da tempo, inoltre, opera efficacemente un sistema di borse di studio per studenti asiatici che vogliano studiare in Ungheria: lo Stipendium Hungaricum.

Anche nelle dichiarazioni pubbliche Orban non manca mai di sottolineare la vocazione orientale, come ad esempio nel marzo del 2019 quando, in un discorso tenuto presso la Hungarian Turan Foundation, affermò che “gli ungheresi sono di ceppo kipchak turco, ed entrambi, magiari e turchi, discendono dagli Unni di Attila”.

Ed è in questo tipo di discorso pubblico che Orban si ritaglia il ruolo di difensore delle minoranze magiare oltreconfine, in ossequio alla narrazione revisionista: i secleri-ungheresi di Romania, i magiari della Transcarpazia ucraina e quelli della Baranja croata sono tutti figli della stessa madre, temporaneamente separati per un tragico incidente della storia.

La via ungherese all’Eurasia, al momento, non prevede di dismettere la stazione Europa ma di utilizzarla strumentalmente, fino a che sarà possibile. Dopodiché la si potrà abbandonare salendo, una volta per tutte, sul treno che porta a oriente.

[1]  Argomento molto vasto e complesso, trattato a livello accademico da studiosi quali Elemire Zolla (“Che cos’ è la tradizione”) e Mircea Eliade, in diverse sue opere; ma anche da autori più controversi quali Ernst Junger, Carl Schmitt, Oswald Spengler, Alain De Benoist, René Guenon e Julius Evola.